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mercoledì, dicembre 31, 2003
 

Tutto da capo

Le rose sono ghiacciate nel giardino. Le guardo da una finestra stanca. Umida. Sono molto belle. Nel loro colore giallo ocra, sembrano piccole stelle. È una mattina fredda. E il ghiaccio colora tutto d’argento. Le corse sembrano essere finite. Le abbuffate. I mille regali. La tristezza nei volti della gente che ha invaso i centri commerciali. Le maratone in TV. I saluti e gli auguri fatti di strette di mano e baci, più o meno colorati. Il sole e l’argento della brina sembrano regalare nuovi respiri. Aspettando questo fine anno. E nell’attesa che, ricominci ancora. Tutto da capo.

Vendo. Tutto il mio guardaroba sporco. Quello dei miei anni migliori. Quello dei ricordi. Quello di una gioventù che se n’è andata. Quello di una vita maledetta. Anestetizzata dai colori forti della chimica. E ripulita dal bianco dell’amore, che sono riuscito a regalarmi.

Sarà anche questo un anno come lo sono stati gli altri. Bui, pieni di pioggia e catrame, sassi sotto i piedi, strade da asfaltare. O belli, intrisi di parole, col sole e le nuvole a combattere tra loro…a fare l’amore. Sarà anche questo, un anno come gli altri. Pezzi rotti…e tu che devi camminare.


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scritto da precipitandosivola | 00:07 | commenti Torna in plancia




lunedì, dicembre 29, 2003
 

Ritratto -1

Lei dice di voler essere considerata..una signora, ma non lo è, nessuno ci crede, nessuno la vede cosi..
Appartiene al rarissimo genere di persone che sono senza età, da quando sono piccole iniziano a prepararsi alla sospensione del tempo che verrà,come ci riescano lo si intuisce cercando di conoscerle.

Oltre il tempo,anche lo spazio rappresenta per lei una sfida vinta:possiede infatti il dono della bi-locazione.una parte di sè,lavora,non lontano da casa,mentre l'altra continua le sue ricerche sui liquidi e il rapporto con la vita.

Diciamo allora che questa signora possiede con sicurezza le arti alchemiche della trasformazione dei solidi e dei liquidi in oro,e spesso la potete trovare intenta a una di queste opere "al bianco",ma lei vi dirà che sta facendo il pane, o i biscotti.

Questo livello apparente e comune di relazione con gli umani nasconde la sua vera natura di divino fanciullo con le scarpe di vento.

Oltre allo spazio, e al tempo,la sua vera essenza le permette di leggere i cuori,e di entrare in sincrono col pulsare dei sentimenti altrui.Se serve ,si fa piuma,per cogliere i pochi refoli di vento,se serve si fa odore,per conquistare la vostra attenzione.

Se non la vedete vicino a voi,non preoccupatevi,si aggira solo col favore delle nebbie, ma dietro è sole, è calore, è gentilezza sapiente
e cosciente..se non la vedete,non preoccupatevi,sta scrivendo una delle sue storie antiche, di pesci di nebbia, di cuori in inverno, di danze lievi e superbe.

.

scritto da maqrolldeibattelli | 20:34 | commenti (8)al post




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scritto da maqrolldeibattelli | 21:00 | commenti Torna in plancia




domenica, dicembre 28, 2003
 


L'occhio magico

Vi ricordate di quando eravate piccoli?
La magia faceva parte della nostra vita e noi non lo sapevamo neanche perchè tutto ci
sembrava possibile.
L'occhio magico mi ha ricordato quella bella sensazione e poi... funziona!
Parola di una scettica che ha provato altre volte ad usarlo (però su stampe e non sul
video). Non ci sono mai riuscita prima perchè non sapevo il trucco.


Ora lo so, l'ho scoperto ieri per caso e lo dico a tutti!
Il trucco per "incantarsi" - letteralmente parlando - fissando uno sfondo di colori confusi è questo:
bisogna guardare "attraverso" questa immagine (clikka qui), rilassare gli occhi, senza
fissare lo schermo ma guardare in modo assente, come quando vogliamo evitare gli occhi di una persona e allora, pur guardandola in faccia "non la vediamo" perchè, anziche cercare i suoi occhi consideriamo distrattamente le sopracciglia, la fronte, l'attaccatura dei capelli...
Da una confusione di forme e colori emerge, in un modo sorprendente, quasi magico, un'immagine tridimensionale, completamente nascosta, con contorni ben delineati. Lo schermo del pc diventa profondo di circa 30 cm ed in primo piano si vedono ... (... non lo dico perchè lascio la sorpresa...)
I "corpi" dell'immagini sono fatti della stessa confusione di formi e colori, ciò che
emerge è la forma e la posizione ...
(ehmmm!!... trattasi proprio di una "posizione").


Consigli per chi fosse veramente intenzionato a scoprire l'occhio magico:

- avere un pò di pazienza perchè non ci si riesce la prima volta che ci si prova.
- non pensare al fatto di sentirsi un pò ridicoli a fissare con insistenza lo schermo. (infatti, quando poi si riesce "a vedere" ... è talmente sorprendente che si pensa che ne
sia valsa proprio la pena!)
- importantissimo è non guardare fisso - :)) dritto negli occhi - lo schermo del pc ma cercare di rivolgere lo sguardo attraverso, insomma averlo un pò vacuo.

Guarda al centro dell'immagine ma senza "agguzzare la vista" al contrario... lascia gli occhi aperti (non battere neanche le palpebre) e con la coda dell'occhio, adocchia
l'immagine nell'insieme.

Quando percepite che qualcosa stia per "emergere", non cedete alla tentazione di
"fissare" lo schermo ma continuate a guardare attraverso esso, come se si guardasse una
luce lontana...
Ripeto, è importantissimo che, nel momento che qualcosa nello sfondo comincia a
"muoversi" gli occhi continuino a "guardare lontano".

Chi ci prova??






























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scritto da .....ella | 08:21 | commenti (2) Torna in plancia




sabato, dicembre 27, 2003
 

Le bolle della Malvizza

L’abbaiare di Nestore, setter irlandese di magnanimi lombi ma degradato a cane da guardia per vecchiaia, sveglia Ottone che si affaccia dalla finestra della diroccata masseria posta al centro dell’arido pezzo di terra vanamente coltivato a grano.

Sulla cima del calanco che sovrasta l’appezzamento, in una curva del tratturo utilizzato per secoli dai pastori abruzzesi per la transumanza fino alla piana di Candela, un uomo guarda verso il basso.

E’ ancora presto per la transumanza e non vi sono pecore e cani intorno all’uomo. La pioggia battente ingombra lo sguardo e Ottone non riesce a distinguere chi sia l’uomo.

Fidarsi è bene ma …….ed allora stacca dalla parete la doppietta e si riaffaccia alla finestra.

L’uomo si è spostato , ha imboccato il viottolo che dal calanco porta giù verso il campo.

La pioggia ha allentato il fondo argilloso e un grigio rigagnolo di fango scivola dal calanco verso il basso. L’uomo cerca di mantenersi in equilibrio ma giunto a metà del viottolo, quando la pendenza si fa più ripida, cade e arriva fin in fondo scivolando sulla schiena, mescolandosi al fango.

Ottone, infila i suoi calzonacci di fustagno, si copre con una palandrana nera che gli arriva alle caviglie, indossa un cappello di feltro nero a falda larga ed esce nell’aia.

L’uomo è ancora immerso nella pozzanghera al bordo del campo ed allora Ottone abbassa la doppietta, si avvicina sorridendo all’uomo, un malintenzionato non si fa travolgere da quattro dita da fango. “Fatti guardare in faccia! Chi sei ? Cosa sei venuto a fare qui giù, in questo buco del culo del mondo? “

L’uomo si alza in piedi, da una sacca di pelle sbrindellata tira fuori un fazzolettone verde a fiorellini, si pulisce il viso dal fango e : “Mi presento! Sono Albinola Emilio Gabriele, da Viggiù, maestro scalpellino, di antica famiglia di scalpellini. Da secoli lavoriamo il marmo! Siamo gli eredi dei Maestri Comacini! Sono qui per la Cappella di famiglia di Don Francesco Tiranno.Ho qui una sua lettera dove commissiona il lavoro alla mia famiglia. Sono venuto io . Su in paese mi hanno detto che avrei trovato Don Francesco alla masseria. Mai avrei pensato che fosse così lontana. Anche se credo di essermi perso. ”

Ottone, comincia a ridere “ E che marmo vuoi scalpellare qui? Non lo vedi che se non fai attenzione a dove metti i piedi qui affondi nella melma. Vieni d’estate e allora vedrai che questa terra sarà più dura del tuo marmo. Entriamo in casa, se no affoghiamo e ti spiego dove trovare il mio amatissimo padre.
Ho paura però che dovrai ritornare al tuo paese con lo scalpello in saccoccia ”

E quella mattina di ottobre del 1908 un giovane maestro scalpellino di Viggiù, , alto, biondo , con gli occhi azzurri, già pingue malgrado i ventidue anni, insolitamente in trasferta sui margini nord-orientali dell’Appennino campano e un contadino-proprietario di Ariano di Puglia (come si chiamava allora) basso , scuro di chioma e di colorito, ossuto come un ulivo, gli occhi verdi mobili , nervoso nei movimenti, dal volto rugoso malgrado i vent’anni., asciugano insieme il freddo della pioggia con la zuppa di vino.

Ottone riscaldato dal denso vino: “Ancora con la cappella funebre! Sapessi quanti marmisti ho dovuto cacciare via! Oramai tutti quelli che lavorano il marmo a sud del Garigliano conoscono la storia della cappella di don Francesco. E lui è riuscito a trovarvi a confini con la Svizzera! Ora ti porto a vedere dove ha in mente di costruirla e ti renderai conto se non è una pazzia “

Emilio Gabriele da Viggiù senza scomporsi e con un tono lento: “Piccolo amico …noi costruiamo monumenti funebri, chiese , cappelle votive, obelischi, ovunque: in cima ad una montagna, al centro di una foresta, su uno scoglio nell’Oceano! Mettimi alla prova e vedi se non ne sono capace”

E i due si avviano lungo il tratturo, sotto la pioggia gelida.

Dopo una mezz’ora di cammino arrivano ad un pianoro senza vegetazione e nessun albero , ingombra di sassi, al centro di essa numerose bolle d’acqua fumante emanano un acre odore di zolfo.

Emilio si rivolge ad Ottone con aria interrogativa : “Ma cosa sono le bocche dell’’Inferno. Qui tuo padre vuole costruire la sua cappella? Ma è pazzo! “

Ottone avviandosi verso una baracca posta al margine delle bolle: “Hai capito allora che la testa di mio genitore non funziona. La cappella funebre in mezzo alle bolle della Malvizza… Tutto il paese ride di lui, la vuole di fianco all’osteria, dove si ferma quando va a caccia. Fermiamoci, beviamo qualcosa per toglierci questo puzza di zolfo dalle narici” e spinge la porta della baracca.

All’interno, in fondo alla parete un lungo bancone di legno scuro, dal soffitto pendono trecce di salsicce, di salami e di prosciutti, di lato, davanti alla finestra, una larga madia azzurra dipinta di azzurro con decorazioni di fiori gialli, sull’altro lato una norme cucina a carbone davanti alla quale voltato di spalle un uomo curvo attizza il fuoco. E’ alto , la folta chioma ricciuta rossiccia, lampeggia ancor più per il riflessi del fuoco, ha una lunga barba incoerentemente nera con lunghi chiazze bianche, lunghe e muscolose le braccia, le mani , di un biancore marmoreo , hanno dita sottili e gli occhi neri si muovono veloci .

Si volta verso i due e manda loro un sorriso: “Ottone , un altro maestro marmista vero? Entrate , dissetatevi e mangiate qualcosa. Sto cucinando per i cacciatori che arrivano tra un paio d’ore, non è ancora pronto, ho quasi finito tutto. Ottone prendi delle salsicce o guarda nella madia ci deve essere ancora del formaggio, di quello buono e ancora qualche fetta di filetto che mi hai portato l'altro giorno. Fai scegliere al nostro maestro che è bene in carne e deve essere un buongustaio. Tu intanto vai nel retro, alla botte e riempi una caraffa di vino nuovo”

Ottone afferra un caraffa dal banco ed esce dalla porta.

Emilio si avvicina alla madia, l’oste ne ha aperto il grande coperchio. “Scegli pure, caro e giovane amico”

Emilio si curva e guarda verso l’interno, un colpo secco di una lama affilata avvitata nel coperchio, abbassato con forza dall’oste, gli tronca di netto la testa che cade nella madia.

“Ottone, figlio mio, puoi rientrare, sei troppo delicato di stomaco. Domani avremo di che dar mangiare ai cacciatori che arrivano da Foggia e nel menù un nuovo piatto: salsiccia alla moda dei maestri comacini!”


















































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scritto da mianonnaincarriola | 01:57 | commenti Torna in plancia




giovedì, dicembre 25, 2003
 

CRASH

Il rosso acceso, il bianco livido, il viola quaresimale hanno ragione del nero notte. Mentre mani furbe danno voce a metalli.

In principio Iddio...

La luce è rossa e bianca e viola e verde e azzurra, e il nero si perde negli spazi siderali.

Vide, Iddio, che la luce era buona e la separò.

Il netturbino detesta il vento. Il bambino ha in uggia la pioggia. L'occhio diventa opaco, specchio dell'anima?

Poi Iddio piantò un giardino in Eden.

Volti privi di sonno s'intrecciano nell'alba che sa di muffa.

Non è bene che l'uomo sia solo, disse Iddio.

Nell'erba fradica il corpo nudo della donna appare ancora più bianco. Un cane uggiola lontano.

Il serpente era astuto...

Lacera, la sirena, il silenzio e ammorba i pensieri dell'alba.

Iddio chiamò Adamo. Che disse: non posso essere stato io. Amavo Eva.

Allora Iddio chiamò Caino. E gli chiese ragione e Caino rispose: io non sono arrivato a tanto.

E Iddio gli disse: a tutti puoi mentire, tranne che a me.

E allora Caino fuggì. Lo si vide per boschi e prati e lungo i fiumi. Ma alla fine della giornata era allo stesso posto, davanti a Dio, che lo attendeva paziente.

La gelosia non ha età, non conosce stagioni.

Una voce, nel tramonto disse: facciamo l'elogio degli uomini pii.

Cadono poche monete nel cappello del mendicante che staziona sul sagrato del duomo a ogni messa della domenica.

La voce di donna si fece flebile, ingoiata dal grecale.

Il frate sistema il saio per renderlo presentabile. Nella chiesa di campagna, piccola e male illuminata, tre donne stanno aspettando l'ora del vespro per soddisfare la loro abitudine.

Quanto tempo è passato, padre mio? Nel cuore ha secoli, e nomi e amore e odio e anni di pace e anni di guerra e verità e menzogne.

Padre mio, non abbandonarmi.

Ma suo padre lo udì? E se lo udì, si rese conto che quella voce era di un uomo impaurito?

(r.c.)


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COPPIE

La vide che giocava a carte con le amiche. Giuliva. Capì che era quello, il momento. Uscì. Aveva preparato tutto da tempo. Anche il biglietto d'addio.

 


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scritto da Padule | 00:02 | commenti Torna in plancia




sabato, dicembre 20, 2003
 

IL FIGLIO

Lei sapeva perché si era ucciso, suo figlio, quel giorno di primavera, un anno prima. Aveva attaccato una corda a una trave in soffitta e s'era appeso. L'avevano cercato ore.

Lei sapeva perché non avesse lasciato scritta neanche una riga. E la verità le bucava l'anima. Ogni giorno vagava per la casa e finiva sempre lì, in soffitta, dove tutto sapeva di polvere. Stava in mezzo, sotto la trave e la guardava. E si riempiva di ricordi. Lei non tentava neanche una debole difesa di sé. Che poteva dire a sua discolpa? Neanche una parola. Era stata una pessima madre con quel figlio unico. Una madre che era andata oltre l'amore per scivolare nel tunnel crudele dell'incesto.

Una sera, la trovarono impiccata in soffitta. Come il figlio.

E qualcuno disse: "Strano destino".


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scritto da Padule | 23:37 | commenti Torna in plancia




venerdì, dicembre 19, 2003
 

Cento anni fa il primo velivolo, definirlo aeroplano è troppo, si staccò da terra per venticinque secondi, raggiungendo i tre metri di altezza (a occhio), con grande giubilo dei presenti. L’avvenimento è stato riproposto l'altroieri con grande entusiasmo, con ammirazione e perfino tenerezza per quei due pionieri che riuscirono nell’impresa per primi. In effetti il volo ci ha cambiato la vita, quasi come l’auto, la radio ed il telefono. Amo volare; mi è utile per viaggiare, sia per lavoro che per diporto, ma mi piace anche per le sensazioni che provo in sé. Lo so bene, al punto che nei miei cassetti, in fondo in fondo, ho trovato anche una mia polverosa laurea in ingegneria aeronautica. Però, però... allo stupore per l’ammirevole progresso tecnologico, si è sovrapposta in me una sensazione di stupore e incredulità per ben altro: tra il 1903 e il 1915 sono passati dodici anni, praticamente un niente, e in quel niente si è passati dall’esperimento di due “meccanici di biciclette” a schieramenti di aerei sui due opposti fronti della Grande Guerra; in dodici anni nella mia città non si è stati capaci di ristrutturare un teatro, di costruire un ponte, di rimodernare un ospedale; e a quel tempo, in dodici anni, si è passati da un incubo sperimentale semovente di travi e tela a schiere di funzionalissimi aeroplani capaci di volteggiare in combattimenti a colpi di mitragliatrice, di bombardare linee nemiche. E’ stato creata dal niente una tecnologia capace di strutturare il cumulo disordinato di legno e tela facendolo evolvere in strumenti efficaci per volare e sparare senza cadere a pezzi. E’ stato creato un apparato industriale capace di replicare in centinaia di copie aerei che hanno popolato tutti i fronti di guerra. E’ stato creata una classe di persone capaci di governare questi nuovi mezzi, e questi in dodici anni (anzi molto meno) si sono perfino costruiti un’etica e poi un’epica cavalleresca nel loro duellare ed uccidersi in questa nuova forma, Curse you, Red Baron! . E questo succedeva non solo negli USA, ma ovunque nel mondo, in Europa, in Italia, ogni paese ha il suo eroe dell’epoca, il suo Baracca o Barone Rosso. Ma erano davvero due semplici meccanici di bicicletta? Sapevano che erano attesi al varco da politici , militari e industriali con una fretta infinita? Erano davvero On the Wright way per caso, o è andata in altro modo? In ogni caso, come per tutte le invenzioni di tutta l’umanità, anche questa ha avuto successo appena si è rivelata utile ad ammazzare qualcuno, anche se in modo all’inizio molto romantico. E questo non mi sembra degno di essere ricordato con giubilo.

(op-log-giovanni)


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giovedì, dicembre 18, 2003
 
La firma

 

La stanza gli parve particolarmente grande e mai, come quel pomeriggio, così disadorna. Aveva entrambi i palmi delle mani sudati ed appoggiati aperti sulla scrivania di ciliegio, da un lato e dall’altro di quel foglio che avrebbe dovuto firmare.

Era ancora sotto shock per la notizia che il Colosseo fosse saltato in aria nella mattinata. Non che la distruzione del Campanile di Giotto a Firenze, di dieci giorni prima, fosse stata meno impressionante, ma mentre per quell’altro attentato le alte cariche dello Stato e la gente comune avevano risposto positivamente con manifestazioni massicce di protesta contro il terrorismo di Al Quaeda, cui erano seguiti funerali solenni e proclami indignati nello spirito rinnovato dell’orgoglio patrio, ora serpeggiava solo angoscia e panico. Molte persone, nelle città, avevano abbandonato le proprie case prossime ai cosiddetti punti sensibili e i centri storici si stavano svuotando rapidamente in modo surreale.

E dire che lui, come responsabile del dicastero degli interni, aveva predisposto tutte le misure del caso per la difesa del territorio rafforzando i controlli di polizia e quadruplicando la sorveglianza ai monumenti più rappresentativi. Come avrebbe potuto però prevedere che i terroristi kamikaze avrebbero usato un elicottero cargo dei carabinieri imbottito di due mila chili di tritolo per entrare nel Colosseo dall’alto? La polizia che pattugliava la zona l’aveva visto arrivare, ma era l’alba e avevano pensato ad una esercitazione vedendo la scritta dell’Arma sulla fiancata del velivolo. Ora i blocchi di pietra dell’anfiteatro erano arrivati, per effetto della deflagrazione, fino a piazza Venezia. C’era solo un enorme cratere là dove c’era prima  il Colosseo e la conta dei morti ancora non era terminata.

L’opposizione voleva la sua testa, lui lo sapeva. Ma quello sarebbe stato davvero il meno. Si sentiva infatti profondamente scosso. Era come se non avesse più certezze nel domani, come se avessero violato casa sua, la sua intimità, la sua stessa memoria. Era come se fosse stato depredato con violenza della sua identità di essere umano.

Da quando era divenuto ministro, quella che avrebbe dovuto prendere era, allora, davvero la decisione più difficile: l’ordine con cui, proclamando lo stato d’assedio, si disponeva drasticamente la chiusura delle frontiere ai cittadini di nazionalità araba e la concentrazione di tutti quelli, regolari e clandestini, che già si trovavano in Italia, negli stadi di calcio ove sarebbero state allestite dall’esercito, in tutta fretta, tendopoli attrezzate. Lì, i nuovi reietti sarebbero stati isolati dal resto della popolazione per un tempo indefinito in attesa dei possibili sviluppi della situazione.

Lui sapeva benissimo che, sia per l’eventualità che avesse firmato che per quella in cui non lo avesse fatto, le conseguenze di politica interna e internazionale sarebbero state comunque gravissime e incalcolabili. Ma non era più il tempo delle attese e dei rinvii.

Poi il telefono squillò. Lui fece un sobbalzo. Alzò la cornetta. Una voce calma dall’altra parte gli rovesciò nell’orecchio alcune parole dure, ma ferme. Non disse una parola il ministro. Deglutì solo nel riagganciare l’apparecchio e poi, mentre si abbandonava allo schienale della poltrona, chiuse gli occhi.

Quindi sfilò lentamente la penna dalla tasca interna della giacca e firmò.
- Briciolanellatte



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scritto da briciolanellatte | 15:32 | commenti Torna in plancia




mercoledì, dicembre 17, 2003
 
martedì, dicembre 16, 2003  

Stepa, a proposito ancora delle opere del babbo, mi parla con ammirazione della Siesta, mentre Lorelei mi chiede di narrarvi altri episodi di famiglia. Questa volta, allora, vi racconto flash buffi che mi sono stati ricordati, qualche anno fa, per telefono, dallo scultore Luciano Minguzzi, amico fraterno di papa (che nel suo romanzo autobiografico Uovo di gallo, pubblicato dalla Garzanti, gli dedica una pagina tenerissima e piena di ammirazione). Dunque, Luciano mi parlava con divertimento del carattere forte di mia madre, la mitica Hena, ispiratrice di papà che spesso l'aveva ritratta in scultura e mi ricordava come una volta - alla stazione ferroviaria di Roma, essendo arrivato il babbo in ritardo, col pericolo di perdere il treno - lei avesse scagliato la valigia a terra, e come papà, serafico, ne raccogliesse il contenuto sparso sulla pensilina, quasi questo fosse un fatto normalissimo...

E poi mi ha ricordato come alla morte di papà - di cui già vi ho parlato dell'inclinazione all'eleganza nel vestire e in ogni cosa della vita: era un esteta, era un artista - Luciano avesse chiesto ad Hena se le vendeva il cappotto di castorino del babbo, rimasto nuovo nell'armadio, offrendole cento lire, al che la mamma gli rispose: «ne vale quattrocento, e poi tu sei grasso e non faresti mai la figura di Giorgio...» Capisco che - con la morte del marito, unico sostentamento della famiglia - brillante sostentamento, perché il babbo era sulla cresta dell'onda, vincitore dei più ambiti premi nazionali - cercasse, la vedova, di realizzare qualche guadagno, pensando anche al futuro della figlia - ma non avrebbe dovuto dimenticare che Minguzzi aveva finito, a sue spese, le opere da consegnare, rimaste incompiute, con la morte di Giorgio. Anche le cose più tremende, però, pronunciate dalla bocca di mamma, riuscivano spiritose, perché Hena era eccezionale, anche se ironica e tagliente, qualche volta all'eccesso. Come la volta in cui un'amica supponente osò dirle. «la vedo un po' ingrassata, faccia come me; vado tutte le mattine in palestra.» Ed Hena le rispose: «ha visto che non conta niente?» E la volta in cui un'altra amica invidiosa le fece notare. «Tutti dicono che ha occhi speciali, però si aiuta con tanto rimmel sulle ciglia!» E lei:«Lo usa anche lei...» E l'altra: «Sì, ma pochissimo.» E mamma: «Non è il caso di fare economie...» 

Se sono così insistente - spero non molesta - con i ricordi di famiglia è perché temo che, alla mia morte, Giordani cada del tutto nel dimenticatoio, inesorabilmente sepolto dentro il passare degli anni...

scritto da Gardenia | 09:21 | commenti (29) | Torna su


 




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scritto da Gardenia | 13:38 | commenti Torna in plancia




martedì, dicembre 16, 2003
 
La sinfonia perfetta

 

Era successo esattamente come gli era stato preannunciato. Una mattina non aveva fatto in tempo ad aprire gli occhi che un sibilo acutissimo lo aveva fatto sprofondare nella sordità più completa. Il mondo era diventato muto. Vedeva gli alberi stormire, le macchine passare in strada, un oggetto cadergli dalle mani, tutto nel più assoluto silenzio. Si era spesso chiesto, durante la lunga ed irreversibile malattia, come sarebbe stato quando non avrebbe sentito più nulla. Ed ora lo sapeva: era come essere sepolti vivi nella propria stessa esistenza. La vita ancora schiamazzava, rideva, echeggiava attorno alla sua rabbia, ma senza di lui. Era stato tagliato fuori e, paradossalmente, si accorse ben presto che era come se fosse stato sempre così.

Aveva preso a passare giornate intere sulla poltrona di casa a guardare davanti a sé nel vuoto capovolto della propria realtà. Si faceva costantemente la stessa inutile domanda per la quale non trovava una risposta adeguata. Perché? Perché gli era accaduta una disgrazia simile. Finiva quindi con il commiserarsi fino alle lacrime, rivoltandosi nelle panie di una solitudine vischiosa che lo tirava al di sotto del livello del tollerabile sino a soffocarlo.

Passò mesi in questo stato. Le sue condizioni fisiche e mentali scadevano visibilmente. Poi, un giorno, quando pensava di essere divenuto più simile ad un vegetale che ad un essere umano, sentì come una vibrazione. Si ridestò dal suo sonno ad occhi aperti. Sì guardò attorno scrutando la penombra di quella stanza che non aveva più conosciuto un filo d’aria pulita o un raggio di sole. La sua attenzione, tuttavia, non rimase vigile per molto. Richiuse gli occhi a farsi nuovamente ingoiare dal suo stesso torpore. Ma la vibrazione, invadente, si fece ancora sentire. Gli veniva da dentro. Si spaventò. Gli prese l’affanno tanto che cominciò a respirare a fatica. La vibrazione a poco a poco si tramutò in un suono debolissimo, lontano, come se provenisse dal fondo di una grotta. Lo riconobbe: era un oboe. La melodia crebbe nella sua testa sino a farsi cristallina: era dolcissima, suadente, rievocativa. All’oboe si unì ben presto una sezione di archi che si mise a giocare in contrappunto con la melodia dei legni. Un pianoforte prorompente, in quella musica celestiale, rimise ordine nelle note acquee di quel movimento, trascinando a sé gli altri strumenti in un diverso e più struggente canto.

L’uomo era eccitato, gli batteva forte il cuore. Non aveva mai sentito nulla di così bello ed esaltante. Si sarebbe detto Beethoven, ma con continui richiami a Mozart e a Brahms. Una sinfonia perfetta che, anche quando ebbe termine, gli lasciò un senso di profonda beatitudine e appagamento. Il sorriso era tornato sulle sue labbra e quella sera cenò di buon grado.

L’indomani mattina il silenzio era ritornato prepotentemente ad essere protagonista della sua esistenza. Decise però di uscire. Si lavò, si fece la barba, tirò fuori dall’armadio vestiti puliti e profumati. Passeggiò sul lungolago. La gente non gli dava più fastidio, né provava rancore verso chi poteva sentire. Si era rappacificato con il mondo.

Si era seduto sulla panchina accanto al ponte romano quando la vibrazione dentro di sé tornò sottile come una carezza. La musica, che ben presto esplose nel suo cervello, ricordava quella di Mahler, ma non era nessuna delle sinfonie da questo composte. Sembrava la decima sinfonia, quella mai scritta; lo stile dell’autore era infatti inconfondibile.

Chiuse gli occhi. Non ci poteva credere che un simile dono potesse essere stato fatto proprio a lui. L’emozione era grande, fin troppo grande per la sua anima da cui debordò come un incontenibile mare in burrasca.

Quando poche ore dopo lo trovarono riverso sulla panchina, privo di vita, aveva ancora il viso sereno come di chi aveva appena parlato con Dio.
- Briciolanellatte



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scritto da briciolanellatte | 18:57 | commenti (1) Torna in plancia


 

Fiori d'Arancio

Strana giornata questa. Tanti avvenimenti. Ho dormito fino alle 11:00 (è un avvenimento). Hanno aperto un'Esselunga vicino casa. Ho comprato un manuale tascabile-condensato di grammatica spagnola con sinomini/contrari ed etimologia delle parole (venti pagine). Sto per appisolarmi quando...tremo. Il vibracòl del cellulare. Rispondo? Rispondo.

- giusec! Sono disperato.
- Si? Chi parla?
- Sono Luciano! Luciano, lo sposo! Sono nei casini.
- Luciano! Che piacere. Ci si sente spesso, ormai, eh? Dimmi. Posso aiutarti? Quali casini?
- la sposa non c'è.
- Oh. Mi disp...Come la sposa non c'è?
- Non c'è. Sono disperato. Ho preso un aereo in fretta e furia. Io sono qui. Ho pure cantato in aereo. Ma la sposa non c'è. E la piazza del comune non c'è.
- Come la piazza del com...Luciano. Hai preso un aereo. Per dove?
- Sicilia, Modica.
- 'A Lucià. Ma non dovevi sposarti a Modena? Modena, non Modica. Emilia, non Sicilia.
- Mod...no. Emilia. Non è possibile. Ma il foglietto di Bbono? Bastar...
- Quale foglietto di Bono?
- Bbono, degli Uddue. Mi ha lasciato un foglietto sulla bacheca. Ci vediamo a Modica. Bastardo. Bastardi romani.
- Lucià. E tu ti fidi di un foglietto in italiano scritto da un irlandese? Di Dublino, poi. E poi che c'entrano i romani, scusa?
- Irlandese. Dublino. Ma Bbono non è di Roma? Bboni, state bboni. 'Ao. Stateve bboni. Io sò Bbono, vvoi stateve bboni.
- Luciano, Bono è di Dublino.
- Maddai. Vuoi dire che anche Egge non è dei Parioli?
- No, Lucià. Prendi il primo aereo. Bologna. Fai in fretta. Sù.
- Marò, Egge non è dei Parioli????? E io gli ho pure spedito le fedi. Le fedi. Un mito che crolla. Egge. Bbono. Stateve bboni.
- Catania-Bologna, Lucià. E in bocca al lupo.



























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scritto da giusec | 01:05 | commenti Torna in plancia




lunedì, dicembre 15, 2003
 

La pescatrice: bozzetto di una delle statue più "guizzanti" di mio padre, lo scultore Giorgio Giordani, per cui ha posato Hena - mia madre - trentenne.

Parlandovi di mio padre, l'Artista , mi è venuta voglia di completarvi la "tela" entro cui palpitava la vita di un uomo eccezionale, incorniciata dentro i fatti del suo tempo: siamo nel Ventennio col suo male e col suo bene, perché nessun momento storico, io penso sia il male assoluto. I ricordi, non miei personali, ma traslati da mia madre e dai contemporanei dei loro giorni, mi riaffiorano ora come dolci fontanelle della memoria. Negli anni bolognesi in cui papà aveva lo studio in Via Lame, riceveva spesso una bambina di sette anni, quale modella per deliziose "testine", capolavori di una delicatezza infinita Questa bimba molto graziosa, di famiglia poverissima, faceva - molto disciplinata - la sua ora di posa e poi riceveva regolarmente, dalle mani dello scultore, una moneta d'argento. Questo "rituale" si protrasse per una settimana, ma un bel pomeriggio, sospendendo il lavoro e guardando fuori dalla finestra, dove la piccola era già in strada, mio padre la vide estrarre dalla tasca la moneta e mordicchiarla, per saggiarne l'autenticità...Questo fatto lo commosse a tal punto, evidenziandogli lo stato di bisogno di quella famiglia, da indurlo l'indomani a raddoppiare il compenso alla piccola modella.

Era un inverno bolognese freddissimo.Mio padre, che era un elegantone, si era appena comperato un cappotto di pregiatissima lana, caro nel prezzo come una pelliccia. Entrò nel suo studio un architetto geniale, ma che non guadagnava nulla, sfortunato su tutta la linea, malvestito, senza niente indosso che lo riparasse dal freddo. «Che bel cappotto, Giorgio. Me lo fai provare?» E lui: «Indossalo, è tuo». Tornato a casa in giacca, col freddo che faceva, mia madre lo aggredì «Dove hai messo il cappotto nuovo?». E lui: «L'ho regalato all'architetto S*; aveva tanto freddo». E lei: «Ma sei diventato matto? Potevi dargli quello dell'anno scorso». E lui. «No, volevo fargli un regalo, altrimenti sarebbe stata un'elemosina».

E poi mi piace l'episodio di quando il pittore Marzocchi - entrando nel suo studio - gli disse : «Che bella testina!» - ammirando una scultura di donna, ad immagine intera, e mio padre - mi dicono - con un colpo di scure, la decapitò, porgendo la testa all'attonito pittore che, addolorato, gli chiese: «Perché?» E lui: «Se ammiravi la testa, il resto non conta...» Tempi di una Bologna antica, palpitante d'arte, tempi in cui i miei genitori conversavano al Caffè San Pietro - cenacolo d'artisti d'ogni specie - con Bacchelli, Morandi, Guidi, Minguzzi, tempi in cui io non c'ero, ma che porto dentro come se li avessi vissuti .E, adesso, sto in Polesine...

scritto da Gardenia | 14:15 | commenti (19) | Torna su





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scritto da Gardenia | 08:43 | commenti (2) Torna in plancia


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

marco simonelli

AGONIA

Lui ha occhi azzurri

come non ne ho mai visti dalle nostre parti:

dentro il suo occhio un freddo macchinare

di lamiere contorce l’orbita

a battere nell’attesa profonda

come una goccia di sudore

Una goccia di sperma

Una goccia di sangue, di sudore.

Quando passa, lui scruta i nostri corpi:

(carne/ siete solo della carne/ della carne siete/ solo siete soli nella carne/ siamo soli nella carne/ carne di sola carne/ di rosa di carne/ bisturi che taglia la /carne al fuoco/ carne da poco/ la vostra carne/ che è solo sola carne che non deve iniziare carne/ carne finita):

(nel ripostiglio prendetelo, mettetelo, tenetelo in vita

nel ripostiglio prendetelo, mettetelo, tenetelo in vita)

(questo qui è un numero buono)

Ogni giorno mi sporcano la faccia

ogni giorno gli occhi occlusi—

ormai non vedo più:

lascio che le mani mi spoglino—

mi sottometto quasi a non pensare

nelle defecazioni

nei confronti di tutti.

I nostri corpi di malati non sono più buoni per il sesso

ci trasciniamo, ombre noi senz’ombra all’alba

e quando lui arriva è la medesima agonia

prendilo – stringilo – fermalo – tienilo

prendilo – stringilo – fermalo – tienilo

(e così sia)

[per Nina Maroccolo, per il Campo, per Anneliese]


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scritto da atarax7 | 08:29 | commenti Torna in plancia




domenica, dicembre 14, 2003
 

 

Il desiderio e la necessità

 

Il desiderio nasce come aspirazione e si coniuga con la speranza.

 

Il desiderio nasce come privazione (…ah. l’angelo caduto dalle stelle - “de-sidere” - , che rimpiange le altezze perdute per sempre…) e trova un’altra suggestione nel “desero”, nel verbo che parla di mancanza, di perdita, di abbandono: forse per questo il desiderio si sposa con la nostalgia, che è il più intimo dei dolori, l’ “algos ” del ritorno.

 

Essenzialmente c’è desiderio quando l’oggetto che si desidera sfugge, guizza fra le mani come sapone, bagnato e scivoloso.

Il desiderio è all’insegna della non coincidenza perché si desidera ciò che non si ha, si aspira ad una futura pienezza, che nel presente si dà come vuoto da colmare.

 

Ma c’è un altro modo del desiderio: quello che coincide con la necessità. Desidero ciò che mi è indispensabile alla vita, ciò che la profuma e le dà colore.

Ecco, in questo modo, con questa cifra, prende forma e s’addensa il mio desiderio di poesia, necessità che nasce dal sentire la poesia come una sorta di parallela forma di concorrenza alla vita o una sua indispensabile concomitanza, perché agita e riscoperta come risorsa del vivere.

 

“Non è materia, la poesia - dice Mario Lodi-. E’ un momento magico in cui i pensieri belli e forti che sono dentro di noi escono e diventano parole : le parole prendono il loro posto” .

Parole ad alta densità personale.

Ad esse, con Luzi,  si può chiedere di cantare “qualcosa pari alla vita”.

 

 


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scritto da colfavoredellenebbie | 11:42 | commenti (1) Torna in plancia




sabato, dicembre 13, 2003
 

IL GENERALE

In pensione da un anno, il generale dell'aeronautica aveva scoperto, un lunedì - gli esami erano chiari  -, che ne avrebbe avuto ancora per poco. Ebbe un fremito. Salì sull'ultraleggero "Yuma" (biposto d'alluminio, motore da cento cavalli di prima mattina. Era sabato. Decollò dall'aviosuperficie semideserta. Volò dieci minuti. Guardò la sua città, il mare, il cielo. Poi si mise le cinture e lasciò la cloche. L'ultraleggero perse quota immediatamente e, a settecento metri dalla costa, cadde in mare. Il generale fu trovato al suo posto, in ordine, le cinture messe precise. Non un osso intatto.

Non una parola aveva lasciato alla famiglia.

Non l'aveva mai amata.


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giovedì, dicembre 11, 2003
 
Bimbi (come difendersi dai)
(dedicato agli amici ed ai loro temibili bambini)

L'Italia ha il tasso di natalità inferiore al mondo. L'incremento demografico in Italia è sempre negativo. Le famiglie italiane non fanno più figli. Gli italiani invecchiano [......] Balle. Sono tutte balle. I media non raccontano il vero. Del resto, ormai sono controllati. E io, con questo post, rischio la vita. Possono colpirmi da un momento all'altro. Devo stare attento. Ai bimbi.

Adesso vi spiego tutto. I bimbi ci circondano. Sono migliaia. Altro che decremento demografico. Ormai controllano la società. Controllano i media. Per questo che si continua a parlare di tasso di crescita zero in Italia. Ma sono balle, non vi rendete conto? Vespa, Fede, Giorgino, Gruber: sono solo fantocci nelle mani dei bimbi.

Primo. I bimbi stanno distruggendo lentamente l'identità degli adulti. La nostra identità, le differenze, le regionalità, le appartenenze di cui andavamo fieri. No. Non più, ormai. Adesso siamo tutti zii. Chiunque non ricopra il ruolo di papà o mamma o nonno o nonna è inevitabilmente zio o zia. Senza possibilità di appello. Non amicodelbabbo. Non conoscentedi mamma. Non stronzoadulto. Zio. Zio giusec. Zio Max. Zio Mauriziocostanzo. Zio Lucianopavarotti. Zia Mariadefilippi. Zio Pippobaudo. Abbiamo perso la cosa più cara al mondo: la nostra identità.

Secondo. I bimbi evitano che gli adulti discutano di politica, nel modo più succube. Siamo a tavola. E' sufficiente un bimbo e l'attenzione di tutti si catalizza su di lui. Un tempo si parlava di politica, di Berlusconi, di crisi sociale, di zen materialista, di rivincita girotondista. Adesso è finita. Col bimbo si parla di cacca. Di pappette. Di vomiti e ruttini. Di bagnetti. Di pianti notturni. Di piripiripiri. Di ciaociaociaopiccolino. Di cosafaibellocosafaieh. Pensateci. E' chiaro, non vi rendete conto? E' un modo sottile per cancellare ogni libera discussione, ogni idea, ogni logico pensiero dalla mente degli adulti. Stanno cancellando un altro punto chiave della nostra esistenza: la liberta di parola e la voglia di dialogo.

Terzo. Mens sana in corpore sano. I bimbi lo sanno. E' per questo che piangono tutte le notti. Per sfiancarci, anche fisicamente. Per distruggerci. No. Non fregnano alle tre del mattino perchè vogliono il latte. No, non hanno le colichette al pancino. Sono tremendi, loro. Sanno che non possiamo resistere, se non dormiamo almeno sette ore di fila. Almeno. Sanno che siamo totalmente indifesi.

Vi ho raccontato tutto. Adesso temo per la mia vita. I bimbi si preparano al golpe e non tollereranno interferenze. Ho un ultimo indizio del loro diabolico piano. Un sito uèb. Segreto. Mostra i bimbi di tutte le nazioni che cingono il pianeta, sicuri della sua conquista. Terribile. Diabolico. Dobbiamo fermarli. Dobbiamo dormire. Dobbiamo discutere di politica e zen. Basta piripiripiri. Basta zii. E attenzione. I bimbi, senza che noi ci si accorga, ci osservano.

















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mercoledì, dicembre 10, 2003
 

ALLO ZOO

Il pinguino e la tigre si sono fissati negli occhi per ore, senza capire


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scritto da PaoloGalloni | 11:34 | commenti Torna in plancia




martedì, dicembre 09, 2003
 

 

L’isola della poesia

 

Metti che ci sia l’isola della poesia…

Metti che davvero fiorisca in mezzo all’acqua come un “nido” di gabbiani, “balenando in tempesta”, in un gioco di “alide ali”…

Metti che  zampetti verso l’alto, con piccole schegge, “leggere e vaganti” di pensieri…

Metti che gorgogli di tanto in tanto come “fontana malata” e poi sospiri con “frusci di serpi”…

Metti che  respiri “gemmea l’aria” e succhi il latte di un “cielo così chiaro”…

Metti che per tutta la notte esali  un “odore di fragole rosse”…

Metti che sciolga in mare, al “rabido ventare”, il suo “terreno giallo e verde”…

Metti che alle “cose malferme” dell’universo mondo doni l’ “agave che s’abbarbica al crepaccio”….

 

non allungheresti, allora, i tuoi “racchiusi bocci” per  lasciarti tentare ?

 

 


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scritto da colfavoredellenebbie | 22:37 | commenti (4) Torna in plancia


 

Itaka canaglia

Leggevo tempo fa un libro con un titolo che suona più o meno come "Geografia sacra". L’avevo comprato durante le mie visite compulsive nelle librerie che vendono libri a poco. Libri considerati non commerciali. Il massimo per un libro: NON COMMERCIALE, il vero valore. L'autore del libro scriveva che la radice del nome dell’isola di Ulisse, "Itaka" deriverebbe dalla radice ebraica TOK, di TAWIK, che significa IL CENTRO. Molto plausibile, direi.

Ieri facevo un sogno. Sognavo isole e terre immense che scivolavano sotto il mio sguardo, come se fossi su un aereo. Mi fermavo su un'isola montuosa, con vapori mattutini e nebbie a forma di sciarpa sulle alte vette. Capre con bocche rose e lingue avide di sale e rametti freschi di ulivo. Pendii scoscesi con massi di roccia che stanno ancora ritti per miracolo. Odore di terra, di mare, di verde, di anime liberate dal fango.

A mattina mi svegliai con la testa pesante dal tanto sognare (e soprattutto dal Rakì bevuto insieme a Paolo). Nelle orecchie mi suonava la parola albanese "TOKE" che mi risuonava in ogni suo significato: "terra, podere, terreno" e altri significati metaforici che aggiungevo io: "regno, centro abitato dall’uomo, pianeta nave spaziale, centro del Sé dove si vuole sempre tornare".

Sento la tachicardia, l’affanno che mi prende. Sempre questo ritorno, nostòs, questa nostalgia canaglia (come cantava uno del Sud Italia che conoscete per forza!!). Ma nostalgia di cosa??? Dove ritornare? A Itaka. Alla Terra. A quell'odore di terra bagnata, al polvere..."dust to dust..."? Se la mia etimologia fosse vera, forse si!


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