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domenica, novembre 30, 2003 Si sono venduti anche il Duomo!
Giornata schifosa (edaje, è una settimana che piove - governo ladro! -)... Polizia locale?! Eh già, non bastavano gli ex-vigili urbani ora polizia municipale, gli ausiliari della sosta, gli ausiliari del traffico e il poliziotto e/o il carabiniere di quartiere, adesso si sono inventati anche la "polizia locale" (grazie "governatore" Formigoni)! E hanno pure con una dotazione d'avanguardia: un elicottero Agusta A109 Power, dotato di due turbomotori da 930 cavalli che può volare fino a 6.100 metri di quota e ha un'autonomia di 965 Km oltre ad una velocità massima di 311 Km orari (utilissimo in città). Quindi decido di andare con i mezzi pubblici. Arrivo a destinazione, mi dirigo verso Piazza Duomo e proprio al centro intravvedo nella nebbia una specie di castello di carte di un colore indefinito... E ancora quel suono... quella sirena... anche qui... veramente strano suono 'sta polizia locale... Mah! Saranno i lampeggianti all'americana... Mi ritorna subito in mente la leggenda metropolitana (epoca "mani pulite" ndr) della fontana del Castello Sforzesco trasferita pezzo per pezzo nel giardino della villa di Craxi ad Hammamet. Dove è finito il duomo allora? Ad Arcore? A Villa Certosa in Sardegna?? Distratto nuovamente dal suono della sirena (ecchepalle!) scorgo un uomo pelato con gli occhialini tondi, in mutande, che balla sotto la pioggia battente con un sorriso stampato sul faccione e mi sembra proprio... ma si e' lui, e' proprio lui, Teo Teocoli! Azz... no, è il sindaco Albertini! Allora gli chiedo: - Scusi... sciur sindaco, ma dov l'è finì el Domm? Non ci posso credere! Sto male... E lo strano suono si fa sempre piu' forte e sempre piu' vicino... Ma cos'e'? Ancora la sirena della Stilo della Polizia Locale??? Che fastidio! Strizzo gli occhi, li riapro... Azz... Ma è la sveglia, quella maledettissima sveglia! Ecco che cazzo era quel suono... Mah... Anche questa volta e' andata bene... credo...
Categoria: sabato, novembre 29, 2003
Per essere lenta, lo sono. Eccome. E' passato oltre un mese da quando Alp mi invitò a scrivere sul battello scrittura. E solo ora ho trovato il coraggio di farlo. Un'assenza, la mia, motivata da una fuga da quelle nebbie padane che tanto mi angosciano ma che mi danno spunti per scrivere. Non so come ma i posti troppo belli stimolano tutti i sensi, mortificando la mia voglia di pensare alcunché, se non appunto la bellezza che i miei occhi colgono. Invece quando ritorno in questa città che vuole perdere le sue radici, preferendo l'inquinamento di tre centrali elettriche ai suoi (un tempo) famosi peperoni, avverto l'esigenza di scrivere. Come se le parole potessero fermare la svendita di un territorio e della sua gente.
Categoria: venerdì, novembre 28, 2003 IL GIOCO DELLE PAROLE CHE FANNO VIVERE Certe volte il blog è un teatrino narcisistico. Nelle passate settimane mi sono compiaciuto lanciando giochi a partire da mie “composizioni”; erano i visitatori che espandevano una mia “premessa” utilizzando i commenti, mentre io mi limitavo a trasferire i contributi in prima pagina. Questa volta non sarò maestro di cerimonia, ma un giocatore tra gli altri. Come punto di partenza di un ulteriore gioco di scrittura collettiva vi propongo l’incipit di una poesia di Paul Eluard (grazie a Justannie per il promemoria) che noi continueremo in modo diverso dall’originale. La poesia era dedicata a un partigiano, Gabriel Péri, ed è un semplice (semplice?) elenco di parole che fanno vivere. Io amo le parole, mi sono state compagne di giochi nell’infanzia e oggi sono al cuore delle mia rete di amicizie. Ricordo un sogno che risale a quando studiavo all’Università. Ero un archeologo e scavavo un sito che prometteva scoperte. Finalmente disseppellii un bauletto metallico; ne ripulii la superficie con la fretta dell’amante e lo aprii: conteneva delle minuscole stelline luminose che, nella (anti)logica del sogno, sapevo essere le parole. Bene, cominciamo, il permesso a Eluard l’ho già chiesto io. Gli ho pure presentato le scuse anticipate e gli ho spiegato cos’è un blog. Si è molto rammaricato di non averlo inventato lui.
Ci sono parole che fanno vivere E sono parole innocenti La parola calore e la parola fiducia La parola amicizia, la parola libertà La parola musica, la parola silenzio. La parola nelle orecchie e quella sulla pelle La parola che si imprime, la parola che scolora La parola di un bambino che cresce per dirti ti amo perché non ti odio La parola sentita e quella trasandata, la parola che brami , la parola che regali La parola empatica,la parola anoressica la parola che si ferma,la parola di quando è morto La parola scorciatoia per capre, che scorcia, stringe, scarna: così sono tutte quelle che si mozzano, che si abbreviano, per arrivare di corsa, col fiato grosso o per piantarsi nel petto, come spine. Una parola per evadere e sognare: ala. Parte piana, punta in alto, con la sua l che accarezza il cielo, e scende a terra, di nuovo Le parole mute, le parole che rimbombano nelle membra. Le parole del silenzio, le parole fragorose del nulla
Categoria: Caro diario, sono ancora qui a Madrid con un bicchiere di sangrìa in una mano e un pò di paella nell'altra, e la tastiera del piccì che sta diventando una mer... Categoria: giovedì, novembre 27, 2003 Notti di note, qualcosa che non ascolti più da tempo, because the night...
Notti che finiscono troppo in fretta e notti che non finiscono mai Notti in cui il sonno viene e tu non lo vorresti, notti in cui preghi che il sonno arrivi e lui si fa desiderare Notti di telefoni muti o di telefonate interminalbili Notti di silenzi che quasi urlano o di parole che non dicono nulla Notti di cielo calmo, rischiarato dalla luna e dai tuoi sogni, notti di nuvole e pensieri agitati, cattivi, rabbiosi Notti di cielo silenzioso e vuoto di pensieri Notti da sogno, notti da incubo e notti da nulla Notti di lenzuola agitate come onde, impregnate di odori, umide di sapori Notti di lenzuola, fredde e umide di lacrime, che odorano solo di ricordi Notti stordite da alcol, musica e risate, notti di sussurri, di carezze e di sorrisi Notti di angosciante solitudine Notti di pacifica solitudine...because the night belongs to lovers, because the night belongs to lust, because the night belongs to us... momi 02:13 | commenti (4)
Categoria: Grazie dell'invito ed un saluto a tutti quelli che si sono imbarcati in questa avventura. Un mio piccolo contributo. HO VISTO COSE CHE NEANCHE VOI UMANI… Ho visto agenti delle tasse raccogliere soldi per sovvenzionare ministri senza portafoglio. Ho visto zingarelli vendere dizionari ai semafori! Ho visto una sentenza della Corte di Cassazione dar ragione ad un impiegato licenziato per aver fumato uno spinello sul lavoro. In Spagna! Ho visto un senatore democristiano sniffare coca e dire che era per uso terapeutico. In Italia! Ho visto arabi fare cose turche In Russia ho visto bambini mangiarsi i comunisti. Ho visto Mickael Jackson adottare un dodicenne per garantirgli un futuro. Ho visto due scimpanzè ballare un orango tango. Ho visto la classifica dei vincitori del Blog Ahawards 2004 fatta da GnuEconomy. Ho visto una cicala ereditare una fortuna da una formica morta di stress. Ho visto i fuochi d’artificio fatti esplodere nell’ambasciata italiana a Bagdad ed alla festa non partecipare nessuno. Ho visto coccodrilli partecipare ai funerali dei soldati morti in Iraq. Ho visto Previti congratularsi con Berlusconi (che faceva le corna e pensava “Chill’è Brill”!) Ho visto un topo di appartamenti inseguito da un gatto delle nevi. Ho visto Mediaset denunciare la Rai che a sua volta denunciava i responsabili di Raiot. Ho visto i profitti di Pubblitalia a scapito della RAI e dei giornali. Ho visto pecore con la lingua blu baciare i veterinari che avevano sbagliato vaccino! Troppe cose ho visto. E infine ho visto la foto di Personalità Confusa che firmava autografi (grazie a LC) alla Blogfest 2003.Ma questa è un’altra storia (piu’ simpatica naturalmente) ……. Categoria: mercoledì, novembre 26, 2003 Enfant terrible 35 cose della mia infanzia che poche persone sanno di me.. Categoria:
Che delizia per il narratore passare dalla terza persona alla prima! E' come quando, dopo aver usato bicchierini-ditale..., un bel momento...ti decidi e bevi direttamente dal rubinetto l'acqua fredda e naturale" ( Osip Mandel'stam)
....e allora vada così Le pareti color di crema
Erano i peperoni, i pomodori e le cipolle, insieme all'aceto e allo zucchero, a sprigionare un'armonia così intensa che avresti volentieri intinto pane tenero nell'aria. La salsa accompagnava i pasti e si alternava alla fragranza dolce del finocchio tagliato sottile e ben assortito al rosa del tonno. "Quando mi sposo, a nozze io voglio solo finocchio e tonno". Buono, lasciava nel piatto una memoria generosa d'olio, insaporito di fresco fresco, da assorbire con certe rosette di crosta gentile, senza fatica. A tavola si rideva. "Gli agnolini mangerai"- si scherzava e intanto la Dina mianonna, con geometrica precisione, divideva la carne del pollo, secondo regole gerarchiche, prima gli uomini, poi i bambini e le donne. A miamamma, la nuora giovane, zampe e testa, la cornice del pollo. Era importante il cibo a casa mia. Mentre si mangiava, si favoleggiava dei tempi in cui la Dina teneva la trattoria nel paese piccolo. Venivano i viaggiatori che apposta allungavano la strada pur di godere della sua pasta ben condita e della sua cacciatora, e quelli senza un soldo, che mangiavano e facevano allungare il conto, e qualche volta si portavano un amico. Ma una volta era venuta, per intera, anche l'orchestra del maestro Angelini, che una canzone aveva dedicato alla grazia di tanta cucina. I ricordi scorrevano sulla tavola e il cibo prendeva altri sapori: diventava il selvatico del fagiano abbattuto con la fionda e si faceva morbido come il burro del vecchio caseificio di casa , che , rovesciato dal secchio, restava madido di piccole gocce di umore. Il burro che la nonna aveva imparato a far da sola, durante il confino in Francia del suo uomo. Il cibo diventava il cibo di un'altra casa, di altri bambini, di altri racconti, che solo così tornavano in circolo piano piano. Come per un moto indolente, le storie chiamavano altre storie, che non chiedevano il tepore del camino, ma sbucavano così, un po’ sudate, sulla tavola, col piacere di un uditorio senza fretta. Quando il giro della memoria aveva già colmato la testa dei piccoli di uno sciame di nomi senza volto, allora miononno e mianonna finivano col parlare l'uno per l'altra, stretti nel loro cerchio di companatico. "Era brava la Dina. Sempre vista a lavorare, da subito. Però quel giorno, con la veste a quadrettini, è pur venuta nella camera buia sul dietro……” Infuocava mianonna e zittiva il marito con burbere, agrodolci occhiate.
I cibi, in casa mia, erano flauti di ricordi. Invadevano persino i colori, che ne prendevano le sfumature. Mentre le donne di casa assaporavano la morbidezza di certe stoffe che le clienti di miazia portavano in rotoli o pezze, la Dina sentenziava col suo vocabolario strano. "Bello questo color crème e questo nocciola, più bello del burro della camicetta della Silvana. No, no, ‘sto giallo è troppo zabaione. Ma che sfacciato ‘sto sangue di bue, va bene solo per le bistecche"……. I colori si portavano dietro l'ombra, il fantasma dei cibi e il mondo, stoffa o muro, capello o fiore si caricava di una pastosità di fiaba, di pareti di marzapane e di tetti di biscotto. Così le cose finivano per non essere cose: rivestite di panna, burro o nocciola, di zabaione o di carta da zucchero, si facevano dolci e belle, quinte per giochi di fantasia, in un mondo che si poteva annusare e gustare.
Quando vennero i pittori per la cucina e le donne decisero il color di crema , misi un dito dentro il secchio dove il colore schiumava di latte e, mosso da un bastone, diceva consistenze impensate. Assaggiai, ma non c'era sapore di vaniglia, solo un salato freddo. E un odore di pulito di calce, che non compensava la bocca amara.
postato da colfavoredellenebbie | 22:55 | commenti (10)
Categoria: Caro diario, faccio la valigia. Domattina parto per Madrid e mi ci fermerò fino a vener... Categoria: martedì, novembre 25, 2003 Alice guarda i gatti e gatti guardano nel sole mentre il mondo sta girando senza fretta
13 giugno 2002. A Pistoia con la troupe per un’altra storia d’integrazione. Stavolta il protagonista è un ragazzino rumeno, Stefan, 11 anni, da cinque in Italia. Lo abbiamo incontrato a scuola mentre completava l’esame di quinta. Adesso è quasi l’una e la sua famiglia ci invita a pranzo. Accettiamo volentieri, spostando al pomeriggio il secondo stock di riprese, in effetti avevo promesso ai ragazzi che in nessun caso si sarebbero persi la partita. Menu rumeno in piena regola, omaggio alla sottoscritta appena rientrata da Bucarest con uno strascico d’indefinite nostalgie (J. in aereo aveva sentenziato: “Stai così perché non hai consumato”. Sbarro gli occhi: “Guarda che non c’era proprio niente da consumare”. “Certo, chérie, ti credo. Mo’ appoggia la testa sulla mia spalla e chiagne”. “Ma io non ho nessuna voglia di chiàgnere”. Appoggiai la testa in ogni caso, tanto non l’avrei convinta.) Papà Florin fa il piastrellista, mamma Emilia la badante notturna dell’anziana vicina di casa. Stefan ha un marcatissimo accento toscano e già da un quarto d’ora cantilena una filastrocca in vernacolo un pochino sconcia su una rana e su un paio di mutande. Ogni tanto sostituisce il finalino con un paio di strofe in rumeno. Gli chiedo se si accorge della mescolanza. “’Un lo so. Ma la sapevi questa storia delle rana che si hala le mutande?”. “Stefan”, lo riprende debolmente sua madre, e poi si rivolge a me. “Questo qui, artro he rumeno o italiano…”. “Sì, vabbè”, ripara lui. “Forse parlo rumeno quando diho qualcosa dei mi’ nonni he sono in Romania o di certe hose da mangiare he sono della Romania, ma a me mi sembra che noi si parli sempre l’italiano. Non ti fa ridere a te la rana che si hala le mutande?”. Sberla di papà Florin, di passaggio in cucina. Scansata, Stefan è un ragazzino sveglio. Siamo a tavola quando inizia Italia-Messico. Già durante l’esecuzione dell’inno, papà Florin comincia a imprecare perché quel coglione del Trap ha lasciato a casa Baggio; dopo il gol annullato ad Inzaghi è un crescendo di epiteti impressionante. I miei ragazzi m’intercettano gli occhi con un sorrisetto interrogativo, ma dopo il secondo bicchiere di vino campagnolo di Braila, si accodano a Florin senza remore. Mamma Emilia, invece, più che una presenza discreta è un’assenza. Si muove impercettibilmente tra una portata e l’altra, diafana come i suoi occhi più bianchi che grigi, sussurra appena quando parla. Borgetti segna per il Messico, papà Florin picchia sul tavolo: “Cazzo!”. I miei ragazzi gli fanno immediatamente eco: “Cazzoooooo!”. L’undicenne integrato bacchetta: “’Un sarò miha io a dovervi insegnare l’italiano… almeno dite cacchio se proprio proprio vi scappa!”. (Tranne me, non se ne accorge nessuno). Arriva il tg ed insieme arriva il dolce, quando assistiamo alla metamorfosi di mamma Emilia. All’improvviso schizza in piedi, si scarmiglia i capelli, cerca febbricitante il telecomando, alza il volume del televisore ad un livello che credevo impossibile e implora: “Zitti, zitti, per piacere”. Sullo schermo c’è il papà di Cogne che rilascia una dichiarazione. “Non mi voglio perdere niente, fino a quando non la mettono dentro alla su’ moglie”, dice Emilia. Il ritmo incalza. Stefan urla un brindisi: “La rana hala le mutande e vedo che ce l’ha piccolo e non grande”, scansa un altro schiaffo e ride la sua risata impunita. “La rana hala le mutande e vedo che ce l’ha piccolo e non grande.” Butto giù lo spumante (italiano) e per un istante non capisco più dove sono. Le rondini volteggiano oltre la finestra spalancata. Un persiano scatta all’erta sul davanzale di fronte. Noroc! Alice guarda i gatti e i gatti girano nel sole mentre il sole fa l’amore con la luna Categoria: NE ME QUITTE PAS e se la luce che invero foriera di perduti eventi fuoriusciva felice dai tuoi occhi estivi adesso solamente fosse detrito improvviso, masso che cade, destrudo in mascherata effige, grande grigiaglia di cielo, allora il giorno sarebbe non mai seccato di fronte a nuove suonanti foreste di percezione pertinace! Il rabbuiarsi improvviso delle illazioni mi detestava a tal punto che ne rimasi allucinato. Le illazioni erano una scavatrice negli eventi che interiori si affastellavano in suppellettili, cose di cucina, case inabitate, deserti improvvisi da ritrovarsi un giorno negli occhi dei passanti alla fermata del bus. Io rimanevo incoerente facendo del peccato confusione: la stessa matrice, le stesse mani, la stessa chiusura degli occhi, lo stesso serrarsi delle luci indecisi sopra l'arancio meridiano che non accennava a dimnuire quando la calura non artificiale della stagione decideva per noi una comunanza sensoriale che ancora mi trascina nei miei fondi e neri assolati misteri. Categoria: lunedì, novembre 24, 2003 Ermete di Patmos Buio. Qui dentro è buio. Manca l’aria. L’esterno è fuori, sigillato. Sono Ermete, figlio di Al-q-hermes, e sua moglie Liqui d’Ambar, dolcissima nei miei ricordi. Ho attraversato il mediterraneo a bordo di una galera romana, chiuso in quest’otre di vino, e sono approdato in quest’ isola greca, dopo un naufragio a poche bracciate dalla costa. Le onde hanno sospinto la giara a riva, fino a incagliarla tra un masso e una tamerice sulla spiaggia, deserta. All’inizio solo un rumore ritmico, Pat-Moss, Pat-Moss, Pat-Moss, il rifrangersi della risacca sulle pareti dell’orcio. Nei secoli sono sopravvissuto bevendomi il vino ed mangiandomi il fegato, ora è finito tutto: sono puro spirito. Di mio padre, rimane il ricordo del suo buon odore, rosolio. Ho imparato le lingue dei marinai, guerrieri, soldati e pirati, oggi turisti, che sono passati da questa spiaggia, senza sentirmi, senza vedermi, nascosto dalle foglie e dal tempo. Chissà come sono adesso (loro? io?). Spezzoni senza senso, autonomi e disaggregati. Musica. Mi sono perso qualcosa, a stare chiuso qui dentro? Ci sono dei momenti, istanti, in cui il caos del monologare senza senso di Lucky, al guinzaglio di Pozzo, Categoria: SONETTO "VOTA PER ME"
[ove l'autore invita con parole e linkamenti a votarlo per concorso online di bellezza-fugace virtù- a cui non tiene e che non detiene]
Mo’ come miss italia mi paleso e sfogo qui le mi’ grandi cazzate. Ai concorsi non dono molto peso purchè abbiate di me grande pietate
non mi sono un Gesù d’amore acceso né pia sorella, né io sono un frate: sopra abisso di frasi sto sospeso con occhi vuoti e labbra screpolate.
Non sono Gretel, nemmeno Mata Hari e neppure sono Emma Bovary. Non so guidare, non ho la Ferrari,
quando piove io mi muovo col tassì. Però potreste voi… forse… magari andar su Misterblog o cliccar qui?
[ho fatto un lavoro assurdo con i linkaggi, ho scritto un sonetto-ipertesto... ma il messaggio lo lancio da vero! così potete vedere la mia faccia e tirare i pomodori alla persona giusta se mi incontrate per strada! baci! ciao) Categoria: Oggi sono andato a mangiare polenta taragna in quel di Bergamo con MaxBukowsky e IlPuticoBino di OrdinariaFollia. E si sa, quando si mangia polenta taragna, strane storie vengono in mente. Categoria: Naufraghi Era una notte né buia né tempestosa. Questa, credo, è l'unica nota positiva del mio racconto. La nostra misera scialuppa, cullata dolcemente dalle onde placide solcava in maniera precaria la grande massa d'acqua. Con noi sopra. Naufraghi nel mezzo dell'oceano. Che orribile fine avremmo fatto? Ci saremmo sbranati a vicenda per fame? Gli squali avrebbero banchettato con noi? O cos'altro ancora? Disperati, non osavamo dir niente. Capirete, nella nostra situazione cosa c'era da dire? Niente, niente. Guardavo i volti dei miei compagni di sventura e nei loro occhi, nelle rughe che solcavano la loro fronte, nella barba ispida che copriva le loro guance vedevo come in uno specchio me stesso. La mia, la nostra diperazione. Come a voler aggiungere del ridicolo alla nostra desolante situazione, l'unica cosa che avevamo frettolosamente caricato sulla nostra scialuppa, convinti che contenessero provviste, erano delle casse di legno. Dentro, solo bottiglie di prezioso champagne. Nient'altro. Perlomeno prima di morire, sperduti nell'oceano, avremo fatto delle bevute da signori. Quando risuonò la voce di uno di noi: "E' ora" capimmo che era giunto il momento. Mancavano il ghiaccio e i bicchieri di cristallo, mancavano delle belle donne per cui valesse la pena festeggiare, ma salutammo comunque con un brindisi l'arrivo del nuovo anno...
Categoria: sabato, novembre 22, 2003 Quando vidi gli uccelli oscurare corso Buenos Aires
Mi ritrovo sempre più spesso a leggere notizie di animali che attaccano l’uomo. O forse sono io ad essere particolarmente influenzabile.
- Ci attaccano. Chi? - Gli animali. - Si. Gli animali. Vabbè. Piacere. Salve.
- Rallegramenti. Salve.
:: Chiusura nonsense - Scusi, la lavanderia più vicina? :: Chiusura cyberpunk
:: Chiusura romantica
Categoria: Statale 46. Chilometro 21 Statale 46. Chilometro 21. Un appuntamento non si da a caso. Un appuntamento speciale tanto meno. Non ci sono locali. Birrerie. Non un posto visibile da lontano. Statale 46. Chilometro 21. La strada non ci da noia. Il problema siamo noi. Elettrici. Tra una fermata al bar per un po’ di aperitivi, alla birreria per le sigarette e in un altro posto del cazzo per la ricarica del telefonino, arriviamo in ritardo e già abbastanza sbronzi. Ma questo è un appuntamento speciale. E l’aria fredda che sento tagliarmi il viso, mi rimette in sesto. L’abbraccio l’ho sentito prima di ogni altra cosa. Prima di averti guardato il viso. L’ho sentito sopra e su tutto. Stretti come si doveva. Perché è vero diocristo che è come se ci fossimo sempre conosciuti. È lui. Un paio di minuti di panico. Guardandolo fisso negli occhi. Mi sciolgo e mi rendo conto che non è solo. Statale 46. Chilometro 21. Partiamo insieme. Il locale è uno di quei posti dove l’odore del vino e della carne non viene camuffato da profumi artificiali. Qui se vuoi mangiare maiale…senti l’odore del maiale. Punto. Le caraffe di vino abbattute vengono immediatamente sostituite. Ed è una bella festa. Ci ritroviamo a parlare di tutto. E forse vorremmo chiederci molto di più. Perché è vero diocristo che sembra di conoscerci da una vita. Tutti. Tra risate e confessioni. Tra cazzate e vino buono. Non volevo andarmene di là. (…) Silenzio. Non tanto. Ma due minuti di silenzio me li sono presi. Perché l’ho sentita la pacca sulla spalla quando ti ho raccontato di me. Ho sentito una mano. Carica di bello. Ho sentito sangue caldo. Ho sentito affetto. Vero. Poi un grido, che mi parte dallo stomaco. E che vola in aria. Kiloooo!!! Categoria: UNDERWATER nel sabato prostpandiale si fermò attentamente mia pupilla. La stilla che rimava di ghiaccio intemperante fece sì ch'io potessi ammettere le mie germinali freschezze cerebrali ad un pertugio profondo, sotterrato nel buio come un corpo ormai nutrito da foglie appannate; capitolai in una notte prolungata solo per stanchezza d'arti che remano al vento, mulini in terra di Fiandra. Oggi ho consumato il pasto domenicale ringraziando accuratamente con preghiere improvvisate colui che mi tiene appeso qui nel marionettesco teatro della progenie deformata dall'aria acida cittadina e la lentezza m'ha preso nell'ora postmeridiana più propizia alle facezie delle noie. Un ùggia frettolosa si dischiude nelle mie mani e per dilettare la corale che da oro nella rima più possente della lacrima stellare, mi fingo in stranieri avvenimenti mio paradosso: a più non posso in sogno mi si scagliano frantumi e spesso perdo circospezione nell'andare di veglia in veglia alla cattura del senso più scisso, madre di ipocondrie veraci, molto discussa tenaglia del pensiero, siero mortale dalla bocca duplice del serpente che non striscia. Sorelle animose gettarono nel fiume strani cigni e pavoni, persi nel rivolo scorrevole della svelta traversata affofarono in una differita goffa e penosa. Neuronale, la mia veglia li ritrasse come sillabari imperfetti, come anelli annichiliti fra le dita di una mano che si placa solamente a rintocco musicale e mi prende orora il desiderio di traghettare tutti coloro che con me furono nei giorni senza volume che albeggiano spesso su queste sponde d'Arno con me in oltranza e comune sembianza al fatiscente. Clemente, un desiderio di perdono e remissiva calma apollinea mi imperla frontale le meningi. Dal telefono accuratamente atteso fluiscono paranoie configurandosi in stati perenni d'abbandono. Perdono.
Categoria: Il pane, le rose un amico mi ha detto"condivido la tua ammirazione su gino strada, un po' meno la volontà di fare dei battelli anche uno strumento politico".. Io non so se raccogliere fondi per emergency, sia fare dei blog..uno strumento politico. forse si.ma in questo, non ci vedo nessuna contraddizione, perchè,finora, emergency di gino strada Per il resto, i blog sono espressione di persone,come tutti, con mille contraddizioni, come tutti. Io, mi batto per la salvaguardia dell'ambiente, e poi fumo(danneggiando anche il mio ecosistema interno) Comunque,per non farla lunga, a me piaceva molto uno slogan del movimento sindacalista svedese, mi pare, Credo che scrivere queste cose,a alla mia età, lasci solo 2 possibilità: La frase è"Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti" Categoria: venerdì, novembre 21, 2003 . Da Io sono verticale di Sylvia Plath
IO SONO VERTICALE (ma preferirei essere orizzontale) Mi sono stancato. Voglio vedere com'è da questo punto di vista. La strada hanno smesso di costruirla due anni fa. Un lungo nastro d'asfalto che avrebbe dovuto congiungere due centri commerciali. Dei centri commerciali si vedono solo gli immensi crateri delle fondamenta. Comunque, eccomi qua. Mi sono stancato, dicevo. Sempre in piedi, faccia a faccia con la vita. Dover attraversarla passo dopo passo, il vento gelido dell'inverno, i pollini dell'estate... Tutti quegli occhi da guardare cercando di capire cosa c'è dietro. Non ci sono mai riuscito. E poi il mio corpo in piedi è un bersaglio così evidente che la vita non può fare a meno di colpirlo. Io sono qui dice il mio corpo in verticale. Ma adesso mi sono stancato di tenerlo in piedi. Ho deciso per un'esistenza orizzontale, anche se solo per un giorno. Mi sono sdraiato. L'asfalto è caldo, rugoso, e punge di minuscoli sassolini. Non dura molto. Dopo un po' il caldo mi ha assorbito. Ho gli occhi chiusi. Ascolto. Un soffio lieve, quasi una brezza ma più leggera. Le foglie degli alberi sussurrano. Mi ricordo di quando mi arrampicavo sul ciliegio, nel giardino di mia zia. Potevo restarci un intero pomeriggio. Leggevo Topolini. Ogni tanto ronzii attraversano l'aria. Quello che mi ha appena sfiorato aveva un che di severo, di perentorio. Un altro è lieve, fugge via nervoso, come la vocetta isterica di una zitella. In lontananza, se ti concentri, puoi afferrare lo scorrere schiumoso del traffico sull'autostrada. Guardo. Il rapido volo di un uccello, come un sottile segno di matita subito cancellato. Bave di nuvole. Bioccoli minuti che si dissolvono nella trasparenza dell'aria. Mi fanno male gli occhi. Non ho pupille abbastanza grandi per contenere il cielo. Così torno a chiuderli e per un momento è come se mi avessero tuffato in un'acqua rosso sangue. Penso che forse potrei anche non alzarmi più. Il mio corpo orizzontale non oppone resistenza. Troppo basso sulla terra, non contrasta l'impeto dei venti, che lo ignorano e passano oltre. Disteso immobile sull'asfalto. Su una strada che porta a niente. I prati tutt'intorno. Stranamente leggero e pesante. Leggero e orizzontale. Pesante della mia stessa leggerezza. Mi addormento e sogno. Spalanco gli occhi e la notte è sopra di me, pietrificata di stelle puntute. Resterò per sempre. Orizzontale. Categoria: |