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domenica, novembre 30, 2003
 

Si sono venduti anche il Duomo!


L'avevo sentito in giro, in ambienti poco affidabili e faziosi (quello dei bloggers, per esempio) ma mi sembrava assolutamente inverosimile...
Quindi oggi, approfittando di un appuntamento di lavoro, vado in centro, anche per controllare di persona.

Giornata schifosa (edaje, è una settimana che piove - governo ladro! -)...
Di andare in macchina non se ne parla neanche... traffico, pioggia, sensi unici, parcheggi, gratta e sosta, disco orario, lavori in corso, semafori spenti, vigili, polizia locale...

Polizia locale?! Eh già, non bastavano gli ex-vigili urbani ora polizia municipale, gli ausiliari della sosta, gli ausiliari del traffico e il poliziotto e/o il carabiniere di quartiere, adesso si sono inventati anche la "polizia locale" (grazie "governatore" Formigoni)! E hanno pure con una dotazione d'avanguardia: un elicottero Agusta A109 Power, dotato di due turbomotori da 930 cavalli che può volare fino a 6.100 metri di quota e ha un'autonomia di 965 Km oltre ad una velocità massima di 311 Km orari (utilissimo in città).
Avevo gia' visto in giro le fantastiche Stilo (sempre che si aprano) con i lampeggianti all'americana e avevo anche sentito parlare dell'innovativa dotazione di difesa di questa nuova forza (non "forza nuova" ndr): bastone estensibile e spray al peperoncino... ma dell'elicottero no, non potevo immaginarlo.

Quindi decido di andare con i mezzi pubblici.
Compro un bigletto alla modica cifra di 1 Euro da 75 minuti (cazzo me ne faccio di un biglietto da 75 minuti se devo fare un tragitto di 10 minuti? Beh, da meno non esiste a Milano, mi accontento) e vado alla fermata. Ma cos'è questo strano suono? Una sirena? Vabbé sarà la polizia locale... Dopo 15 minuti di attesa sotto l'acqua arriva il SuperJumboTram (una bestia da 30 metri... lunghissimo) che mi porterà direttamente in Piazza Duomo intasando quanto basta il già congestionato traffico milanese.

Arrivo a destinazione, mi dirigo verso Piazza Duomo e proprio al centro intravvedo nella nebbia una specie di castello di carte di un colore indefinito... E ancora quel suono... quella sirena... anche qui... veramente strano suono 'sta polizia locale... Mah! Saranno i lampeggianti all'americana...
Tornado ad osservare la cattedrale, penso tra me e me, "staranno ristrutturando la facciata" (come al solito... manco fosse la Sagrada Familia)... Quindi mi avvicino però ho l'impressione che manchi una certa profondità alla struttura. Mi sposto sul lato e mi accorgo che... il Duomo non c'e' più!
Sono allibito! Proseguo velocemente su Corso Vittorio Emanuele ed effettivamente c'e' solo l'impalcatura che ricorda vagamente le forme del duomo ma dietro e' sparito tutto!

Mi ritorna subito in mente la leggenda metropolitana (epoca "mani pulite" ndr) della fontana del Castello Sforzesco trasferita pezzo per pezzo nel giardino della villa di Craxi ad Hammamet. Dove è finito il duomo allora? Ad Arcore? A Villa Certosa in Sardegna??

Distratto nuovamente dal suono della sirena (ecchepalle!) scorgo un uomo pelato con gli occhialini tondi, in mutande, che balla sotto la pioggia battente con un sorriso stampato sul faccione e mi sembra proprio... ma si e' lui, e' proprio lui, Teo Teocoli! Azz... no, è il sindaco Albertini!

Allora gli chiedo:

- Scusi... sciur sindaco, ma dov l'è finì el Domm?
What? Sorri, ai dont spik inghlish, signore.
- Ah, non parla milanese (lo sapesse il suo amico Bossi...)...
Traduco: Dove è finito il Duomo? Chi se l'è fregato??
Il duomo?! Ma no... Non l'ha rubato nessuno. E' stato venduto per comprare l'elicottero della polizia locale.
- Ma come? Vi siete venduti il duomo??
Ma si, ormai non serviva piu'... non rappresentava più Milano. Il simbolo della città adesso è il biscione di Canale5, c'e' n'e' uno enorme a Cologno Monzese, non l'ha visto? Bello eh??
- Ma...come?! Il biscione? Il duomo non era il massimo, d'accordo, un po' tardo gotico, un po' romanico e un po' rococò, ma ci ervamo affezionati... Ma che cosa volete fare al posto del duomo?
Ma certo, le tradizioni vanno rispettate... rimarrà la forma a ricordo del duomo ma al suo posto ci sara' un mega schermo a 2.500 pollici che trasmetterà 24 ore su 24 il Maurizio Costanzio scio', Maria de Filippi, Gerry Scotti, Emilio Fede e anche un po' di pubblicità.. sa com'è gli sponsor ci vogliono...
- Solo la facciata? E dietro???
Ci faremo l'eliporto della polizia locale!

Non ci posso credere! Sto male... E lo strano suono si fa sempre piu' forte e sempre piu' vicino... Ma cos'e'? Ancora la sirena della Stilo della Polizia Locale??? Che fastidio!

Strizzo gli occhi, li riapro... Azz... Ma è la sveglia, quella maledettissima sveglia! Ecco che cazzo era quel suono...
Le 8.30! Sono in ritardo, sono in tremendo ritardo! Ma... allora era solo un sogno... uno stramaledettissimo incubo!

Mah... Anche questa volta e' andata bene... credo...
Ma sono in ritardo e devo andare in centro... con i mezzi... e piove ancora ... e il duomo è sempre in ristrutturazione... o forse ce lo stanno smontando pezzo a pezzo.......

 





















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scritto da MaxBukowski | 12:11 | commenti (7) Torna in plancia




sabato, novembre 29, 2003
 
Per essere lenta, lo sono. Eccome. E' passato oltre un mese da quando Alp mi invitò a scrivere sul battello scrittura. E solo ora ho trovato il coraggio di farlo. Un'assenza, la mia, motivata da una fuga da quelle nebbie padane che tanto mi angosciano ma che mi danno spunti per scrivere. Non so come ma i posti troppo belli stimolano tutti i sensi, mortificando la mia voglia di pensare alcunché, se non appunto la bellezza che i miei occhi colgono. Invece quando ritorno in questa città che vuole perdere le sue radici, preferendo l'inquinamento di tre centrali elettriche ai suoi (un tempo) famosi peperoni, avverto l'esigenza di scrivere. Come se le parole potessero fermare la svendita di un territorio e della sua gente.

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scritto da bassapadana | 18:07 | commenti (4) Torna in plancia




venerdì, novembre 28, 2003
 

IL GIOCO DELLE PAROLE CHE FANNO VIVERE

Certe volte il blog è un teatrino narcisistico. Nelle passate settimane mi sono compiaciuto lanciando giochi a partire da mie “composizioni”; erano i visitatori che espandevano una mia “premessa” utilizzando i commenti, mentre io mi limitavo a trasferire i contributi in prima pagina. Questa volta non sarò maestro di cerimonia, ma un giocatore tra gli altri. Come punto di partenza di un ulteriore gioco di scrittura collettiva vi propongo l’incipit di una poesia di Paul Eluard (grazie a Justannie per il promemoria) che noi continueremo in modo diverso dall’originale. La poesia era dedicata a un partigiano, Gabriel Péri, ed è un semplice (semplice?) elenco di parole che fanno vivere. Io amo le parole, mi sono state compagne di giochi nell’infanzia e oggi sono al cuore delle mia rete di amicizie. Ricordo un sogno che risale a quando studiavo all’Università. Ero un archeologo e scavavo un sito che prometteva scoperte. Finalmente disseppellii un bauletto metallico; ne ripulii la superficie con la fretta dell’amante e lo aprii: conteneva delle minuscole stelline luminose che, nella (anti)logica del sogno, sapevo essere le parole. Bene, cominciamo, il permesso a Eluard l’ho già chiesto io. Gli ho pure presentato le scuse anticipate e gli ho spiegato cos’è un blog. Si è molto rammaricato di non averlo inventato lui.

Ci sono parole che fanno vivere

E sono parole innocenti

La parola calore e la parola fiducia

La parola amicizia, la parola libertà

La parola musica, la parola silenzio.
La parola profumo e la parola sorriso
La parola sussunta e la parola intuita
La parola che non trovi e la parola che reincontri
La parola che afferri e quella che perdi
La parola che sfuggi e quella che rincorri
La parola che profuma, la parola che puzza
La parola che abbracci e quella che tralasci
La parola che taglia e quella che ti salva
La parola nella mano,la parola negli occhi

La parola nelle orecchie e quella sulla pelle

La parola che si imprime, la parola che scolora

La parola di un bambino che cresce per dirti ti amo perché non ti odio

La parola sentita e quella trasandata, la parola che brami , la parola che regali

La parola empatica,la parola anoressica la parola che si ferma,la parola di quando è morto

La parola scorciatoia per capre, che scorcia, stringe, scarna:

così sono tutte quelle che si mozzano, che si abbreviano, per arrivare di corsa, col fiato grosso o per piantarsi nel petto, come spine.
La parola a strada aperta, che fascia, dilaga, si slarga e avvolge, pigra e lenta: così son tutte le parole che raccontano senza fretta, indolenti e piane...

Una parola per evadere e sognare: ala. Parte piana, punta in alto, con la sua l che accarezza il cielo, e scende a terra, di nuovo

Le parole mute, le parole che rimbombano nelle membra.

Le parole del silenzio, le parole fragorose del nulla

 

 












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scritto da PaoloGalloni | 16:56 | commenti (19) Torna in plancia


 

Caro diario, sono ancora qui a Madrid con un bicchiere di sangrìa in una mano e un pò di paella nell'altra, e la tastiera del piccì che sta diventando una mer...

[bzzzzzz....@#€...splinderfottuted.....bzzzzzzz......KJçé°*§=(%&$£....]

Interferenze/2 [qui puoi leggere Interferenze/1]

...Luciano. Luciano..tick...tick...Qui funsiona tuto. Luciano. Il piccì è a posto. Io no lo so qual'è problema con uord-prosessor. E' tuto occhei qui. Oh. C'è pulsante nuovo, Pubblica post. Chisà cosa serve. Luciano. Luciano. Dai una mano a quelo stronso e ne aprofita sempre. Epoi io ho preso il patentino del piccì ieri, non sono mica un esperto. Io sono Sting. Io canto, mica sono un incegniero. Canto cansoni, io. Bele cansoni. E cuadagno centomilavolte più di un incegnero.

Beh. A dir la verità non tute le cansoni sono mie. Ah. Se il mondo sapese. Ah, se lo sapese. Se lo sapese sarebe un casino. Un casino grande, non un casino picolo. Grande come il casino di Roma dove vano politici e vips. Eh. Ricordo ancora. Ricordo ancora il mio mìting con Silvio Perluscone e Michele Apicela. Ah. Quanti ani. Quanti ani sono pasati. Tanti ani. Che ridere. Alora Perluscone era un cantante da crocera. Un picolo cantante. Picolo e pure baso. Mi ricordo bene, io. Mi detero il testo e la musica di una cansone. Volevano una racomandasione colla EMI. La cansone si intitolava Rosana. Parlava della fitansata di Perluscone. He, he. He, he. Io l'o traducita e l'o cantata sensa dire niente. L'o chiamata Roxanne. Comesisonoincassati! Emmadona! Ecchesaràmai! Una cansone rubata a due sconosciuti. Eppoi chi se lo aspetava che Perluscone diventava il magnacio...come si dice...il magnate che è adeso. La vita. Incredibile la vita. He. Quanti ani. Quanti ani sono pasati.

E quela altra volta. Quela volta che vene da me Toto Cutunio durante il droca parti a casa del senatore Colompo. He. Quanti ani. Nesuno lo conosceva alora Cutunio (e nepure Colompo, però). Mi portò una cansone. Ho preso anche quela. No rubata. Presa in prestito. Mica rubata. Si intitolava Un messaggio nella bottiglia di Ferrarelle. Ho campiato il nome. L'ho tradocita. L'ho chiamata Message in a bottle. Ah. Quanti ani. Tanti ani sono pasati. Tanti soldi ho fato. Ala facia di Cutunio.

E ora sono qui a setare il piccì del pansone. Tuto per un punio di euro. Chemitocafare per un milione di euro. Ah. La vita. Come sono caduto in baso. E ce pure una cosa strana qui. Un pulsante gialo. Publica post. Chisà cosè. Mo' lo pigio. Ah. Se il mondo sapese. Perluscone e Cutunio. Rosana e la bottiglia Ferarele. Se il monto sapese. Lo pigio il botone? Essichelo pigio, và....
















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giovedì, novembre 27, 2003
 
Notti di note, qualcosa che non ascolti più da tempo, because the night...
Notti che finiscono troppo in fretta e notti che non finiscono mai
Notti in cui il sonno viene e tu non lo vorresti, notti in cui preghi che il sonno arrivi e lui si fa desiderare
Notti di telefoni muti o di telefonate interminalbili
Notti di silenzi che quasi urlano o  di parole che non dicono nulla
Notti di cielo calmo, rischiarato dalla luna e dai tuoi sogni, notti di nuvole e pensieri agitati, cattivi, rabbiosi
Notti di cielo silenzioso e vuoto di pensieri
Notti da sogno, notti da incubo e notti da nulla
Notti di lenzuola agitate come onde, impregnate di odori, umide di sapori
Notti di lenzuola, fredde e umide di lacrime, che odorano solo di ricordi
Notti stordite da alcol, musica e risate, notti di sussurri, di carezze e di sorrisi
Notti di angosciante solitudine
Notti di pacifica solitudine...because the night belongs to lovers, because the night belongs to lust, because the night belongs to us...













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Grazie dell'invito ed un saluto a tutti quelli che si sono imbarcati in questa avventura. Un mio piccolo contributo.

HO VISTO COSE CHE NEANCHE VOI UMANI…

 

Ho visto agenti delle tasse raccogliere soldi per sovvenzionare ministri senza portafoglio.
Ho visto gatti neri rincorsi da cani razzisti.
Ho visto Fini in Israele con la Kippà in testa pregare davanti alle vittime della Shoa e mormorare “mamma mia che angoscia” !

Ho visto zingarelli vendere dizionari ai semafori!

Ho visto una sentenza della Corte di Cassazione dar ragione ad un impiegato licenziato per aver fumato uno spinello sul lavoro. In Spagna!

Ho visto un senatore democristiano sniffare coca e dire che era per uso terapeutico. In Italia!

Ho visto arabi fare cose turche

In Russia ho visto bambini mangiarsi i comunisti.

Ho visto Mickael Jackson adottare un dodicenne per garantirgli un futuro.

Ho visto due scimpanzè ballare un orango tango.

Ho visto la classifica dei vincitori del Blog Ahawards 2004 fatta da GnuEconomy.

Ho visto una cicala ereditare una fortuna da una formica morta di stress.

Ho visto i fuochi d’artificio fatti esplodere nell’ambasciata italiana a Bagdad ed alla festa non partecipare nessuno.

Ho visto coccodrilli partecipare ai funerali dei soldati morti in Iraq.

Ho visto Previti congratularsi con Berlusconi (che faceva le corna e pensava “Chill’è Brill”!)

Ho visto un topo di appartamenti inseguito da un gatto delle nevi.
Ho visto in RAI un paio di forbici in mano ai Consiglieri d’Amministrazione.

Ho visto Mediaset denunciare la Rai che a sua volta denunciava i responsabili di Raiot.

Ho visto  i profitti di Pubblitalia a scapito della RAI e dei giornali.

Ho visto pecore con la lingua blu baciare i veterinari che avevano sbagliato vaccino!

 

Troppe cose ho visto.

 

E infine ho visto la foto di Personalità Confusa che firmava autografi (grazie a LC) alla Blogfest 2003.Ma questa è un’altra storia (piu’ simpatica naturalmente) …….

 





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mercoledì, novembre 26, 2003
 

Enfant terrible

35 cose della mia infanzia che poche persone sanno di me..
< e che sono assolutamente vere per quanto possano sembrare assurde >


1*che volevo a tutti i costi imparare a scrivere anche con la sinistra,
e riempivo quaderni di alfabeti e frasette,
minuscoli, maiuscoli, stampatelli, corsivi, con una fatica enorme.
2*che non perdevo occasione per arrampicarmi sugli alberi.
Meglio se erano di frutta, così potevo coglierla, fresca e succosa
e mangiarla immediatamente dopo averla spolverata sopra ai vestiti.
3*che per un periodo -ero piccola molto piccola- ho fatto finta di essere sorda..
ma solo quando mi chiedevano qualcosa che non volevo ascoltare.
E' stato così infatti che i miei genitori mi hanno scoperto, notando
con sollievo che, se parlavano sottovoce di argomenti stuzzicanti la mia curiosità,
li sentivo anche da una stanza all'altra con le porte chiuse.Che figliolina stronza.
4*che una volta, a 1 anno e mezzo circa, mentre mia madre preparava la sfoglia,
ho aspettato il momento buono che si girasse e poi mi sono infilata in bocca
un cucchiaio stracolmo di farina, rischiando di soffocarmi.
5*che mi costruivo nuove bacchette magiche un giorno sì e uno no,
cartone, perline, cotone idrofilo, carta stagnola, nastro isolante colorato,
ci infilavo di tutto, a seconda del momento e dell'ispirazione.
6*che avevo una simpatica passione per
le lucertole piccole piccole e i lombrichi lunghi lunghi.
Le prime -per la gioia di mia madre- le prendevo e le portavo in casa
nelle scatole trasparenti dei formaggini, una per volta però
se no loro sarebbero state scomode e io le avrei perse di vista;
i secondi -per la gioia di mio padre- li cercavo scavando la terra dell'orto,
dove magari lui aveva seminato, per tirarli fuori e guardarli affascinata
finchè non si immergevano di nuovo completamente lì sotto.
7*che creavo piccoli disegni colorati, grossi come un francobollo,
li ritagliavo e li appiccicavo con lo scotch per ogni giorno del calendario.
8*che ho imparato a leggere molto prima di andare alle elementari,
mi ricordo ancora il profumo e le pagine lucide di quel libro.
9*che quando mi trovavo in un bosco con dei funghi mi accovacciavo
e bussavo sul gambo di quelli più grossi, per vedere
se un Puffo gentilmente sarebbe venuto ad aprirmi la porta.
10*che tutte le volte che venivo via dal mare mi portavo dietro qualcosa,
conchiglie, sassolini, sabbia, un po' della sua acqua in una bottiglietta vuota,
o un po' del suo odore in un sacchetto, seguendo l'istinto,
ma non tornavo mai a mani vuote, perchè erano i regali del Mare e delle Sirene
.
Molte di quelle cose le conservo tutt'ora, insieme alla loro storia,
e ogni tanto si aggiunge ancora un pezzetto.
11*che c'è stato un momento in cui volevano convincermi
ad andare a danza classica, ma io rispondevo imperterrita
che non volevo fare "l'ippopotamo col tutù rosa".
Chissà che cosa c'era di diverso nella mia testa tra un costume da nuoto e un tutù.
E chissà perchè avevo sta fobia del rosa.
Ma è stato così che mi sono piazzata in piscina a 2 anni e non ne sono più uscita.
12*che viaggiavo soddisfatta in casa con la mia cuffia da nuoto
in testa in ogni momento, con mia madre che mi rincorreva per togliermela,
scoprendo, non appena ci riusciva, capelli elettrizzati e una pioggia di borotalco,
messo apposta per non farla attaccare su se stessa.
13*che un pomeriggio, per merenda, ho mangiato 5 gelati di seguito.
Il primo me l'ero pagato io con i soldini del dente appena caduto,
poi uno mio nonno, uno mia nonna, e gli altri due zie.
Ovviamente a tutti avevo detto che era il primo.
14*che più di una volta ho portato a casa
piccoli pipistrellini appena nati caduti dal nido,
li facevo mangiare mettendo del latte in una siringa senz'ago
e appena erano un po' cresciutelli li lasciavo andare posandoli sul tetto.
15*che un anno a carnevale volevano a tutti i costi cucirmi un abito da fatina rosa,
e io mi sono opposta talmente a gran voce che è da allora che ogni carnevale
l'ho passato con un vestito da strega nero e verde,
che veniva riaggiornato o rifatto dalle mani di mamma
seguendo i cambiamenti del mio corpo e della mia fantasia.
16*che l'unico altro vestito di carnevale per cui andavo matta,
oltre a quello da strega, era quello della Stella della Senna,
comprato e originale, tra l'altro, e quindi tale quale a quello vero.
Quando i miei l'hanno regalato, senza apposito consenso,
perchè io 'ero grande', li ho tormentati per almeno un mese.
17*che ogni volta che tornavo a casa dalla piscina correvo speranzosa allo specchio
per vedere se per caso mi erano spuntate le branchie da qualche parte,
così che finalmente avrei potuto respirare sott'acqua.
18*che un' estate avevano pensato bene di tagliarmi i miei boccolini biondi,
'per comodità', dicevano.
Ma prima di uscire dal parrucchiere nessuno aveva notato
che li avevo raccolti da terra e me li ero infilati in tasca..
per arrivare a casa, sedermi in lacrime davanti allo specchio
e posizionarmeli sulla testa urlando "Riattaccatemeliiii".
19*che una domenica, devo aver avuto sì e no 3 anni, ho mangiato
talmente tante lasagne che mi è venuta un'indigestione
con febbre a 40 e bolle, scambiata addirittura per scarlattina.
Ho rimangiato le lasagne soltanto 2 anni fa, dopo almeno 20 anni da quell'esperienza.
20*che Lamù era una specie di modello per me,
e tutte le volte che guardavo il cartone animato
mi ripetevo che da grande volevo essere come lei, canini a punta compresi.
Senza dimenticare la mia morbosa adorazione per
La Famiglia Addams.
Quella che c'era allora, con i telefilm in bianco e nero,
e che per me resta la più vera, l'originale.
21*che appena rintracciavo un pacchetto di Natale
o un uovo di Pasqua per me in casa,
mi ingegnavo per aprirli nel modo più nascosto possibile, sbirciare il tipo di regalo,
e richiudere tutto perfettamente -o quasi- facendo finta di niente.
Era più forte di me, non riuscivo mai ad aspettare la data giusta.
Esistesse il girone dei Curiosi avrei molte possibilità di finirci dentro.
22*che a 10 anni ero andata per la prima volta ai campionati italiani a Chianciano
e mentre aspettavo la partenza sul blocco non facevo che sbadigliare,
tanto che il mio allenatore era corso preoccupato da mia madre
temendo che stessi male. In realtà ero soltanto mooolto rilassata,
solo che nessuno riusciva a spiegarselo.
Nemmeno io ci riesco, adesso, dato che sono un fascio di nervi
ogni volta che devo affrontare una prova.
23*che un giorno ho mangiato un pacchetto di Big babol tutte insieme,
ho fatto un pallone enorme che mi è esploso su tutta l'estensione della faccia,
fino all'attaccatura dei capelli, e poi mi sono arresa
perchè mi faceva male da morire la mascella.
24*che una mattina, credo in 2^ elementare, sono arrivata a scuola con 5 cartoncini
disegnati il pomeriggio precedente sulla scia di Occhi di Gatto,
e poi mi sono messa a lanciarli in classe. Finchè la maestra non me li ha requisiti.
25*che avevo usato un fustino di detersivo
ricoperto appositamente con carta decorata
per conservare le mie macchinine, i miei Trasformers e le mie Lego,
gioia di tutti i miei amichetti maschi. E anche la mia.
26*che come si usa dalle mie parti non ho mai avuto un solo nome ma tre.
Sarebbe dovuta restare una cosa così, in famiglia,
invece mio padre era talmente emozionato della mia nascita
che all'anagrafe si sbagliò e li fece segnare tutti.
I casini burocratici provocati da questa cosa sono finiti
solo quando ho compiuto 18 anni, sono andata in comune,
e ho fatto mettere una virgola tra il primo e gli altri due,
così che non risultassero più sui documenti.
27*che sono rimasta affascinata molto presto dal sapore del caffè,
bagnando l'indice nelle tazzine dei miei e portandomelo alla bocca,
e un po' più tardi da quello del vino, grazie ai bicchieri preparati apposta per me
con appena poche gocce diluite in tanta tanta acqua.
E poi qualcuno si chiede perchè ora sono così viziosa.
28*che a scuola ho sempre parlato troppo troppo troppo,
riuscendo a essere l'unica femmina della classe a prendere note per questo motivo.
E riuscendo a spiazzare la maestra perchè parlavo anche da sola.
29*che ho insistito ripetutamente a voler imparare a fare la pipì in piedi,
come i maschietti, e ci ho anche provato, più volte,
con risultato alquanto penoso -ovvio-
e gran dispiacere vedendo che proprio non ne ero capace.
30*che adoravo andare a pesca con mio padre, da vera femminuccia,
e lui mi aveva comprato una canna rossa sottile e leggera, alla mia portata.
Una volta ho pescato una trota talmente grossa
che se non sono caduta in acqua è stato solo perchè mi hanno afferrato per un pelo.
Ma la parte che mi piaceva di più era quando pescavo qualcosa,
lo toglievo dall'amo, gli davo un bacino, salutandolo, e lo ributtavo in acqua.
31*che uno dei miei giochi preferiti erano "i pentolini" , come lo chiamavo io,
ed ero capace di restare ore a preparare le cose più assurde
con i piccoli ingredienti che mi dava mia madre.
Credo fosse una delle poche cose che riusciva
a tenermi ferma a tempo indeterminato.
Ed è così che ho iniziato a collezionare ricette,
e a capire quanto mi piaceva stare tra i fornelli,
amalgamando le intuizioni personali ai suoi insegnamenti.
E' una forma d'arte anche la cucina, secondo me.
32*che mia nonna mi ha insegnato prestissimo a fare l'uncinetto e la calza,
io ho materializzato 2 o 3 vestitini per le mie Barbie,
e poi mi sono annoiata perchè diventavo isterica
ogni volta che mi si formava un nodo.
Adoravo il mezzo punto, però, con tutti quei fili variegati.
33*che è stato mio nonno a trasmettermi la passione per le carte
e a insegnarmi tutti i giochi che so ora, passando pomeriggi interi a spiegarmeli.
Altre volte invece mi portava a vedere i treni, e poi restavamo lì, per mano,
e io ascoltavo attenta le sue storie colorate
che si inseguivano su quei binari in fuga.
Forse è per questo che ho sempre amato i treni,
tanto da farmene regalare uno elettrico
e piangere come una pazza quando è stato dato via.
34*che ero assolutamente certa, con la mia fervida immaginazione,
che il Ratto delle Sabine
fosse un enorme topone nero
originario e abitante delle famose isole Sabine.
Ho vergognosamente scoperto come stavano in realtà le cose
addirittura a 14 anni, svolgendo una versione di latino
durante un compito in classe.
35*che la prima volta che i miei hanno tolto la carta da parati
per dare il bianco nella mia camera,
veleggiavo intorno ai 3 anni, io devo aver pensato che volessero regalarmi
un'immensa e bellissima tela vergine per le mie pitture,
e ho riempito un'intera parete, fin dove la mia altezza mi consentiva,
di splendidi disegni fatti con i pastelli a cera, poi mi hanno fermato.
Prima che potessi raggiungere tutti e 4 i muri.
Col risultato che l'unica cosa capace di coprire la mia arte naif
era di nuovo la carta da parati, perchè tornava a galla
anche dopo tre mani di bianco.
[La carta da parati è stata tolta pochi anni fa,
quando sono riuscita a dipingere le pareti di verde,
ed è stato bello ritrovare i miei schizzi lì sopra..
ora il verde li ha coperti, con l'incredulità di tutti,
ma mi piace il pensiero che resteranno per sempre lì, sotto quella vernice].

Ringrazio tanto tanto alp per avermi concesso l'onore di nuotare fin qua..

























































































































































































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scritto da StregaDelMare | 12:59 | commenti (12) Torna in plancia


 
Che delizia per il narratore passare dalla terza persona alla prima! E' come quando, dopo aver usato bicchierini-ditale..., un bel momento...ti decidi e bevi direttamente dal rubinetto l'acqua fredda e naturale" ( Osip Mandel'stam)

....e allora vada così

                    Le pareti color di crema

Erano i peperoni, i pomodori e le cipolle, insieme all'aceto e allo zucchero, a sprigionare un'armonia così intensa che avresti volentieri intinto pane tenero nell'aria. La salsa accompagnava i pasti e si alternava alla fragranza dolce del finocchio tagliato sottile e ben assortito al rosa del tonno.

"Quando mi sposo, a nozze io voglio solo finocchio e tonno".

Buono, lasciava nel piatto una memoria generosa d'olio, insaporito di fresco fresco, da assorbire con certe rosette di crosta gentile, senza fatica.

A tavola si rideva. "Gli agnolini mangerai"- si scherzava e intanto la Dina mianonna, con geometrica precisione, divideva la carne del pollo, secondo regole gerarchiche, prima gli uomini, poi i bambini e le donne. A miamamma, la nuora giovane, zampe e testa, la cornice del pollo.

Era importante il cibo a casa mia.

Mentre si mangiava, si favoleggiava dei tempi in cui la Dina teneva la trattoria nel paese piccolo.

Venivano i viaggiatori che apposta allungavano la strada pur di godere della sua pasta ben condita e della sua cacciatora, e quelli senza un soldo, che mangiavano e facevano allungare il conto, e qualche volta si portavano un amico. Ma una volta era venuta, per intera, anche l'orchestra del maestro Angelini, che una canzone aveva dedicato alla grazia di tanta cucina.

I ricordi scorrevano sulla tavola e il cibo prendeva altri sapori: diventava il selvatico del fagiano abbattuto con la fionda e si faceva morbido come il burro del vecchio caseificio di casa , che , rovesciato dal secchio, restava madido di piccole gocce di umore. Il burro che la nonna aveva imparato a far da sola, durante il confino in Francia del suo uomo.

Il cibo diventava il cibo di un'altra casa, di altri bambini, di altri racconti, che solo così tornavano in circolo piano piano.

Come per un moto indolente, le storie chiamavano altre storie, che non chiedevano il tepore del camino, ma sbucavano così, un posudate, sulla tavola, col piacere di un uditorio senza fretta.

Quando il giro della memoria aveva già colmato la testa dei piccoli di uno sciame di nomi senza volto, allora miononno e mianonna finivano col parlare l'uno per l'altra, stretti nel loro cerchio di companatico. "Era brava la Dina. Sempre vista a lavorare, da subito. Però quel giorno, con la veste a quadrettini, è pur venuta nella camera buia sul dietro……”

Infuocava mianonna e zittiva il marito con burbere, agrodolci occhiate.

 

I cibi, in casa mia, erano flauti di ricordi. Invadevano persino i colori, che ne prendevano le sfumature.

Mentre le donne di casa assaporavano la morbidezza di certe stoffe che le clienti di miazia portavano in rotoli o pezze, la Dina sentenziava col suo vocabolario strano.

"Bello questo color crème e questo nocciola, più bello del burro della camicetta della Silvana. No, no, ‘sto giallo è troppo zabaione. Ma che sfacciato ‘sto sangue di bue, va bene solo per le bistecche"…….

I colori si portavano dietro l'ombra, il fantasma dei cibi e il mondo, stoffa o muro, capello o fiore si caricava di una pastosità di fiaba, di pareti di marzapane e di tetti di biscotto.

Così le cose finivano per non essere cose: rivestite di panna, burro o nocciola, di zabaione o di carta da zucchero, si facevano dolci e belle, quinte per giochi di fantasia, in un mondo che si poteva annusare e gustare.

 

Quando vennero i pittori per la cucina e le donne decisero il color di crema , misi un dito dentro il secchio dove il colore schiumava di latte e, mosso da un bastone, diceva consistenze impensate. Assaggiai, ma non c'era sapore di vaniglia, solo un salato freddo. E un odore di pulito di calce, che non compensava la bocca amara.

 

postato da colfavoredellenebbie | 22:55 | commenti (10)


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Caro diario, faccio la valigia. Domattina parto per Madrid e mi ci fermerò fino a vener...

[....bzzzzz..E$%°çç*+..bzzzzzz..#€§*XYK....]

Interferenze

...e quindi...tick...tick...Io t'adoro. Oh. Ma che...Oh. Salve. Un'interferenza. Stavo scrivendo sul mio uòrdprosessor. Io non volevo arrivare qui. Sono Pavarotti. Luciano Pavarotti, la leggenda vivente. Strano. Stavo scrivendo il testo di una canzone pop e mi ritrovo qui. Proprio qui. Sul sitobloc di quello stronzo che si è appropriato del nome del mio spettacolo [ndr: giusec&frienz vs.Pavarotti and Friends] . Io non dovevo fidarmi dei settaggi di Sting sul mio piccì. Quello è bravo collo Yoga, ma coi piccì è negato, santocielo. E adesso sono su un pannello di controllo. Il panello di controllo di questo soft-uèr. Splindero si chiama. Che devo fare adesso. Forse. Si, pigio qui. Scrivo lì. Pubblica Post. E io pubblico. Ah! E mò mi vendico 'oggiusec. E quello che volevo dirti te lo scrivo qui, visibile a tutti. Al mondo intero. A causa tua ho perso il nome del mio spettacolo più famoso, Pavarotti & Frienz. Io, la leggenda umana. M'hai rubato il nome. Ti sei appropriato del mio logo. Migliaia di milioni di danni. Avrei potuto portarli a Montecarlo. Ti farò andare in bancarotta, stronzo.

Io ci ho provato a trovare un altro nome allo spettacolo. Ma ogni volta ho avuto problemi di copiràit. Sting, si dice copirait, vero? Copi-ràit. Volevo chiamarlo Pavarotti Si-enne-enne Internèscional. E quella tivvù locale m'ha fatto causa. Ho provato a chiamarlo Pavarottiamazzòn. E un libraio americano m'ha fatto causa. Emmadonna, neanche fosse la Feltrinelli. Allora ho tentato con Pavarària Follia. E il Max m'ha fatto causa. Ho provato a chiamarlo Pavarello Ebbro. E quelli del Battello m'hanno mandato una lettera di diffida. Ho provato con Pavariù Economi. E un certo GiemmeNeri m'ha invitato ad un bloc-parti. Eccomesietesuscettibili. Emmadonna.

E adesso non so più come chiamare il mio spettacolo. Io, la leggenda vivente. E tutti i popoli del mondo lo devono sapere che perderanno una delle sette meraviglie del pianeta. Tutto per uno stronzo che scrive su un sitobloc. Bello però qui. Mi è sempre piaciuto scrivere. Da piccolo mi dicevano "Luciano, canta. Luciano canta. E' meglio che canti, 'a Lucià, scrivere non fà per te". Però adesso sono qui. E io vi racconto la mia vita. Tutta. Dall'inizio alla fine. Settantanni di vita. Sono nato a Modena nel millenovecentotrentacinque. Sting, anche tu sei nato in Emilia? No? Maddai. Sul serio. E io che pensavo che tu fossi di Reggio Emilia. E cos'è questo pulsante giallo? Pubblica post. Io lo pigio. Sting, lo pigio? Parte il uordprosessor? Lo pigio, và...














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martedì, novembre 25, 2003
 

Alice guarda i gatti e gatti guardano nel sole mentre il mondo sta girando senza fretta

13 giugno 2002. A Pistoia con la troupe per un’altra storia d’integrazione. Stavolta il protagonista è un ragazzino rumeno, Stefan, 11 anni, da cinque in Italia. Lo abbiamo incontrato a scuola mentre completava l’esame di quinta. Adesso è quasi l’una e la sua famiglia ci invita a pranzo. Accettiamo volentieri, spostando al pomeriggio il secondo stock di riprese, in effetti avevo promesso ai ragazzi che in nessun caso si sarebbero persi la partita. Menu rumeno in piena regola, omaggio alla sottoscritta  appena rientrata da Bucarest con uno strascico d’indefinite nostalgie (J. in aereo aveva sentenziato: “Stai così perché non hai consumato”. Sbarro gli occhi: “Guarda che non c’era proprio niente da consumare”. “Certo, chérie, ti credo. Mo’ appoggia la testa sulla mia spalla e chiagne”. “Ma io non ho nessuna voglia di chiàgnere”. Appoggiai la testa in ogni caso, tanto non l’avrei convinta.)

Papà Florin fa il piastrellista, mamma Emilia la badante notturna dell’anziana vicina di casa. Stefan ha un marcatissimo accento toscano e già da un quarto d’ora cantilena una filastrocca in vernacolo un pochino sconcia su una rana e su un paio di mutande. Ogni tanto sostituisce il finalino con un paio di strofe in rumeno. Gli chiedo se si accorge della mescolanza.

“’Un lo so. Ma la sapevi questa storia delle rana che si hala le mutande?”.            

Stefan”, lo riprende debolmente sua madre, e poi si rivolge a me. “Questo qui, artro he rumeno o italiano…”.

“Sì, vabbè”, ripara lui. “Forse parlo rumeno quando diho qualcosa dei mi’ nonni he sono in Romania o di certe hose da mangiare he sono della Romania, ma a me mi sembra che noi si parli sempre l’italiano. Non ti fa ridere a te la rana che si hala le mutande?”.

Sberla di papà Florin, di passaggio in cucina. Scansata, Stefan è un ragazzino sveglio.

Siamo a tavola quando inizia Italia-Messico. Già durante l’esecuzione dell’inno, papà Florin comincia a imprecare perché quel coglione del Trap ha lasciato a casa Baggio; dopo il gol annullato ad Inzaghi è un crescendo di epiteti impressionante. I miei ragazzi m’intercettano gli occhi con un sorrisetto interrogativo, ma dopo il secondo bicchiere di vino campagnolo di Braila, si accodano a Florin senza remore.

Mamma Emilia, invece, più che una presenza discreta è un’assenza. Si muove impercettibilmente tra una portata e l’altra, diafana come i suoi occhi più bianchi che grigi, sussurra appena quando parla. 

Borgetti segna per il Messico, papà Florin picchia sul tavolo: “Cazzo!”.  I miei ragazzi gli fanno immediatamente eco: “Cazzoooooo!”.

L’undicenne integrato bacchetta: “’Un sarò miha io a dovervi insegnare l’italiano… almeno dite cacchio se proprio proprio vi scappa!”. (Tranne me, non se ne accorge nessuno).

Arriva il tg ed insieme arriva il dolce, quando assistiamo alla metamorfosi di mamma Emilia. All’improvviso schizza in piedi, si scarmiglia i capelli, cerca febbricitante il telecomando, alza il volume del televisore ad un livello che credevo impossibile e implora: “Zitti, zitti, per piacere”. Sullo schermo c’è il papà di Cogne che rilascia una dichiarazione. “Non mi voglio perdere niente, fino a quando non la mettono dentro alla su’ moglie”, dice Emilia.

Il ritmo incalza.

Stefan urla un brindisi: “La rana hala le mutande e vedo che ce l’ha piccolo e non grande”, scansa un altro schiaffo e ride la sua risata impunita. “La rana hala le mutande e vedo che ce l’ha piccolo e non grande.”

Butto giù lo spumante (italiano) e per un istante non capisco più dove sono. Le rondini volteggiano oltre la finestra spalancata. Un persiano scatta all’erta sul davanzale di fronte. Noroc!

 

Alice guarda i gatti e i gatti girano nel sole mentre il sole fa l’amore con la luna

 

postato da justannie | 13:48 | commenti (10)


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NE ME QUITTE PAS

e se la luce che invero foriera di perduti eventi fuoriusciva felice dai tuoi occhi estivi adesso solamente fosse detrito improvviso, masso che cade, destrudo in mascherata effige, grande grigiaglia di cielo, allora il giorno sarebbe non mai seccato di fronte a nuove suonanti foreste di percezione pertinace! Il rabbuiarsi improvviso delle illazioni mi detestava a tal punto che ne rimasi allucinato. Le illazioni erano una scavatrice negli eventi che interiori si affastellavano in suppellettili, cose di cucina, case inabitate, deserti improvvisi da ritrovarsi un giorno negli occhi dei passanti alla fermata del bus. Io rimanevo incoerente facendo del peccato confusione: la stessa matrice,  le stesse mani, la stessa chiusura degli occhi, lo stesso serrarsi delle luci indecisi sopra l'arancio meridiano che non accennava a dimnuire quando la calura non artificiale della stagione decideva per noi una comunanza sensoriale che ancora mi trascina nei miei fondi e neri assolati misteri.


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scritto da atarax7 | 14:25 | commenti (3) Torna in plancia




lunedì, novembre 24, 2003
 

Ermete di Patmos

Buio. Qui dentro è buio. Manca l’aria. L’esterno è fuori, sigillato.
Non mi rimane che guardarmi di dentro.

Sono Ermete, figlio di Al-q-hermes, e sua moglie Liqui d’Ambar, dolcissima nei miei ricordi. Ho attraversato il mediterraneo a bordo di una galera romana, chiuso in quest’otre di vino, e sono approdato in quest’ isola greca, dopo un naufragio a poche bracciate dalla costa. Le onde hanno sospinto la giara a riva, fino a incagliarla tra un masso e una tamerice sulla spiaggia, deserta. All’inizio solo un rumore ritmico, Pat-Moss, Pat-Moss, Pat-Moss, il rifrangersi della risacca sulle pareti dell’orcio.

Nei secoli sono sopravvissuto bevendomi il vino ed mangiandomi il fegato, ora è finito tutto: sono puro spirito. Di mio padre, rimane il ricordo del suo buon odore, rosolio. Ho imparato le lingue dei marinai, guerrieri, soldati e pirati, oggi turisti, che sono passati da questa spiaggia, senza sentirmi, senza vedermi, nascosto dalle foglie e dal tempo.

Chissà come sono adesso (loro? io?). Spezzoni senza senso, autonomi e disaggregati. Musica.
Frank Zappa, we’re in it only for the moneeey,
Revolution n.9, number nine, number nine, number nine,
oh no, una turista sulla spiaggia cambia continuamente canale della sua radiolina.

Mi sono perso qualcosa, a stare chiuso qui dentro?
Quanto futuro si sono persi i miei compagni di naufragio, morti nel mare dell’ aaaa avanti cristo?
Quanto oggi ma altrove si sono persi tutti questi uomini viventi fuori ma imprigionati dentro i loro confini, dentro questo pianeta, sigillato, pallina nella probabile infinita probabile varietà del probabile universo?
Probabilmente tanto da non essere probabilmente mai valutato, recuperato. Mai?
Non domani, ma dopo. Dopo quando? Dopo l’istante che precede il dopo.

Ci sono dei momenti, istanti, in cui il caos del monologare senza senso di Lucky, al guinzaglio di Pozzo,
è improvvisamente, fisicamente, dolorosamente esplicito e significativo.
Poi l’iper-super-comput-ego riprende il controllo, passata la crisi, è meglio dare la colpa al rosolio in cui amiamo immergerci,
Godot ritorna personaggio letterario.
(originale  su Ermete di Op-log)














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SONETTO "VOTA PER ME"

 

[ove l'autore invita con parole e linkamenti a votarlo per concorso online di bellezza-fugace virtù- a cui non tiene e che non detiene]

 

 

Mo’ come miss italia mi paleso

e sfogo qui le mi’ grandi cazzate.

Ai concorsi non dono molto peso

purchè abbiate di me grande pietate

 

non mi sono un Gesù d’amore acceso

né pia sorella, né io sono un frate:

sopra abisso di frasi sto sospeso

con occhi vuoti e labbra screpolate.

 

Non sono Gretel, nemmeno Mata Hari

e neppure sono Emma Bovary.

Non so guidare, non ho la Ferrari,

 

quando piove io mi muovo col tassì.

Però potreste voi… forse… magari

andar su Misterblog o cliccar qui?

 

 

[ho fatto un lavoro assurdo con i linkaggi, ho scritto un sonetto-ipertesto... ma il messaggio lo lancio da vero! così potete vedere la mia faccia e tirare i pomodori alla persona giusta se mi incontrate per strada! baci! ciao)


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scritto da atarax7 | 21:17 | commenti (1) Torna in plancia


 

Oggi sono andato a mangiare polenta taragna in quel di Bergamo con MaxBukowsky e IlPuticoBino di OrdinariaFollia. E si sa, quando si mangia polenta taragna, strane storie vengono in mente.

Il primo Breistormin' della storia

Preistoria. Anno 4,365,984diccì (e loro mica lo sapevano di essere prima di Cristo). Eurasia. Italia del Nord. Bergamasco. Terra paludosa degli uomini di Neanderthal. Grotta 27bis. Clan di Giungo. Riunione in atto, un pò agitata, come sempre. Sembra sia il primo breistormin della storia dell'uomo.

- dobbiamo inventare qualcosa. Dobbiamo inventare qualcosa, santiddio. Dobbiamo pensare e inventare qualcosa.
- ma perchè, 'oGiungo?
- Perchè. Perchè. E me lo chiedi pure. Guarda gli altri clan. Guardali. Guarda gli altri clan, porcodiuntriceratope.
- Giungo, io non ti seguo.
- Non ti seguo. Quando mai mi segui? Guarda gli altri clan. Guarda il clan di Mingo, per esempio, porcodiunanatoauro.
- Che ha fatto il clan di Mingo, Giungo? Cosa devo guardare, Giungo?
- Che ha fatto il clan di Mingo. Che ha fatto il clan di Mingo. Ha inventato il fuoco, due settimane fà. Per cuocere i montoni, per mangiare l'Ittiosauro coi calamaretti. Per forgiare le clave. Per portare il sole nella caverna.
- Non mangiano più l'Ittiosauto crudo, Giungo?
- No, che non lo mangiano. E guarda il clan di Bingo.
- Ecchè ha fatto il clan di Bingo, oGiungo?
- Che ha fatto il clan di Bingo. Che ha fatto il clan di Bingo. Ha inventato la ruota, appena un mese fà. Per trasportare i facoceri colpiti. Per trasportare i feriti del clan. Per scendere dalle colline in corsa.
- Gesusanto, Giungo, e non portano più i facoceri a spalla?
- NO che non li portano a spalla. NO che non li portano, fottutissimo mesozoico infame. E noi? E il mio clan?
- Noicosa, Giungo?
- Ennoi cosa abbiamo inventato? Cosa abbiamo inventato noi, giurassicosantissimo?
- Cosa abbiamo inventato noi?
- Niente abbiamo inventato, noi. Niente. E ci facciamo sempre la figura dei trogloditi.
- Siamo trogloditi, Giungo.
- Tu sei un troglodita. Io sono un neanderthal. L'anello di congiunzione con il fottutissimo sapiens. E ora tocca a noi. Dobbiamo inventare qualcosa che resterà nella storia. E tutti diranno: oggi il clan di Giungo ha inventato qualcosa che ha rivoluzionato la storia dell'uomo. Ora. Datevi da fare. Idee?
- Giungo! Che ne pensi di uno scatolotto da tenere in pugno, per parlare coi clan distanti d'Eurasia e per vedere i loro musi? Lo chiamerei Cellulare Uemmetiesse Tre is a Magic Namber.
- Sronzate. Sempre e solo stronzate sappiamo inventare noi. Cosa se ne fanno i clan di uno scatolotto simile?
- Giungo! Un'altra ideona! Ecchenepensi di uno scatolotto un pò più grande con tanti tasti dove contare gli iguanodonti uccisi e scrivere i segni rupestri? Uno scatolotto portatile, lo chiamerei Portatile con Sistema Uindovs e Uordprosessor.
- Strnozate. Stronzate. Sempre stronzate...

Fu in quell'istante che uno stalattite si staccò dalla sommità della grotta. Cadde in testa a Giungo, per un discutibile volere del destino. Il sangue cominciò a scorrere e il viso di Giungo divenne presto rosso rubino. Tutti i componenti del clan rimasero immobili, senza respiro. Nessuno fiatò. Nessuno più si mosse, per minuti. Poi arrivò Manga, donna di Giungo. Pose sul suo viso una grossa foglia di loto, verde smeraldo. La foglia ricopriva il viso intero e nascondeva il rosso rubino del sangue, coprendolo. Il viso di Giungo adesso era verde, ricoperto interamente dal loto. Finalmente, tutti ripresero a muoversi e camminare all'interno della grotta, sollevati.

Il clan di Giungo aveva inventato il semaforo.



































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Naufraghi

Era una notte né buia né tempestosa. Questa, credo, è l'unica nota positiva del mio racconto. La nostra misera scialuppa, cullata dolcemente dalle onde placide solcava in maniera precaria la grande massa d'acqua. Con noi sopra. Naufraghi nel mezzo dell'oceano. Che orribile fine avremmo fatto? Ci saremmo sbranati a vicenda per fame? Gli squali avrebbero banchettato con noi? O cos'altro ancora?

Disperati, non osavamo dir niente. Capirete, nella nostra situazione cosa c'era da dire? Niente, niente.

Guardavo i volti dei miei compagni di sventura e nei loro occhi, nelle rughe che solcavano la loro fronte, nella barba ispida che copriva le loro guance vedevo come in uno specchio me stesso. La mia, la nostra diperazione.
Qualcuno pregava, qualcun'altro dormiva di un sonno leggero. Altri come me vegliavano. Le orecchie tese nella notte...

Come a voler aggiungere del ridicolo alla nostra desolante situazione, l'unica cosa che avevamo frettolosamente caricato sulla nostra scialuppa, convinti che contenessero provviste, erano delle casse di legno. Dentro, solo bottiglie di prezioso champagne. Nient'altro.

Perlomeno prima di morire, sperduti nell'oceano, avremo fatto delle bevute da signori.

Quando risuonò la voce di uno di noi: "E' ora" capimmo che era giunto il momento.

Mancavano il ghiaccio e i bicchieri di cristallo, mancavano delle belle donne per cui valesse la pena festeggiare, ma salutammo comunque con un brindisi l'arrivo del nuovo anno...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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scritto da la_mongolfiera_di_Humboldt | 13:06 | commenti (1) Torna in plancia




sabato, novembre 22, 2003
 

Quando vidi gli uccelli oscurare corso Buenos Aires

E quando vidi gli uccelli oscurare corso Buenos Aires, allora capii. L’attacco era iniziato.


[Flashback. Tre giorni prima. Milano.]

Mi ritrovo sempre più spesso a leggere notizie di animali che attaccano l’uomo. O forse sono io ad essere particolarmente influenzabile.

Cani che attaccano i padroni. Squali che sbranano i natanti. Vespe che infestano spiagge. Gechi che terrorizzano bloggers.
Passeggiavo per il mio quartiere quando un anziano signore mi fermò.


- Stanno per organizzarsi. Ci attaccano.

- Ci attaccano. Chi?

- Gli animali.

- Si. Gli animali. Vabbè. Piacere. Salve.

- Sono stufi di noi umani. Hanno deciso di attaccarci. Non abbiamo scampo.
- Rallegramenti. Salve.


L’incontro l’avevo dimenticato sino a quando, il giorno dopo, non vidi una decina di gatti randagi assalire un gruppo di giapponesi in via della Spiga. E solo qualche ora dopo, mentre tornavo a casa in auto, vidi dei muli – dei muli! – attraversare piazzale Corvetto. E ricordai l’incontro del giorno prima. In TV quella sera si parlo di “strane presenze di animali in città”. La Gruber consigliava di non uscire e di attendere l’opera delle forze dell’ordine. Ma il giorno dopo tutto fu chiaro. E quando vidi gli uccelli oscurare corso Buenos Aires allora capii. L’attacco era iniziato. E fu naturale pensare al film di Hitchock, Gli uccelli. Chiuso nella mia auto, assistevo incredulo al passaggio di cani, cavalli, Gnu, bufali per corso Buenos Aires.

:: Chiusura nonsense
Gli uccelli ricoprivano i tetti ed i fili dell’elettricità. Gli abitanti di Milano, terrorizzati, correvano a rifugiarsi, colti di sorpresa. Palazzo Marino fu colpito da una mandria di Gnu, alla ricerca del party di GiemmeNeri di Clarence. Il Duomo infestato dalle mantidi religiose. Stormi di gazze ladre alla ricerca di Arcore. Io osservavo, sempre dalla mia auto. E fu allora che un orsetto lavatore bussò e mi parlò. Con timore abbassai il finestrino.


- Scusi, la lavanderia più vicina?

:: Chiusura cyberpunk
Gli uccelli ricoprivano i tetti ed i fili dell’elettricità. Gli abitanti di Milano, terrorizzati, correvano a rifugiarsi, colti di sorpresa. Palazzo Marino fu colpito da una mandria di Gnu, alla ricerca del party di GiemmeNeri di Clarence. Il Duomo infestato dalle mantidi religiose. Stormi di gazze ladre alla ricerca di Arcore. Io osservavo, sempre dalla mia auto. E fu allora che mi resi conto che non si trattava di animali. Erano dei tecnodroidi, bioinnesti umani. Le fibre digitali erano visibili così come le telecamere oculari. E fu allora che un tecnodroide bussò e mi parlò. Con timore abbassai il finestrino.


- dove trovo una connessione uàirles?

:: Chiusura romantica
Gli uccelli ricoprivano i tetti ed i fili dell’elettricità. Gli abitanti di Milano, terrorizzati, correvano a rifugiarsi, colti di sorpresa. Palazzo Marino fu colpito da una mandria di Gnu, alla ricerca del
party di GiemmeNeri di Clarence. Il Duomo infestato dalle mantidi religiose. Stormi di gazze ladre alla ricerca di Arcore. Io osservavo, sempre dalla mia auto. E fu allora che mi resi conto che non mi avrebbero colpito. Capivano che avrei potuto aiutarli. Mi avevano scelto come loro capo. Scesi dall'auto, impugnai il cric. Gli uccelli mi circondarono in attesa di un mio cenno per attaccare. Con tutta l'aria nei polmoni gridai:


- Adriaaaaaanaaaaaaaaaa!

























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Statale 46. Chilometro 21

Statale 46. Chilometro 21. Un appuntamento non si da a caso. Un appuntamento speciale tanto meno. Non ci sono locali. Birrerie. Non un posto visibile da lontano. Statale 46. Chilometro 21. La strada non ci da noia. Il problema siamo noi. Elettrici. Tra una fermata al bar per un po’ di aperitivi, alla birreria per le sigarette e in un altro posto del cazzo per la ricarica del telefonino, arriviamo in ritardo e già abbastanza sbronzi. Ma questo è un appuntamento speciale. E l’aria fredda che sento tagliarmi il viso, mi rimette in sesto. L’abbraccio l’ho sentito prima di ogni altra cosa. Prima di averti guardato il viso. L’ho sentito sopra e su tutto. Stretti come si doveva. Perché è vero diocristo che è come se ci fossimo sempre conosciuti. È lui. Un paio di minuti di panico. Guardandolo fisso negli occhi. Mi sciolgo e mi rendo conto che non è solo. Statale 46. Chilometro 21. Partiamo insieme. Il locale è uno di quei posti dove l’odore del vino e della carne non viene camuffato da profumi artificiali. Qui se vuoi mangiare maiale…senti l’odore del maiale. Punto. Le caraffe di vino abbattute vengono immediatamente sostituite. Ed è una bella festa. Ci ritroviamo a parlare di tutto. E forse vorremmo chiederci molto di più. Perché è vero diocristo che sembra di conoscerci da una vita. Tutti. Tra risate e confessioni. Tra cazzate e vino buono. Non volevo andarmene di là. (…) Silenzio. Non tanto. Ma due minuti di silenzio me li sono presi. Perché l’ho sentita la pacca sulla spalla quando ti ho raccontato di me. Ho sentito una mano. Carica di bello. Ho sentito sangue caldo. Ho sentito affetto. Vero. Poi un grido, che mi parte dallo stomaco. E che vola in aria. Kiloooo!!!


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scritto da precipitandosivola | 19:31 | commenti (1) Torna in plancia


 

UNDERWATER

nel sabato prostpandiale si fermò attentamente mia pupilla. La stilla che rimava di ghiaccio intemperante fece sì ch'io potessi ammettere le mie germinali freschezze cerebrali ad un pertugio profondo, sotterrato nel buio come un corpo ormai nutrito da foglie appannate; capitolai in una notte prolungata solo per stanchezza d'arti che remano al vento, mulini in terra di Fiandra. Oggi ho consumato il pasto domenicale ringraziando accuratamente con preghiere improvvisate colui che mi tiene appeso qui nel marionettesco teatro della progenie deformata dall'aria acida cittadina e la lentezza m'ha preso nell'ora postmeridiana più propizia alle facezie delle noie. Un ùggia frettolosa si dischiude nelle mie mani e per dilettare la corale che da oro nella rima più possente della lacrima stellare, mi fingo in stranieri avvenimenti mio paradosso: a più non posso in sogno mi si scagliano frantumi e spesso perdo circospezione nell'andare di veglia in veglia alla cattura del senso più scisso, madre di ipocondrie veraci, molto discussa tenaglia del pensiero, siero mortale dalla bocca duplice del serpente che non striscia. Sorelle animose gettarono nel fiume strani cigni e pavoni, persi nel rivolo scorrevole della svelta traversata affofarono in una differita goffa e penosa. Neuronale, la mia veglia li ritrasse come sillabari imperfetti, come anelli annichiliti fra le dita di una mano che si placa solamente a rintocco musicale e mi prende orora il desiderio di traghettare tutti coloro che con me furono nei giorni senza volume che albeggiano spesso su queste sponde d'Arno con me in oltranza e comune sembianza al fatiscente. Clemente, un desiderio di perdono e remissiva calma apollinea mi imperla frontale le meningi. Dal telefono accuratamente atteso fluiscono paranoie configurandosi in stati perenni d'abbandono. Perdono.

 


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scritto da atarax7 | 15:12 | commenti (1) Torna in plancia


 

 Il pane, le rose

un amico mi ha detto"condivido la tua ammirazione su gino strada, un po' meno la volontà di fare dei battelli anche uno strumento politico"..

Io non so se raccogliere fondi per emergency, sia fare dei blog..uno strumento politico.

forse si.ma in questo, non ci vedo nessuna contraddizione, perchè,finora, emergency di gino strada
ha curato vittime di entrambe le parti,fa un discorso contro tutte le guerre,fa un appello
alla parte sana dell'umanità..

Per il resto, i blog sono espressione di persone,come tutti, con mille contraddizioni, come tutti.

Io, mi batto per la salvaguardia dell'ambiente, e poi fumo(danneggiando anche il mio ecosistema interno)

Comunque,per non farla lunga, a me piaceva molto uno slogan del movimento sindacalista svedese, mi pare,
dei primi del novecento, che alla domanda"Cosa vogliamo?
rispondeva"Vogliamo il pane, certo,perchè vogliamo vivere,
ma vogliamo anche le rose, perchè vogliamo sognare"

Credo che scrivere queste cose,a alla mia età, lasci solo 2 possibilità:
o le dici in malafede(in contrasto con la tua storia personale)
e questo non sta a me giudicarlo
o le dici perchè, alla fine, poche cose ci restano come possibilità concreta, nella breve vita,
una di queste è..stranamente
nella frase di "Un tram chiamato desiderio"

La frase è"Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti"












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venerdì, novembre 21, 2003
 

Stasera, all'infinitesimo lume delle stelle,

Alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Da Io sono verticale di Sylvia Plath

 

 

IO SONO VERTICALE

(ma preferirei essere orizzontale)

Mi sono stancato. Voglio vedere com'è da questo punto di vista. La strada hanno smesso di costruirla due anni fa. Un lungo nastro d'asfalto che avrebbe dovuto congiungere due centri commerciali. Dei centri commerciali si vedono solo gli immensi crateri delle fondamenta.

Comunque, eccomi qua. Mi sono stancato, dicevo. Sempre in piedi, faccia a faccia con la vita. Dover attraversarla passo dopo passo, il vento gelido dell'inverno, i pollini dell'estate... Tutti quegli occhi da guardare cercando di capire cosa c'è dietro. Non ci sono mai riuscito. E poi il mio corpo in piedi è un bersaglio così evidente che la vita non può fare a meno di colpirlo. Io sono qui dice il mio corpo in verticale. Ma adesso mi sono stancato di tenerlo in piedi. Ho deciso per un'esistenza orizzontale, anche se solo per un giorno.

Mi sono sdraiato. L'asfalto è caldo, rugoso, e punge di minuscoli sassolini. Non dura molto. Dopo un po' il caldo mi ha assorbito. Ho gli occhi chiusi. Ascolto.

Un soffio lieve, quasi una brezza ma più leggera. Le foglie degli alberi sussurrano.

Mi ricordo di quando mi arrampicavo sul ciliegio, nel giardino di mia zia. Potevo restarci un intero pomeriggio. Leggevo Topolini.

Ogni tanto ronzii attraversano l'aria. Quello che mi ha appena sfiorato aveva un che di severo, di perentorio. Un altro è lieve, fugge via nervoso, come la vocetta isterica di una zitella.

In lontananza, se ti concentri, puoi afferrare lo scorrere schiumoso del traffico sull'autostrada.

Guardo.

Il rapido volo di un uccello, come un sottile segno di matita subito cancellato. Bave di nuvole. Bioccoli minuti che si dissolvono nella trasparenza dell'aria.

Mi fanno male gli occhi. Non ho pupille abbastanza grandi per contenere il cielo. Così torno a chiuderli e per un momento è come se mi avessero tuffato in un'acqua rosso sangue.

Penso che forse potrei anche non alzarmi più. Il mio corpo orizzontale non oppone resistenza. Troppo basso sulla terra, non contrasta l'impeto dei venti, che lo ignorano e passano oltre. Disteso immobile sull'asfalto. Su una strada che porta a niente. I prati tutt'intorno.

Stranamente leggero e pesante. Leggero e orizzontale. Pesante della mia stessa leggerezza.

Mi addormento e sogno.

Spalanco gli occhi e la notte è sopra di me, pietrificata di stelle puntute.

Resterò per sempre.

Orizzontale.

Sil


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