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venerdì, ottobre 31, 2003
 

Ed è sempre questa stana pulsione, questo assurdo vergare sulla carta sensazioni e visioni che riprende prepotente.
E' veramente un bisogno primario, un piacere innocuo ma intenso un impegno sottile ma solido.
Scrivere, mio amato scrivere.
Sono consapevole ora che chi scrive non appartiene alla normalità delle cose, a quella schiera di persone che amano, sentono, mangiano, vivono la vita di tutti giorni solo ed unicamente per lo scopo di viverla.
Chi scrive vive intensamente ogni pensiero, ogni colore, o sentimento, un profumo, un volo, una carezza data da un binomio di suoni o musica, e non sa fare altro che tradurli in parole.
E' noia, è fame, è sete, è tremito, è scossa, è piacere.
E' tutto e niente al tempo stesso.
Sto cominciando ad accettare il fato che sarà sempre così, sempre più forte e intenso l'altalenarsi di grandi soddisfazioni di grandi eccitazioni a tristezze, a dubbi, ad angosciosi sconforti, quello sprofondare subitaneo nell'incertezza più cupa e più nera.
Fino all'onda che ritorna più vigorosa e più verde.
Scrivere mio amato scrivere.
E' droga, è alcool, è tremito delirante.
E' pudore, è vergogna di ciò che la mente è riuscita a creare, è dolore per una storia che non si vuole raccontare, ma che la mano irrequieta e ribelle, scriverà  perché è potenza dell'immaginazione, è violenza, è reazione. (continua)

Ipanema













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scritto da Ipanema | 21:00 | commenti (5) Torna in plancia


 

Hopperiana 3

 

Sedendosi, sentì una sirena in lontananza. Si volse e restò a guardare Mark che leggeva il giornale. Le sembrò irreale, una specie di statua di cera. Lo vide sorridere tra sé e sé, e lo trovò incredibilmente bello. Poi aprì il coperchio del pianoforte. Il vestito rosso - pensò sentendo la stoffa tirarle alla vita - lo aveva indossato comunque. Era entrata in camera e si era cambiata, nonostante lui non avesse più avuto voglia di uscire. Adesso, lì seduta, sfiorava con un dito i rettangoli neri e bianchi dei tasti.

La notte era scesa e lei pensava a lui e al suo sorriso, e a quella sera dal vestito rosso, che capì non essere l'ultima.

Sil - Silvia Ganora


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LUKAMOREMIO

 

 

.1 [you, bear]

 

sei tu tutto tutto timido orsacchiotto torrone talpa/ felpa felpata schiena/ roditor che rode il cuoricino mio/ (ma chi t’ha mandato, Dio?)/  -.-.-. io dico che sei mio avvio di cinguettio/ ronzio sibilante/ scintillio diamante/ pulcino pio-pio ruspante/ -.-.-.- tu sei lo mio amor, lo mio perfetto amante

 

.2 [serena car]

 

tutta giocosa giocante è la tua vettura/ dove in chiacchere mi spunti la sutura/ dove in un bacio mi plachi alfin l’arsura/ e tutta in me poi scompare la paura/ che pura si staglia sempre all’orizzonte/ (adesso lo vedi, il sudor di questa fronte?)/  sweat baby sweat il tuo sudore in gocce, goccioline/ stille piccine che sono lacrime di lago/ e pago poi a casa m’accompagni sullo strisciare in pioggia delle ruote/ e questo viaggio soon è un’ honeymoon/ e alla luna continua ad ululare il tuo coyote/ per te gemello mio, monozigote

 

.3 [disturbance]

 

“dove si va stasera?”/ di terror questo è l’alzabandiera/ s’innalza fra me e te spessa barriera/ nel ventre come attacco di colera/ una visiera sul mio volto quando dopo molto sbatto dita alla tastiera/ a raggera giri gli occhi da megera/ (gliè da ‘ppera, gliè da ‘ppera): a sì disfatta questio spesso aggiungo astio/ (e perdonamiperdonamiperdonami/ se m’altero dopo whisky oppur madera/ mi crivelli di colpi: e sono fetta di groviera

 

.4 [portrait as a father]

 

Padre padrone mio, oh tu/ esquimese che in un mese s’è tirato un igloo/ un giorno staremo insieme davanti alla TV/ Oh tu/ dolce elefante che balletti con tutù/ noi senza figli, senza tribù/ come si spiega quest’unione non riprocreativa/ questa sega ricreativa che ci trattiene insieme/ ad aspersion di seme?/ sei il mio piatto preferito del menù/ io Farfarello, tu Belzebù/ e mentre poi ti infilo un HATU al mentolo/ mi adori come un piccolo Jesù/ e non più giammai giammai mi sento solo/ sai?

 

.5  [neverending]

 

oH messere mister, mio midon master, mio signore/ con l’ala grassa in ombra metti me dallo sterminatore/ se sei vassallo i’ son valvassore/ scelto tiratore del mio cuore/ io modello tu pittore/ io sono un libro/ tu sei l’editore/ per sempre in debito, perenne debitore/ d’ogni grigiore di mattina sei il motore/ (di te certamente i’ son peggiore)/ precursore all’abbattuto mio pudore/ ideatore d’un rapporto, fondatore/ sei l’amico, il mio confessore,/ per te sarò l’orecchio, l’interlocutore/ tu in frutto io fanciullo in fiore/ bicarbonato per lo stomaco in bruciore/ di mio amor datore/protagonista-attore/ infondi in me un tal grande calore/ che ardo e arderò in questo ardore/ di mie nevrosi traduttore/ di mie cirrosi curatore/ per l’insonnia sei il mio sopore/ e con stupore/ ti guardo come fossi un genitore/ e ti chiamo AMORE


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scritto da atarax7 | 09:27 | commenti (2) Torna in plancia




giovedì, ottobre 30, 2003
 

giovedì, ottobre 30, 2003

LIBERTA' SOGNATA

Vent'anni di carcere non sono riusciti a togliermi la voglia e la capacità di sognare, unico antidoto alla mia disperazione di reclusa: quasi una magia onirica che mi porta all'aperto, fuori da queste mura. Ho spesso la sensazione che il tempo entri dentro la mia piccola stanza e che resti, a sua volta, imprigionato, stagnante, senza via d'uscita. E' per esorcizzare questi scuri pensieri che rivedo - come in una moviola - il volto sorridente di mia madre e il suo ditale d'argento che brilla sulla tela, mentre cuce e risento la voce di mio padre che parla, sereno, con le mie sorelle.

Il quadrato di luce sbarrata della finestrella in alto, è sostituito dall'ampio balcone di casa mia, soffocato dai geranei in piena fioritura.

Rivedo i campi da sci brillanti di neve dove andavo a gareggiare nei mesi invernali; sono assalita da profumi di passato: odori di cucina, di fiori, di corpi amati, di case amiche.

Sogno di correre in prati infiniti, bagnati dalla luna, di rivedere l'uomo di cui sono ancora innamorata, fuori dalle sbarre, e di sedermi - accolta dal calore degli amici - ad una tavola imbandita con tovaglia di fiandra e brillio di porcellane e argenti.

Dopo tanti pasti da carcerata, ho voglia di opulenza, di lusso, di cose che un tempo non mi interessavano, quando sarei stata in potere di averle.

La cella comincia ad esere invasa dalle ombre della sera. Presto accenderanno la luce artificiale, devo sbrigarmi a sognare. Concentro il mio pensiero sullo sguardo intelligente del mio uomo, sul calore delle sue mani, sulle note profonde della sua voce che ha dentro il riverbero dell'organo di chiesa; rivedo il suo piccolo tic all'angolo della bocca, la cicatrice sul petto, il vello leggero sul dorso delle sue mani.

Ascoltiamo insieme musica sacra: "La petite messe solemnelle" di Rossini ci riempie di tenerezza, di gioia quasi mistica. Parliamo a ruota libera della nostra vita passata, delle letture fatte a quattro occhi e un solo cuore, dei viaggi in Medio Oriente, di quella volta che a Parigi ci siamo persi, di quella volta che a Roma siamo rimasti chiusi in ascensore....

Ce la metto tutta perché il sogno non finisca, mentre fiori d'ombra si imprimono sulle pareti, malinconico giardino della mia carcerazione. Mi sforzo di non vederli, di sostituirli con i prati ricamati di brina della mia infanzia.

La luce, accesa all'improvviso, mi ferisce la vista. Chiudo gli occhi e mentre sogno disperatamente mi sembra di sentire profumo di libertà.

RACCONTO NATO DALLE CONFIDENZE DI UNA CARCERATA.


- Gardenia | commenti
14:19



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scritto da Gardenia | 14:40 | commenti (4) Torna in plancia




mercoledì, ottobre 29, 2003
 

SWITCH ON: le lamentazioni tue dai finestrini per tutto l'abitacolo: a presa dura le mani sul volante in una direzione molto vicina alla paura; tu hai una camicia, i pantaloni, una felpa addosso. Io ho una cravatta a cappio che non mettevo da anni, tu stai fermo nel parcheggio e, arricciandoti i capelli pensi a dove andare, dove... dove... dove... ossessione del luogo che non ammette mezze misure: le stanze polarizzate un tempo permettevano a me un canale subacqueo di visualizzazione ipnotica e improvvisa, a te l'ipertermia di un corpo troppo provvisto di smottamenti sulla tratta anema-core. A noi permetteva provviste per la memoria: Amsterdam in formato cartolina, tu japop scattavi pix in perenne singing d'allegria (tranne quel giorno, ricordi? tranne quel giorno quando il portiere che veniva da Calcutta prese lo spray e tolse accuratamente gli scarafaggi dalle pareti: io ero un corpo cosparso di formiche rosse brulicanti, una mente in cartapesta) e Berlino all'Apollo allora sì c'era comprensione e comunicazione e andavamo nei ristoranti greci perchè la cucina tedesca fa schifo e sapevamo tutti e due che i greci in fondo sono simpatici, sebbene entrambi si provenga da austroungariche generazioni. Tua sorella al cinema non capisce i film: tu trovi le risonanze magnetiche mnemoniche persino nei fumetti e i miei occhi ti guardano colosso bizantino, torre ottagonale sez'occhi, senza volto: madre/padre insieme nel lettone ordinavamo colazione in camera e bevevamo da tutte le bottigliette del frigobar e poi le rimettevamo a posto riempindole di shampo e acqua. Sebastian per due ore fra noi sulla rotta per le Fiandre fu un passaggio inconcludente. Renè in macchina fumava le rosse e nella sua vita d'autostoppista portava con sè il ricordo di sua figlia che vive con la madre, adesso manifesti interi ricordi piegati in portafoglio. La notte ci accolse fragilmente nella nudità eclettica delle stanze: i corpi erano sempre troppo nudi nei vapori turchi delle stanze e io ne ero spaventato. Un giorno decidesti di cullarmi e di comprarmi il gelato, la febbre mi tormentava ormai da settimane e il blackout ci trovò insieme sul freddo della spiaggia, un quarto di noi era già abbastanza naturale: ecco perchè continuo stoicamente a filare la morale d'orto concluso di tutte la favoleggianti storie, ecco perchè dalla mia ragnesca bocca seto filamente mnemoniche scorie [nessuna partitura scenica] ----- [ci sono cerchi che non si chiudono mai] ----- SWITCH OFF


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scritto da atarax7 | 07:03 | commenti (2) Torna in plancia




martedì, ottobre 28, 2003
 

Scatà Scatà (Scatafascio)

È stato sulle note iniziali de "il pugile sentimentale" di Vinicio Capossela che non ha dato più segni di vita. Vera. Si è spento così. Come muore piano un vecchio. Dormendo sul letto i suoi ultimi giorni di sole. Non si è lamentato. Non un ruggito. Non un disperato, ultimo colpo di coda. Se n’è andato in silenzio. Senza dire niente. Portandosi con se la strada. I chilometri percorsi. Vissuti. La tromba della Kocani Orkestar aveva già iniziato la danza. Quella musica che mi fa piangere era l’unico rumore che veramente sentivo. Cercai di compiere un ultimo bastardo tentativo per farlo tornare. Mi rassegnai subito. Solo la musica. Nient’altro. Incrociai le gambe. Mi sedetti al suo fianco. La porta era aperta e da dentro finivano gli ultimi accordi di tromba, contrabbasso, piano. Capossela presentava la banda in un turbinio di note che andavano in crescendo e tra il delirio della gente. Impresso in maniera indelebile in quel "Live in Volvo" che ora, stava suonando la fine di un pezzo di vita. Mio. Immaginavo la strada percorsa. I chilometri macinati senza tregua. Le notti su cui ci ho dormito. La sua puzza che sapeva così di buono. Il suo colore. Il viaggio siamo noi, certo!!! Ma senza questo pezzo di viaggio, di vita, mi sento quasi nudo. Di fronte alla strada. Alla vita. Il mio volvo si è fermato a quattrocentotrentaseimila chilometri. Sudati!!! Silenzio (...) C’è il lettore CD che ha la forza di scrivere ancora qualcosa. CD numero due. Sempre quello. Traccia diciotto. "Scatà Scatà (Scatafascio)".


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scritto da precipitandosivola | 12:49 | commenti (5) Torna in plancia




lunedì, ottobre 27, 2003
 

Una sola notte

La vita di provincia per lei era stata sempre croce e delizia. Ne amava – odiandola - la ritualità. Negli anni giovanili era stata una cronista attenta, di quelle che non prendono “buchi” dalle testate concorrenti, di quelle che corrono sul fatto, prima ancora che sia accaduto. Più avanti nel tempo, aveva maturato il suo sogno di critica letteraria. Non le mancava nulla, tutto procedeva nel solito tran-tran, senza scossoni. Lavorava a tavolino, come si è soliti dire. Accudiva alla famiglia.

Inquadrato dal rettangolo della sua finestra, seguiva il mutamento delle stagioni, ritmato da rose in boccio, poi roride corolle, quindi petali sfatti, paragonandolo al film della sua vita da bocciolo a fiore pieno, addirittura un po’ fané, ormai, irrimediabilmente. Avete un bel dire che conta la classe, lo chic, la distinzione…ma non perdiamoci in inutili malinconie.

Appoggiata al davanzale della finestra, carezzata da un refolo fresco, come un guizzo gentile sulla pelle, quella notte ripensava a fatti avvenuti una decina o poco meno di anni prima. Era un episodio – quello – che ora le riappariva sfumato, quasi un fatto del dormiveglia, e ad essere sinceri, non sapeva più se l’avesse veramente vissuto o soltanto sognato. Chissà?!

Il profumo di quella stanza le era rimasto, nell’olfatto dell’immaginario, impresso come un timbro, un marchio misto di frutta fresca, apparecchiata sul piccolo terrazzo (tra cui prevaleva la nota forte del melone, mista a quella carnale della gardenia che biancheggiava nella fioriera) e di solari sulla mensola del bagno e del suo Mille di Patou, di cui si era generosamente aspersa, e – soprattutto – dell’odore dell’attesa.

Avete mai sentito il profumo di una donna che sta aspettando l’uomo del suo cuore? Qualcosa di animalesco, tenero e pieno nel contempo, si sprigiona da lei, una mistura di miele e pepe, inebriante come un liquore speziato forte, che illanguidisce i sensi, esaltandoli.

Proprio così.

«Sai di miele e pepe» - le aveva sussurrato lui all’orecchio, quando l’attesa aveva smesso di essere tale – aiutandola ad uscire dalla lunga gonna nera da cui spuntavano sotto le sue scarpette rosse dai tacchi dorati. Il resto se l’era tolto di dosso da sola, con gesto naturale, come se da tutta la vita avesse atteso quel momento.

«Sei piena di me» - le aveva detto in un soffio – prendendola.

Non aveva visto più nulla, cadendo in un’estasi ubriacante, assoluta, simile alla morte, più forte della vita.

Aveva ancora nelle narici il profumo della sua sigaretta fumata nel terrazzo, a notte fonda. Le ultime stelle tra i pini. Un barlume di luna riflesso nei suoi capelli. Il lampo verde-bosco del suo sguardo intenerito di uomo asciutto, alieno da smancerie, eppure non privo di una sua irsuta poesia..

Una sola notte.

Che non avrebbe cancellata mai.

Ma l’aveva vissuta veramente in quella lontana estate al mare?

Chissà!?

(g.g.)


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scritto da Gardenia | 10:03 | commenti (7) Torna in plancia


 
la baia delle anime morte

Non si sa perchè, ma è pieno di vascelli affondati.
Se vi approdi, le carcasse ti impediranno la partenza.
Nel porto del paese si aggira ogni sorta di persone,piene di soldi
cercano qualcuno che possa farli ripartire, ma non esiste possibilità
Tutti hanno compiuto un viaggio,per arrivarci
tutti hanno scelto il prezzo da pagare
illusi di poter gabbare la sorte da un punto di forza.

Bene, l'isola non perdona.Basta che una sola volta
tu abbia ceduto al canto delle sirene,che non sono quelle di Ulisse,
ma del potere di sottomettere gli altri
basta che tu abbia scambiato una sola volta la tua sete
di infinito
con una ciotola di superiorità apparente,
che l'isola ti terrà per sempre con sè,
marchiato dalla paura,non dalla tua,perchè sempre avresti avuto speranza
ma da quella che hai sparso nelle vite degli altri,incolpevoli.

postato da alp | 20:18 | commenti (7)
 















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L'UOMO DELLA GIRAGLIA

Il primo ricordo che ho della Giraglia risale a quando da ragazzo avevo partecipato all'omonima regata: ero stato imbarcato all'ultimo momento, per sostituire un malato, su una bella barca che da giorni era ormeggiata accanto al due alberi su cui ero mozzo, marinaio, cuoco e donna delle pulizie...

Era una bella barca nera, con la prua quasi verticale e una curiosa struttura a prua a mò di bompresso, anche il nome era originale, Onfale, una regina egizia dicevano, ed era veramente una regina del mare.

La traversata era stata veloce, quasi tutta con vento in poppa e spinnaker, a buio eravamo in vista della Corsica... così della Giraglia ricordavo solo degli scogli neri battuti dalle onde, un faro sopra di noi che sciabolava di luce la costa poco lontana; una costa buia, non una luce, solo contorni neri nella luce siderale... neanche la luna c'era quella notte, solo qualche luce di testa d'albero di altri concorrenti. Chi avrebbe pensato, allora, che di questa costa che a malapena intravvedevo, avrei poi conosciuto ogni singolo scoglio, ogni secca, ogni spiaggetta...

Finiti gli studi addio coperta in teak da pulire tutti i giorni con la limonina, addio spinnaker da ripiegare sulla banchina e legare come un salame con della lana vecchia per riporlo poi con cura nel sacco... Lavoro a tempo pieno e lontano dal mio mare! A dire il vero lontano dal mare ho resistito solo un anno, ma questa è un'altra storia...

Dopo quarantanni sono qua, seduto fuori della casa che affitto in questo paesino di Capo Corso e la Giraglia è li, a un miglio di distanza, brulla e verdastra, sembra un rinoceronte che stia uscendo dall'acqua, il faro e la torre quadrata sul groppone. Oggi c'è vento, un maestrale teso e non si esce a pesca, sono qui fuori casa a chiacchierare con la mia vicina, mi racconta di quando suo padre faceva il guardiano del faro e alla sera partiva per il lavoro, attraccando da un lato o dall'altro secondo il vento.

Mentre ascolto il suo racconto passa un uomo che io e mia moglie avevamo soprannominato “Diabolik” non conoscendo il suo vero nome... tutte le mattine passava davanti a noi vestito di una muta sub completa di cappuccio (di qui il soprannome...), usciva in motoscafo e andava all'isola, ancorandosi sulla secca a ponente e li si tuffava a pesca. Al ritorno, quando ripassava davanti a noi per tornare alla sua villa sul mare, aveva sempre qualche sarago grosso o branzino appeso al portapesci. Chiedo alla mia vicina chi sia esattamente, poiché non è evidentemente un corso e lei mi racconta che è un architetto di Parigi che da parecchio vive lì tutto l'anno, con la sua donna e mi racconta la sua storia.

Era capitato lì in vacanza con moglie e figlio, con un camper e si era innamorato del posto e dei fondali della Giraglia, dove andava a pesca assieme al figlio ventenne. Aveva poi acquistato la villa col giardino confinante con gli scogli e vi trascorreva l'estate. Un brutto giorno il figlio, che era uscito a pesca da solo, è morto nel tentativo di recuperare una cernia proprio nella secca dell'isola; nella villa c'era solo la moglie, lui era nel sud della Corsica con un'amica e per parecchi giorni non erano riusciti a dargli la brutta notizia. Quando finalmente era tornato, la moglie era già partita per la Francia con la salma del figlio, ma lui era riuscito a far tornare il feretro ed aveva fatto seppellire il figlio in una delle tante cappelle intorno alla chiesa, sotto la strada che percorre Capo  Corso.

In questa zona della Corsica non esistono cimiteri come intendiamo noi, appena fuori dei paesi ci sono tombe di famiglia più o meno grandi, con intorno un giardinetto e un cancello... un mini paese dei morti. Sepolto il figlio, era rimasto a vivere lì con l'amica, nella villa di fronte alla Giraglia in questo paesino abitato in inverno da una quindicina di persone, paesino che nel frattempo è diventato la mia seconda casa e dove torno appena possibile.

Mentre la mia vicina corsa terminava la sua storia, guardavo a ponente della Giraglia dove le onde del maestrale s'increspavano sulla sommità della secca e pensavo a quel giovane sfortunato e a suo padre, e a quell'isola sempre lì davanti ad entrambi...









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scritto da caprettetibetane | 00:05 | commenti (4) Torna in plancia




domenica, ottobre 26, 2003
 

 

L’isola degli aromi

 

C’è un’isola di cui si avverte l’odore, prima ancora del profilo morbido e mosso.

Il suo nome cambia, rimbalza da Battello a Battello, fra le spezie dei mercati e le voci dei porti, cangiante come una madreperla. Ogni marinaio ne  tiene memoria nel cuore, come un pegno o un invito o un rifugio.

Ma l’odore…, l’odore non muta e guida nelle notti senza luna, e chiama nei giorni di luce, quando l’acqua si fa specchio di segmenti leggeri.

Chi giunge all’isola sa che è per poco, solo vi può acquistare un vaso di menta o di rosmarino.

Se il bisogno di casa è forte e fa tremare la voce, si chiede la menta alla vecchia che attende. E nell’aroma il viaggiatore riconosce il profumo del pane, delle lenzuola pulite, dell’aria che entra in casa, il mattino, a snidare il caldo del chiuso con l’uncino di una bava leggera. C’è chi giura d’aver visto una cuna e una tavola bionda, fra le foglie di menta.

Se invece è la paura a chiamare alla sosta, si chiede il rosmarino alla vecchia che attende. Così si sciolgono, lievi, le ansie di vascelli fantasma e si stemperano i gridi che gracidano, lontano. Non giungeranno le streghe, troppo intente a contare gli aghi di rosmarino, … e le ombre torneranno ad essere sogni.

 

Fra nostalgie e tremori, i Battelli scelgono e riprendono il viaggio, ricchi di una foglia o di uno spino.

 


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scritto da colfavoredellenebbie | 14:12 | commenti (6) Torna in plancia


 

Il "colore" delle voci dei blog.

Capita, quando leggi lo stesso blog più volte, nel corso della settimana,poi del mese,

di intrattenere,con quella scrittura"parlante" delle affettuose complicità.

Quella "persona" che ..scrive..distilla da sè gli umori che puo',che vuole, e li offre.

Poi arriva lo sguardo di un lettore

(dipende dal tempo che ha,dalla consuetudine con te)e forse lascia un commento.

Bene, quel commento,carezza affettiva da voce a voce, da tasti a occhi..crea ..una relazione,

come l'addomesticamento della volpe nel Piccolo Principe.

Una relazione tra voci,tra intimità sospese, statiche ma mutevoli, come isole dei sussurri,come suoni

che cercano i corpi che le hanno generate.

Poi, capita, di incontrare qualcuno che batteva sullo schermo:

di passare il tremendo confine tra le proiezioni del lettore e la conoscenza

diretta ,personale, dello scrittore.

Perchè terribile confine?Perchè se la sua conoscenza diretta mi deluderà, mi sentiro'

invalidato nella mia capacità di riconoscere, da tanti piccoli segni, una complicità.che si era stabilita.

Ecco perchè sono contento quando oso forzare il mio rifiuto a conoscere le voci dei blog

perchè, in alcuni casi, capita di vedere che non avevi sbagliato a decifrare quei geroglifici

che tutti incidiamo, a colpi di luce, su schermi in case lontane.

E finalmente il sussurro reincontra la sorgente, e il colore della voce del blog

diventa la persona che mi imbarca, per un po', sul suo battello: ebbro.


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l'isola delle scritture mutevoli

Quelli che sapevano,stavano zitti. Là, nella radura ,succedeva.

Passavi, e sentivi nella mente delle voci sussuranti, mulinelli di pensieri,atomi dispersi,

speranze, delusioni- risate.

Poi andavi nell'isola accanto e incontravi persone mute

che cervano la loro voce, le risate,  i pianti.

Solo una volta fuori dell'arcipelago, qualcuno, si racconta,

tornava ad avere voce, e sguardo, e nome

in pace con se stesso,non più conchiglia.


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sabato, ottobre 25, 2003
 

I RICORDI, UNO DOPO L'ALTRO

La sala d'aspetto aveva un odore di muffa e di fiori morti. Era vuota, illuminata da una lampadina dal paralume in metallo.

Goffredo guardava l'oscurità piovosa al di là delle porte - gli occhi pesanti, la bocca impastata. Si sentiva spettinato, ma non ne era sicuro. Veniva lì in stazione da un po' di notti. Ci veniva perché era come stare in teatro, di fronte ad un palcoscenico buio. A volte, un attore compariva d'improvviso. Un barbone ubriaco, che si accasciava in un angolo e restava ad occhi aperti per tutto il tempo. Una nigeriana che sedeva sempre nella stessa sedia e che non se ne andava prima di aver fumato tre sigarette. Nella luce smorta della sala d'aspetto la sua pelle prendeva contorni sfumati.

Quella notte arrivò dopo le due. Accese la prima sigaretta e soffiò fuori il fumo. Posò lo sguardo su Goffredo e d'un tratto iniziò a ridere, una risata cavernosa, ribollente, che mostrò denti bianchissimi.

Solo in quel momento Goffredo si ricordò della lampada, lì fra le sue braccia.

"Sei strano, tu", gli disse la nigeriana. "Perché hai quella?"

Goffredo guardò la stoffa azzurra del paralume. Gocce di pioggia l'avevano macchiata qua e là.

"E' la lampada di mia moglie", rispose.

La nigeriana accavallò le gambe.

"Ceramica senese", disse Goffredo.

Lei tossì. Dondolava un piede. Portava stivali dai tacchi altissimi.

"Hai moglie? E cosa fai sempre qui se hai moglie!"

"Esco a camminare", rispose lui. "Da un po' di tempo non mi riesce di dormire"

La nigeriana rise di nuovo in quel suo modo cupo e ribollente. Il suo piede aveva preso a dondolare più in fretta.

"Anche io esco a camminare!", disse.

Goffredo non poté fare a meno di sorridere. Abbassò gli occhi sulla lampada. La sistemò meglio sul braccio sinistro. Aveva arrotolato il filo e l'aveva imbrigliato in un elastico verde. Pendeva nel vuoto, come una lucida matassa di liquirizia.

La nigeriana gettò il mozzicone sul pavimento e lo schiacciò sotto la suola dello stivale. Aprì la borsetta, prese il pacchetto e si mise tra le labbra la seconda sigaretta. L'accese e ne offrì una anche a Goffredo, che però non fumava.

"La volevo buttare"

Lei si stava togliendo una pagliuzza di tabacco dalle labbra.

"Sì?"

"Sì. Tutto il resto l'ho dato via. Questa no. L'ho lasciata sul comodino accanto al letto"

Faceva una luce azzurrata, pensò Goffredo. Come se la stanza fosse stata immersa in una piscina.

Con cura, prendendola per la base oblunga e panciuta, la sollevò e la spostò sul braccio destro. Le gocce sulla stoffa del paralume si erano asciugate.

"Se la butti", disse la nigeriana, "non credo che dormi"

Goffredo ascoltava la pioggia cadere.

"Si accendono anche i ricordi", disse, "Ogni volta. Uno dopo l'altro".

Si volse, con la sensazione di avere parlato ad una sedia vuota. Ma la nigeriana era lì, le gambe accavallate, i capelli bagnati e nerissimi. Tossì di nuovo. Da una tasca del giubbotto prese un fazzoletto di carta e si soffiò il naso. Sedeva sporta in avanti, le ginocchia che toccavano. Appallottolò il fazzoletto e tornò a ficcarlo in tasca. Poi si alzò.

"Solo due, questa sera", le disse Goffredo. "Di sigarette. Di solito ne fumi tre"

Lei socchiuse gli occhi e arricciò le labbra.

"Ho deciso che cambio. Tu butti la tua lampada e io cambio e fumo solo due" Si avviò verso l'uscita. "Ciao, eh!", lo salutò muovendo nell'aria le dita di una mano.

Un lampo illuminò l'oscurità fuori dalle porte. Se ci fu un tuono, Goffredo non lo sentì. Restò ad aspettare ma non venne.

C'era una presa elettrica, nell'angolo dove il vagabondo era solito sedere. Vi portò la lampada. L'appoggiò sul pavimento e srotolò il filo.

L'accese.

Uscì.

 

Sil - Silvia Ganora

 


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Storie di provincia 2

Anni fa, nel paese (città onoraria per mano di Francesco Giuseppe) dove vivo, mi dicono che – all’arrivo dei treni della sera – ci fosse alla stazione, nelle ore più buie e nebbiose, delle nostre nebbiose stagioni, una “lucciola” (ma potremmo chiamarla tale visto che pesava un’ottantina di chili?) in bicicletta, pronta a convincere, con rassegnata insistenza, qualche viaggiatore in arrivo, a godere dei suoi servigi. Normalmente, queste lavoratrici, usano l’automobile, fatto per cui, mi sono sempre chiesta come si sarebbe potuta svolgere sopra un biciclo la “consumazione”. Consultando nuove pagine di un compiacente Kamasutra? Boh, chissà…!
Restando in tema, del resto si sa che stiamo parlando del più antico mestiere del mondo, una trentina d’ani fa, sempre una di queste signore svolgeva la sua “professione” il mercoledì, giorno – da noi, allora - del “mercato bestiame”, ovvero della compravendita di mucche, asini e vitelli, occasione in cui acquirenti, mediatori e venditori, sentivano più forte il bisogno di un po’ di sollievo dalle fatiche (infatti non erano i latini che chiamavano postribulum , ovvero (post) dopo la tribolazione, sofferenza (tribulum) questi luoghi di svago?).
Il mercoledì, dunque, l’Ombrelara, visto che gli altri giorni riparava ombrelli, consegnava dei rudimentali biglietti, scarabocchiati a matita, con sopra dei numeri progressivi, allo Slavo - suo bellissimo convivente (che veniva da paesi oltremare), alto biondo, sguardo di cielo, delinquente della peggior specie - perché li distribuisse agli affannati compra-venditori, affollati davanti alla porta della catapecchia sotto le rive dell’Adige.
Il nostro medico di famiglia, un mercoledì, al ritorno dalle visite a domicilio, avendo visto questa folla di uomini, pare li abbia interpellati: «Cossa fèo chi?»-«Cosa fate qui?». Dicono che gli aspiranti consumatori abbiano risposto: «Aspetèmo el nostro turno»-«Attendiamo il nostro turno»…
L’ultima, e poi non parleremo più dell’argomento.
Sempre in quegli anni, c’erano due sparute “esercitanti” che vivevano in un vicolo, dette le Tamisàre; il tamiso in dialetto palesano è il setaccio; cosa setacciassero le signore, non mi è dato sapere…
Comunque, si racconta che ricevessero due maturi fratelli alti ufficiali, cui offrire la loro opera congiunta, e che praticassero lo “sconto famiglia”, visto che i consumatori erano in due…

(alla prossima)








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scritto da Gardenia | 12:54 | commenti (5) Torna in plancia


 

TONIGHT NOTE

Fasciami a sturargli i tubi del cuore: mangiava quella carne con una tale ira che alla fine le sue collezioni di immagini catatastrofiche sui possibili incidenti era orami usaurita. Lei gli diceva che no, no, goditi la cena, goditi lo spettacolo, non devi pensare male e poi guarda, anch'io sono nelle tue stesse condizioni, ma lui no, lui continuava a pregare se stesso di essere indulgente, scongiurava i suoi neuroni anneriti di non cedere al forte peso di quella trasmissione di immagini. UN ritardo, un ritardo può essere fatale. Jayne Maynsfield fu decapita nell'incidente che l'uccise. Maria Antonietta. Oppure fu la fine della Dunkan? Domani voglio tornare sulla tomba di Elizabeth, le disse lui dopo un leggero colpo di tosse. Lei scosse la testa e agguantò un pezzo di pane, iniziando a condividere la sua inquietudine. Luka arrivò appena in tempo per il secondo. Lui e la sorella si sedettero: nell'aria indifferenza, attenzione per il can-can. I camerieri portarono via i piatti e la sorella di Luka comprese che l'anima dell'artista era obnubilato. Vedrai, disse, ti ho portato un meraviglioso te da bere nel ridotto insieme...


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scritto da atarax7 | 04:02 | commenti (1) Torna in plancia


 

 

VALERIA, CAPRA POCO SERIA... Con le ultime due arrivate ero divenuto proprietario di un minibranco composto da Rocky e le tre femmine, i cui iniziali scontri erano stati sedati dal maschietto dominante... Il recinto era divenuto piccolo, l'erba completamente rasata e così avevo iniziato a far uscire maschio e femmine dopo aver protetto con rete l'orto e la serra. Per la verità qualche vite troppo vicina alla rete aveva perso le foglie, ma ciò era ampiamente controbilanciato dal fatto che tutte le infestanti, rovi, edera, rose selvatiche ed altre spinosità venivano divorate come se fosse tenera lattuga, mentre venivano risparmiate le bulbose, come iris e narcisi, che in primavera fiorivano all'ombra degli olivi... forse per l'odore forte che sembra aglio. Una mattina mi telefona il mio amico Valerio, valido aiuto nei lavori di recinzione, dicendomi che gli avevano regalato una capra nana che aveva già messo assieme alle altre... non è granchè, mi dice, ma non immaginavo certo quanta verità nascondessero queste parole.

 Mi racconta che questa capretta era vissuta sempre da sola, unica compagnia le galline e i numerosi cani da cinghiale del proprietario, un contadino che coltivava vasetti di lavanda ed altre aromatiche in alcune serre. Quando non era chiusa nel pollaio, la poveretta veniva legata con una corda di alcuni metri ad un picchetto piantato per terra in un terreno incolto tra le serre, contribuendo a tener pulito questo spiazzo utilizzato anche come parcheggio dai camion che venivano a caricare i vasetti. Alla sera, terminato il lavoro, vado su in campagna a vedere questa capretta, anche perchè le parole di Valerio mi avevano incuriosito ... La poverina sembrava una capra normale a cui avessero accorciato le gambe, con un testone grosso e senza corna, ricordava di più un cane, anche perchè aveva un collare di cuoio spesso e con borchie metallice (che le ho subito levato). Una pancia asimmetrica e spelacchiata, stava lì ferma a guardare le altre come se si chiedesse che animali fossero; le altre caprette erano di fronte immobili, non riuscivano a capire da dove saltasse fuori questa bestia più grossa di loro. Finalmente Rocky prende l'iniziativa, deve far vedere chi è il capo e si avvicina fiutando guardingo, poi inizia a spintonare, infine si drizza in piedi e piegando la testa da un lato, dà una fiera capocciata all'intrusa... come sbattere contro un muro, il capretto rimbalza indietro e la capra non si sposta, anzi sembra stupita di questa accoglienza.Resto ancora qualche minuto, mentre la situazione è tornata di stallo, poi me ne torno verso casa, pensando di chiamarla Valeria in onore, si fà per dire, del mio amico "compagno di merende".

 Al mattino, mentre sono al lavoro, mi richiama Valerio, dicendomi che era su dal recinto e che a Rocky si era spezzato un corno, era un pò sanguinante, ma che era riuscito a far vedere chi comandava, stava possedendo la nuova arrivata... Da quel momento però ha iniziato a comportarsi come il maschio, annusava l'urina delle altre caprette e sollevava il muso con quella caratteristica smorfia che fanno i maschi, correva insieme a Rocky dietro le caprette mugolando (non sapeva belare), ma ogni tanto gli si concedeva e Rocky non era geloso di come Valeria si comportava con le caprette... Non ha mai partorito, penso fosse troppo vecchia, e dopo un anno circa è sparita, credo sia andata a morire in qualche punto della macchia mediterranea che circonda il mio uliveto, o forse è rimasta in qualche laccio che i bracconieri mettono per i cinghiali. Spero solo che l'anno di libertà che ha avuto nel mio terreno l'abbia in parte ripagata della vita segregata che le hanno fatto fare...


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scritto da caprettetibetane | 01:59 | commenti (3) Torna in plancia


 

Mela+F: trova e sostituisci. Mi basta trova, digito isola. Invio. Ricerca in documento completato. L’elemento ricercato non è stato trovato. Mela+A: seleziona tutto. Conteggio parole. 2.053.622 caratteri (spazi inclusi) e mai che nelle loro alchimie abbiano composto l’isola che cerco. Magari si sono spinti un po’ oltre. 7 volte per isolamento, 6 volte per isolare, 2 volte per isolato. Nessuna isola tout court. E in una notte incosciente ed elettrica di caffè, punto il cursore a caso, scelga lui tra 16.732 paragrafi.

Sto seguendo il tg e, rispetto ai rischi di una guerra imminente, il mio pensiero stringente è capire se il corteo della pace intralcerà in qualche modo il tuo ritorno a casa. E’ impressionante come fatti di attualità estrema e preoccupante per il futuro di 6 miliardi di esseri umani, in certi momenti, si riducano a pensieri così circoscritti. Nello spazio tra me e te.

Un’isola c’era, dunque; noi l’abitammo senza scriverne. Tanto piccola da essere circoscritta nello spazio tra me e te (perché no, non ne lasciammo mai molto di spazio tra noi). Tanto forte da usurpare, fagocitare e ridurre l’universo intorno a poco più di uno sbiadito spezzone scenografico.

Chi aveva scritto del tg? Lo guardavi tu mentre io tornavo a casa? Lo guardavo io mentre t’immaginavo sulla via del ritorno? Perché ho dimenticato la tua voce, ma ancora non riesco a distinguere le tue parole dalle mie. Mela+W. Chiudi file.


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scritto da justannie | 01:47 | commenti (3) Torna in plancia




venerdì, ottobre 24, 2003
 

 Un'isola mai vista

Un'isola mai vista, quella devi cercare. Desolazione e senso d'irrealtà sono i tuoi compagni d'avventura. Nel film della tua vita stai recitando una parte per cui non avevi firmato il contratto. Ti senti violentata e derubata di tutto quello che avevi; forzata a cambiare rotta nella tua navigazione. Dopo tanto tempo e tante energie impiegate per arrivare lì, scopri che la tua destinazione è un'altra: una che non avevi mai immaginato.
Rabbia e incredulità ti accompagnano nello sbandamento e cadi, cadi, cadi... e bevi quell'acqua schifosa, putrida, puzzolente e annaspi e stai per annegare e anneghi, cadi sempre più giù, il buio totale ti sommerge, niente, non vedi niente, il buio fa paura, il silenzio ti annienta, non c'è niente quaggiù, niente, niente, NIENTE!
Non c'è niente quaggiù...
non c'è niente quaggiù...
non ce la faccio più, non riesco a tornare su, non riesco, mi lascerò andare, lascerò che la corrente mi porti via e che quest'acqua mi riempia i polmoni e il cuore e l'anima e...
cos'è quel rumore che mi rimbomba nelle orecchie, ho paura, chi c'è qui?
Chi c'è qui? Non respiro, non posso più respirare... e quel rumore, quel rumore, cos'è?
Un filo di luce, come un lampo, per un attimo ho visto il cielo, era azzurro, sono sicura era azzurro...
Chissà forse c'è anche il sole...
Qui non arriva niente e ormai i polmoni sono pieni di acqua puzzolente, ormai non c'è più niente da fare e poi l'isola è troppo lontana, non ce la farei mai... mai...
Se smettesse un secondo, questo rumore che ho nelle orecchie, se smettesse potrei sentire se c'è qualcuno.
Un altro lampo di luce, il cielo di nuovo e... sono sicura stavolta c'era anche il sole, sono sicura.
Se mi aggrappo a questo bastone forse mi tiro un po' su, forse... Se davvero c'è il sole lo voglio vedere, voglio sentire se riesce ancora a scaldarmi le spalle, se i bambini giocano ancora nel parco, voglio vedere se le rondini sono tornate...
Un attimo solo, darò un'occhiata e poi mi lascerò andare di nuovo. La forza non l'ho più, lo so, solo un attimo posso respirare. Un attimo basta. Basterà.
Poi lascerò di nuovo che mi sommerga l'acqua e l'oblio. Annegherò in questo mare desolato, dove la mia isola, quella del mio film originario, non c'è più.
Un attimo a respirare il sole, il calore che entra e quel rumore che si placa. Un'altra isola all'orizzonte, sconosciuta e mai desiderata, abitata da molte persone.
Quel rumore non è più così forte, adesso che sono fuori dall'acqua lo sento meglio, capisco tutto...
quel rumore è sempre con me: è il mio cuore che batte e cerca una nuova isola in cui poter vivere.
 

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scritto da dolittle | 22:30 | commenti (2) Torna in plancia


 

L'isola spostata

Qui fanno scherzi da prete.

Dopo 5 giorni di navigazione con mappe navali particolareggiate, ero certa di essere arrivata nel punto contrassegnato con la X nella piantina che la capitaneria di porto mi aveva regalato mossa a pietà dopo aver visto i miei occhi inumidirsi. Sto beccheggiando sulla mia barchetta che è un modello ridotto della "Regina d'Africa" di Hustoniana memoria, ma dell'isola nessuna traccia.La cambusa sta esaurendo le scorte di gallette e il processo di desalinazione dell'acqua marina si presenta lento.

Non fate i furbi e rimettete l'isola al suo posto.


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scritto da notimetolose | 19:00 | commenti (4) Torna in plancia


 

 

SPECIALE SCIOPERO

Sono il corrispondente dell'Agenzia NewsNilo ed ho inoltrato a tutte le agenzie di stampa italiane che è in atto una rivolta degli operai, in fermento in questa regione, per la cattiva gestione economica e politica del faraone Ramses III. Ormai gli operai del villaggio di Deir el-Medinet, i più motivati e tartassati, hanno deciso di attuare uno sciopero generale per domani, venerdì 24 ottobre 2003. Niente riuscirà a farli desistere dal mettere in atto il primo sciopero della storia e questo 1152 a.C. verrà ricordato per i secoli a venire.
Da giorni i lavoratori, hanno incrociato le braccia e i lavori per la costruzione dei templi di Tebe, sono bloccati. Reclamano la loro paga che da alcuni mesi non viene corrisposta. Hanno fame e l'introduzione della nuova moneta "EuroRames" ha dato il colpo di grazia perché ha fatto impennare i prezzi di grano, pesci, e legumi. Rivendicano il riconoscimento dei lavori faticosi ed usuranti: provate a sollevare pietre pesantissime, sotto il sole del deserto, senza gli unguenti necessari che non vengono più concessi dal governo del Faraone.
Questa è la situazione al momento qui in Egitto ma da notizie che provengono dalla vicina Italia, la situazione è simile se non peggiore.
Anche in Italia un taroccato Faraone ha messo in atto una situazione politica-economica contro i lavoratori. Per questo motivo ho avuto la notizia dell'adesione allo sciopero generale che effettueranno anche i lavoratori italiani,solidali con il nostro popolo egiziano perchè anche loro tartassati senza ritegno.
Per questo motivo aderiamo tutti allo sciopero contro i Faraoni: Rames III e il taroccato Faraone Silvios I.

postato da Pattinando

 






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scritto da colfavoredellenebbie | 03:23 | commenti Torna in plancia