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martedì, gennaio 27, 2004
 
Profumato di mirra

 

“Un giorno o l’altro devo fare in modo che tu ti ricordi di me. Quando sei lontano da qui non mi pensi affatto e magari guardi le altre.»

Me lo diceva sovente, ma la sua aria da bambina imbronciata non richiedeva una risposta, perché era il suo modo di dirmi che ero solo suo e che non doveva esserci null’altro nella mia testa. Il profumo di mirra della sua pelle faceva, come sempre, il resto e il cuore batteva subito all’impazzata, come se fosse la prima volta che naufragavo in quel mare. Erano minuti rubati alla vita cadenzata da altri, sogni prigionieri di gesti fortemente desiderati, ma valeva la pena di viverli sospesi nel baratro senza curarsi di quanto suggeriva la coscienza.

Ieri, invece, il tempo aveva ritagliato solo un refolo di dolcezza.

‘Passo un attimo per salutarti’ avevo detto per telefono, ma poi lei mi aveva accolto alla porta con un sorriso spudorato, dondolando appena quel corpo morbido avvolto dall’alito caldo del peccato.

‘Va bene… ciao… vai pure’ mi sussurrò attorcigliando l’indice nell’autoreggente e con tono di sfida.

So unicamente di aver chiuso la porta dietro di me, di averla chiusa alla riunione che aspettava in quella sala fumosa, all’icona di seria puntualità costruita nel tempo.

‘Pericolosa’ mi confessai spogliandomi alla rinfusa ‘questa donna è pericolosissima’.

Per fortuna la neve aveva bloccato uno dei capi al passo del Gabbio e la riunione era iniziata pochi secondi prima che entrassi in sala. Nessuno mi disse niente e quando andai ad occupare il mio posto ero ancora sottosopra. Non riuscivo a cancellare le immagini di lei mentre giocava con il mio corpo. Mi passavano davanti come tante slides colorate.

Poi qualcuno fece il mio nome ed io subito, come se mi fossi svegliato in quel momento, posai la borsa sul tavolo sfoderando un’espressione di circostanza. Blaterai qualcosa quando estrassi di slancio la pratica. Ma da sotto il fascicolo volò qualcosa di leggero e di scuro. Era come se l’avessi buttato, di mia volontà, in mezzo al tavolo sotto gli occhi di tutti. Era il suo tanga nero, profumato di mirra.

- Briciolanellatte



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scritto da briciolanellatte | 16:08 | commenti Torna in plancia




domenica, gennaio 25, 2004
 

BESTIARIO

 

Il ciclista

Era un buon ciclista. Nel suo carnet, non mancavano vittorie importanti. Poi, in una gara lunga, difficile, sotto il solleone, cominciò a nitrire.

Il vigilante

Faceva il vigilante nella zona industriale da anni. In una notte di luna, neanche piena, lo sentirono ululare.

La volontaria

Volontaria convinta, frequentava ogni giorno il grande canile comunale. Una domenica mattina, un'amica la chiamò al telefono per proporle una gita: lei rispose abbaiando. 

L'impiegata

Impiegata modello, precisa come pochi, un martedì - era primavera - non si presentò al lavoro. Neanche il giorno dopo. Né quello successivo. La cercarono. E la trovarono nel suo giardino, su un albero, intenta a mangiare noccioline.


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LIETE FINI

di Gianni Toti

Non morìi. E comunque non morìi in silenzio. Mormorìi.


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venerdì, gennaio 23, 2004
 
LA NEVE A ROMA
Nettare di mora, piccoli morsi cremosi di brioche. Tempo sospeso fra due parole mentre il cielo si fa di zucchero.
Ed è una fiaba, forse solo un'illusione. Mentre parlo di noi, sorridi ed anch'io, della mia trascurata bellezza.
Dei miei anni immobili, già adulti ma ancora acerbi.
E l'amaro è un cioccolato puro, un dolce segreto. Che non svelerò al tuo candore, alla lealtà di due occhi troppo giovani.
Hai diritto al cielo ed io sono la polvere.
Nuvola fugace, rondine di terra, gabbiano di mare.
Nei muscoli preme il futuro, negli sguardi laterali, che sfuggono il mio profilo incerto.
Sei già lontano.
So scegliere.
La tua libertà, siglata nel silenzio. Scende la neve a Roma.
Non saprai che so dire addio sorridendo, a cuor leggero. Perchè ti desidero.
Ora e sempre.
Non temere.Vivo.
Perchè morire è stupido.




















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giovedì, gennaio 22, 2004
 

CARMINE MEO

[quel cor perdesti per un miraggio]

 

 

Noi nell’annientarsi notturno della carne, noi nel dolore in decibel massimi, noi riluttanti di fronte alla palude elettrofonica, noi annientanti l’assoluzione acuta che nell’ossa breve ci splendeva, ci scaldammo le labbra stellari crettate in ictus, in un ciclico replay: /// tradisti l’oltre possibile, la soglia d’attesa che aspettavo sulla cupa prostrazione, in un idrico furore si freddarono i frammenti inguaribili di lacrime ossidantii /// di ciò che resta doppiato, farsi percussione; della rimanenza eccessiva del tuo volto, farsi ferma immagine: ferma la ciclicità del bacio in negativo, fermo quel contatto epilettico:/// il figlio di settembre adesso rinuncia facilmente alle mie sembianze nei contorni dell’ombra: la mia carne viene spostata in un oblio definitivo, mentre il corpo ancora pallido, amante, erra, erra: e non fa altro che errare.

 

www.atarax7.splinder.it . www.marcosimonelli.net

 


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scritto da atarax7 | 23:08 | commenti Torna in plancia




mercoledì, gennaio 21, 2004
 

Another country

Tu-tum...tu-tum...il treno procede pigro lungo i binari del pomeriggio.
Dentro, un Lui guarda distrattamente, attraverso il finestrino, un paesaggio qualsiasi, anonimo, come ce ne sono tanti. Non pensa a niente, a niente di importante o che valga la pena riferire.
Davanti a Lui sta seduta una Lei.
Anche Lei guarda là fuori, pensierosa, e non pensa a niente di eccezionale.
Lei è di una bellezza quotidiana, come se ne vedono a centinaia nella vita di tutti i giorni.
Eppure...il suo profilo. Perfetto. Semplicemente perfetto. E solo Lui, solo Lui è consapevole di questa rivelazione - di questa magia che si mostra solo per Lui, davanti ai suoi occhi.

E poi quel gesto...quando Lei si passa la mano fra i capelli, lunghi. E' incantevole star lì a guardarla.

Lui non l'ha notata subito, quando Lei è arrivata e si è seduta. Voltatosi una volta, l'ha appena vista. Poi l'ha fatto di nuovo e allora l'ha vista meglio, e di conseguenza si è voltato per poterla osservare, ancora, una terza volta. Quindi una quarta...ed una quinta volta...
La campagna là fuori non è più così interessante. Non che prima lo fosse, ma in mancanza di meglio...

E da quando ha scoperto le graziose efelidi sul suo nasino, Lui ha preso ad osservarla con una certa attenzione.
E' strano...comincia a pensare di conoscerla. Insomma, non gli sembra di vederla per la prima volta.

Forse...

Prima portava gli occhiali? - pensa. Vorrebbe chiederglielo.

Ovviamente Lei ha notato l'insistenza dei suoi sguardi. Ne ha dedotto che si tratta di qualcuno che la conosce...ma lei ha così poca memoria, e quel volto non le dice niente.
Eppure ha una faccia simpatica...chi è...dove l'ho già visto?
Potrebbe essere l'inizio di qualcosa, volendo.

Lui vorrebbe attaccare bottone. Ma...non ne sono troppo sicuro...e se mi sbagliassi? E se assomigliasse e non fosse? E se...e se...e se...
Lei vorrebbe che lui le chiedesse qualcosa. Non ne è sicura, perciò non se la sente di fare il primo passo. E se...?

E così in quest'incertezza nauseante, in questa sospensione iperbolica scorre il tempo.
Passano secondi minuti ed ore.
Giorni settimane mesi anni.
Secoli.
Millenni.
Eternità.

Tu-tum...tu-tum...

No, Lui non le dirà manco una parola. Che stupido. Il treno arriverà alla prossima stazione. Lei si alzerà, prenderà la valigia (mentre lui farà finta di dare un'occhiata al cellulare) e scenderà.
Lui la seguirà con gli occhi dal finestrino, fino a vederla scomparire nel sottopassaggio.
Fine della corsa o nuovo inizio?

Tu-tum...tu-tum...tu-tum.



















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scritto da la_mongolfiera_di_Humboldt | 18:07 | commenti (1) Torna in plancia


 

LA QUERCIA ANTICA

La quercia altissima, antica forse quanto la strada che costeggiava, sprigionò una specie di lamento. E crollò. Non tutti se ne resero conto. Un bambino urlò: "Viene giù". Ma la mamma era intenta a litigare con il marito. Che poi marito non era.

"Diodeidei", disse una donna anziana, portandosi la mano destra al petto. Ma il marito era incazzato perché non riusciva ad accendere il toscano. Di lì a poco, il tronco, i rami e le foglie furono tutt'uno con almeno dieci corpi. Allora si sentirono urli, gemiti, bestemmie. La processione si fermò di botto e il piovano rimase immobile, come se fosse paralizzato da un incantesimo. "Non è possibile", si disse. "Non posso crederci".

Il sagrestano lasciò andare la croce e corse verso la quercia caduta. Ma c'era già tanta gente. Tutti volevano dare una mano, ma nessuno la dava, in realtà. S'urtavano, s'intralciavano.

Una ragazza uscì dai rami, maschera di sangue, incespicando, dicendo non ci vedo.

Cinque, a sera, furono estratti morti. Tra loro un bambino. Gli altri - altri cinque - feriti più o meno gravemente.

Il giorno dopo il sindaco disse che la quercia era caduta poerché sfiancata da numerosi fulmini. Il sagrestano fece notare al piovano che non pioveva da tre mesi. Il piovano lo guardò male e disse: "Fulmini vecchi. Fulmini vecchi".


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scritto da Padule | 15:48 | commenti Torna in plancia


 
STELLE DI PIOMBO
Guardo la notte. La coperta del mondo è ricamata di stelle, le stesse che nelle notti estive si sciolgono nel mare. Li chiamano desideri. Affacciata al mondo sento arrivarmi negli occhi un vento freddo, li socchiudo ,li strofino; resto ferma.
Le stelle a volte scoppiano come fuochi d'artificio confezionati male, scendono sul mondo come pioggia rovente. Sembrano stelle di piombo, troppo pesanti per rimanere nel blu.
Stella, stellina , la notte s'avvicina, la fiamma traballa....
La candela delle mie preghiere fa poca luce nella stanza, occorre coraggio per fendere le tenebre. Il calore mi culla lo sguardo, lascio che mi scaldi ancora un po'. Alimentata dai miei desideri sussurro speranze fragili, come le parole che non trovo che imbastisco per fede più che per convinzione. Povere persone ed inutili volontà, binomio della mia impotenza.
Rammenderei il cielo, lo farei con le luci di questa città, le luci di tutti quelli che questa notte non dormono. Bimbi insonni e genitori pazienti, studenti e lavoratori silenti, giornalai,autobus e passanti in attesa dell'alba.
Strappo la pagina su cui avevo disegnato un arcobaleno e scritto parole di lingue diverse.
Costruisco un aeroplanino multicolore, leggero, fragile, inchiostro sospeso tra l'aria e il tempo di un volo. Plana leggero sul letto sfatto. Mi accoccolo sul cuscino, cola cera dalla candela dei miei pensieri.
Vola per la città, pilota del nulla con le tue ali di carta.
Esprimi solo un desiderio in questa notte in cui cadono stelle di piombo e chiedi al mondo che s'avveri.













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conosceva il gioco del vento. Era come dal medico degli occhi, quando la realtà all’improvviso acquista chiarezza nei contorni. Guardava le case dei vicini mentre il vento puliva gli angoli del paese, tutto era chiaro come al di là del vetro, gli parve di sfiorare una risposta che cercava da tempo ma sul punto di afferrarla la lasciò cadere.
- Non ora - pensò. E chiuse gli occhi per conservare il profumo del basilico.
- Ci vogliono molti colori per disegnare una giornata così - e la seconda volta se lo ripeté con aria solenne. Non bastano le poche righe chiare e sfumate dei giorni a scuola, quelle che sporcavano le dita di nero e lasciavano impronte sul banco.
- Bisogna pensare come un artista – si disse massaggiandosi il collo, come sempre gli accadeva davanti alle cose semplici – e poi dimenticare. L’Arte ha gli occhi puliti di Eva. E’ una bellezza che non sa di esserlo.








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scritto da aeramen | 11:20 | commenti (3) Torna in plancia




martedì, gennaio 20, 2004
 

Briciole sul pavimento, cavolo. Nella tazzina c'è gia un cucchiaino di zucchero, sul fuoco sobbolle il caffè e borbotta aroma e vapore nel cucinino.Le presine di cotone colorato danno un tocco di fantasia al mio inesistente senso estetico. Le tempie pulsano, pensieri in rincorsa in un pomeriggio caldo di grilli e pollini.
Scrivo su un foglio di quaderno a quadretti la lista dei desideri, un passatempo infantile a cui non riesco a sottrarmi.
Felicità.
Ha i nomi diversi dei progetti che ho nel cassetto, ha gli occhi di chi mi fa riposare in sogni non miei. Vivo in debito con la fortuna, un soldo per la tua pazienza.
Volontà.
La mia calligrafia si inerpica sui sentieri polverosi delle frasi non dette, pensdieri disordinati. Cerco il gessetto rosso, correggere l'orgoglio è un'opera di lima e dovizia. Mi serve tempo.
Speranza.
Concedimi la passione, il delirio adolescente di un eroe fantastico che non conosce freni, sono un treno in viaggio da giorni ormai senza data, il calendario è l'insieme dei respiri che ho consumato. Cuore che batte, ansia e delusione. Un sogno è l'energia di due occhi spenti, di notte vedo negli abissi, il sole non brucia, è bianco come le stelle.
Fiducia.
Chiudi il cuore ed io ti guiderò, la mia voce sarà come il sangue, nutrimento per la tua sete di domani. Ignaro del mondo, sarò il tuo orizzonte. Cancello questo pensiero assurdo ed arrogante.
A volte le parole sono orpelli di pazzia.
Vita.
In fondo mi rimane il futuro.
Nient'altro da aggiungere.
Il caffè è pronto. Manca ancora un po' di zucchero, quella punta di amaro mi tiene sveglia.
Aspetto che le stelle sfioriscano al sole. L'alba è lontana.
Chiudo il foglio e lo nascondo sotto il cuscino, non posso dirti di più. E tu non chiedere.
Lo sai sono un angelo del silenzio, senza ali.
Il resto è un segreto. Dormi ora che la luna si sta sciogliendo.





















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venerdì, gennaio 16, 2004
 
Milano, senza (troppe) parole

Per chi non conosce Milano ed è a caccia di foto. O per chi la conosce un pò, ma è curioso di sapere come giusec la vede. O per chi la conosce bene, non gliene strafotte niente di come la vede giusec, ed è capitato qui per un fottutissimo errore di Google. E, infine, per chi ci vive. Che si scopre sempre qualche particolare di cui non si era a conoscenza, qui a Milano.

Milano, autunno. Foglie colorate di marijuana ricoprono la siepe del mio ufficio. Utili in particolar modo durante i mìting aziendali. Funzionano benone. Garantisco personalmente.






Milano e le sue notti. Raggi B balenano nel buio, vicino alle porte di Tannoiser. E tutti quei momenti andranno persi, come lacrime nella pioggia. E' tempo di morire. Si, è tempo. Lo dice pure il mio nuovo Suòcc.





Milano, bagno russo. Uno dei tanti e frequentatissimi bagni russi della città. Ormai non sei più in se non passi almeno una sera alla settimana in un bagno russo. Vuoi essere trendy? Vai al bagno russo e ti stendi. (Lo so. Lo so. La rima fà cagare, ma non mi è venuto niente di meglio in mente...)




Milano, tangenziale ovest. Una limpida notte di mezzo autunno.








Milano. Traffico in città. Si. Decisamente. Quella sera avevo bevuto un pò.







Milano, tecnoperiferia con torri gemelle. Attuale sede della Pfeizer (ex Torri Pharmacia). Si. Proprio così. Non potevano scegliere edificio migliore, per rappresentare il Viagra.






Milano, professioni antiche. Bottega dell'ingegnere falegname. Anche Geppetto, si narra, si laureò al Politecnico.







Milano, grave errore su un cartello stradale.









(continua?)




































































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giovedì, gennaio 15, 2004
 

RACCONTI DI MARE DI COSTA

Il nome del blog era d'obbligo, visto che raccoglie tutti i post d'argomento nautico che ho postato su schoonerblog, e che i cari amici dei battelli e c. mi hanno chiesto di riunire qui, sperando nella benevolenza di Joseph Conrad


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mercoledì, gennaio 14, 2004
 

Il Leo

 

Erano così quiete le giornate calde, impastate di lentezze infinite.

Le cose, nel pomeriggio, sembravano figure di cartone col piede ripiegato, in attesa che una palla di stracci le buttasse giù.

Niente corpo. Leggere di colori, nella loro immobilità.

E se da strada un urlo lungo di cornacchia o di bimbo di colpo batteva la stanza, solo allora l' attesa sussultava, ferita.

 

Il "su andéma" della Dina era la scossa nervosa, che pungolava il dopo-mangiato  e rompeva i conversari svagati e un po’ intorpiditi che legavano alla tavola.

 

Prima del letto e del riposo stavano i piatti da rilavare e riporre.

La casa, già calda, bolliva per l'acqua che si voleva fumante e le due nuore di fretta, nello  stanzino, lavavano, finalmente d'intesa, e asciugavano i piatti.

Gli altri potevano, secondo contratti e bisogni,  usare il tempo del pomeriggio ...

Ma chi poteva avere il coraggio di svenare il silenzio, che a cordoni stringeva la casa?

 

Il silenzio scendeva di colpo anche fuori, migrava leggero e aveva qualcosa di trattenuto: non era assenza, non era vuoto, era un esserci a bassa voce, di rimbrotti e risatine chiocce, come se dal volume dipendesse il tacito accordo del viale.

E il silenzio portava la frescura di finestre accostate, di porte con un filo di sfiato.

Niente più voci, zitte le radio sulle ultime note di Capodistria, niente più piatti e ciabatte veloci.

Un silenzio arancione.

 

Forse per questo, decimata dalla colonia e dalle fughe presso i parenti, la repubblica delle bambine viveva i pomeriggi di luglio come un'occhiata interminabile.

Dopo, si poteva giocare.

Ma prima…, prima si era occhi.

Quando il caldo era troppo appiccicoso perfino per leggere, quando il sole era così invadente da portare fin davanti a casa l'odore delle cipolle marce della stazione – porto, si accettava lo statuto del silenzio e sui gradini di casa o sulla scala di marmo dei veterinario si lavorava di occhi.

 

C' erano soprattutto i bagnanti, da guardare, che usavano il viale come  scorciatoia per raggiungere la spiaggia di Po; sull' ora del sole caldo, scorrevano donne con sporte rigonfie, sgabelli di tela, tende e bastoni e tanti bambini, propri e affidati, pronti a rubare al fiume la parvenza di un mare povero.

 

Nel viale non tutti andavano a Po.

Non c'erano molti adulti consenzienti a restare sulla sabbia calda e a urlare preghiere e sgridate.

Il Po faceva paura.

E innervosiva le donne, ridacchiava mio nonno…

Noi bambine, poi, avevamo ben altro da fare. C'erano i morosi da guardare, quelli veri e quelli pensati.

Intanto si spiava la partenza dei più grandi  per il Po,  quelli che potevano andare da soli e che mai si sarebbero portati dietro i piccoli. E poi, e poi…

 

E poi c’era anche chi, fra i grandi, non andava a Po.

Il Leo, il più bello, si sdraiava sui tronchi scortecciati che occupavano il cortile della segheria, torace nudo e calzoni corti. A occhi chiusi e le braccia incrociate dietro la testa.

 

“Come è fatto bene”- diceva piano piano la bionda, che ci guidava a passi felpati vicino alla siepe di confine, che separava il giardino del veterinario dalla segheria.

I bossi e gli ireos tagliavano l’intero, ma, fra rami e spade, lui si poteva ben vedere…

“Sembra Mercurio”-dicevo io, che non avevo molti termini di paragone.

“Ma va làààà”-insorgevano le altre che fingevano di essere più documentate.

“E’ tutto Gregory PecK” – faceva la Cri, che andava sempre al cinema dal prete.

“Però ha i ricci”- diceva l’altra.

“E allora è Gregory Peck coi capelli ricci. Io l’ho visto coi capelli ricci in un film”- mentiva la Cri.

Fra sospiri e gomitate si guadagnava a turno la postazione di spionaggio.

E le ginocchia, a stare sulla ghiaia, si bucavano e assomigliavano a spugne arrossate.

 

Lui, il bello, succhiava il sole con tutta la pelle e si tirava, lucido, per non perderne neanche un po’.

 

 

postato da colfavoredellenebbie | 12:54 | commenti (16)



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scritto da maqrolldeibattelli | 21:38 | commenti Torna in plancia




martedì, gennaio 13, 2004
 

SKIACIATO PICIONE

 

Roberto Piumini

 

Skiaciato picione,

 pekè non volato

 un meto più in là?

 

Skiaciato, spenato,

 distuto picione,

 peké non volato

 un meto più in là?

 

Skiaciato, spezato,

scanato, specato,

spopato picione,

pekè non volato

un meto più in là?

 

Skiaciato, titato,

 ubato, sbanato,

 tuto oto

 moto picione,

 pekè non volato

 un meto più in là?

 
 
 di Roberto Piumini
da colfavoredellenebbie  ricevo e pubblico-lino

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lunedì, gennaio 12, 2004
 

Cupo giorno di gennaio, di ginestre e gelsomini, e viole devo cospargerti per dimenticarmi questa pesantezza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La ginestra è uno stridere brado, silvestre.
Solletica, fastidia, frantuma.
Si scaglia nel mattino col fragore d'una risata.
La guerriera tra i fiori è una scheggia di sole, un dardo vibrante che
nell'esser scoccato s'inarca nel vento.
Clamore del mezzogiorno che brucia ed assalta.

 

 

 

 

 

 

 

Anche il gelsomino è solare ma è nel crepuscolo che spande il suo profumo
I bianchi fiori chiodati crocifiggono gli istanti e li sospendono...carminii.
Nulla ha di fuggevole, calice traboccante,rovesciato nelle notti di luna,
per avvinarle, per inebriarle, per farle più a lungo durare...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La dolcezza della viola è carezzevole, pacata. E' un bisbiglio soave che, talvolta canforato, s'impunta, e si chiude in se stesso.
S'alza lieve, iridescente bolla di sapone; naviga, senza troppo allontanarsi nei freddi pomeriggi invernali.
E' indecisa, dubbiosa, oscillante: d'una tenerezza ruvida che l'avvicina all'adolescenza...
Trecceramate in corsa su una bicicletta..













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scritto da farouche | 19:28 | commenti (3) Torna in plancia


 

Il Rapimento

Le due del mattino. Sta per scattare. L'ora X. Fuori è buio e fà un freddo cane. Il citofono suona. Il piano segreto. Puntuali come un orologio Suòcc. Cappotto nero. Sciarpa nera. Guanti neri. Sciroppo Lisomucìl, che non si sa mai mi venga la tosse. Non c'ho il passamontagna, quindi prendo una calza a rete. Faccio piano, per non svegliare i vicini. Sotto ci sono Luciano e Sting. Che mi aspettano.

- Tutto secondo i piani, giusec.
- Tutto secondo i piani, Lucià. Abbiamo dieci minuti prima dell'ora X.
- All second the plèns. Ten minuts. The hour X.
- Sting, tu seguici in silenzio, che ti perdi sempre a Milano, cazzo.

E così io, Sting e Luciano Pavarotti ci muoviamo nella notte. Agili come faìne. Silenziosi come il Tanzi alle isole Càyman. L'ora X sta per scattare. Siamo in perfetto orario. Arriviamo ai giardinetti. Il silenzio più totale. La notte è limpida. Silenzio. All'improvviso dei passi. E' lui. La vittima. Ignara. Tony Renis. Come ogni notte, porta il suo cane, Cirozzo, a far pipì ai giardinetti. Sgattaioliamo tra i baobab meneghini dei giardinetti. Luciano mi segue. Sting non lo vedo più. Si è perso, ancora una volta, cazzo. Io e Luciano tratteniamo il respiro. Scatta l'ora X. Io salto addosso a Tony Renis, che non fà resistenza, anzi sviene dalla paura. Luciano da un cazzotto sul grugno di Cirozzo. Sting arriva trafelato da Corso Buenos Aires.

- Sorry, bela cuesta zona de Milan, como se ghiama? Tomani torniamo a fare sciòping?

Sono le quattro del mattino e Tony Renis si sveglia. Siamo in un posto sicuro. Il metrò di Loreto. C'è una stanzetta. Usata dai controllori, chissà. Ormai inutilizzata da anni. Lo abbiamo legato ben bene, eh. Colcavolo che può liberarsi. E chi lo sente quiggiù? E' nostro ostaggio. Noi non lo vogliamo Sanremo. Siamo disperati. Non ne possiamo più con Sanremo. Basta con stocazzo di Sanremo. E così siamo sicuri di fottere Del Noce. Niente Renis, niente Sanremo. Eppoi Luciano deve vendicarsi. Voleva fare il DopoFestival, ma Del Noce l'ha segato, lui. Solo perchè Luciano non aveva cantato al matrimonio della figlia. E Sting. Quello si che è incazzato. Incazzato nero. Renis e DelNoce non l'hanno invitato tra gli ospiti internazionali. E lui se l'è presa. Madonnasanta come se l'è presa. E mentre Renis riapre gli occhi noi ci sediamo. Gli puntiamo una lampada in faccia. Facciamo le facce brutte e cattive. E iniziamo l'interrogatorio.

- Bastarto. Hai infitato Cloria Gheinor. E ti sei dimenticato of me, bastarto.
- Sting, non dire parolacce, sù.
- Ma io...io...ma io...io...ma io...
- Stronzo. Ti avevo chiesto il DopoFestival. Ettù? A chi l'hai dato, eh? Stronzo, a chi l'hai dato? Sei tutte chiacchiere e congiuntivo, tutte chiacchiere e congiuntivo.
- Distintivo, Luciano. Distintivo.
- Ma io...io...ma io...io...ma io...
- Bastarto. Fuck. Cloria Gheinor. Bastarto.
- Dottor Renis. Lei è nostro ostaggio. Ma non abbia paura. Non le faremo del male. La libereremo, dopo Sanremo. Io non lo voglio più vedere Sanremo. E' da quando ero piccolo che c'è Sanremo. Un esaurimento. Un'esaurimento nervoso. Dottor Renis, quest'anno il fottuto Sanremo non s'addafare.
- Bastartisimo. Cloria Gheinor.
- Basta, Sting. Su. Basta adesso.

Ahimè. Come le cose andarono, lo sapete tutti. Sanremo 2004 si fece lo stesso. Berlusconi decise di presentarlo di persona. DelNoce fece il DopoFestival. Io mi presi l'esaurimento nervoso. Lasciai Milano per andare a vivere a VillaPacebbene, tra i monti Peloritani. Luciano fuggì a Montecarlo. Non frequentò mai più i matrimoni degli amici. Sting si perse tra i giardini di Porta Venezia per anni, cercando di ritrovare Cirozzo. Lo trovarono nel 2005, il giorno di Natale. Fine della storia.

Aspè. No, aspè. Renis. Tony Renis. Porca...Ce lo siamo dimenticati. Cazzo. In metrò a Loreto....
































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scritto da giusec | 14:13 | commenti Torna in plancia


 

Ancora qui

Ancora qui. Ancora un giro. Direbbe qualcuno. Diciotto ottobre 2002. Dal niente, divento il padre di Nicola. Per le infermiere, la capo sala, i dottori. Le ostetriche. Io ero il padre. Dovevo solo stare attento a non diventare il marito, o il compagno di Tizy, sua mamma. E qui, è stato più difficile. Nicola è cresciuto guardandomi gli occhi. Ascoltando il mio sorriso. La mia voce. Parlando con me. Giocando e coccolandosi a me. Ed io con lui. Stretto. Il sole cambiava, colorando le stagioni con pastelli sempre diversi. E Nicola cresceva. Con i suoi capelli biondi. E gli occhi blu. Tizy era lì a guardarlo. Sempre. A crescerlo, solo come una madre può fare. Lì con lui. Con questo bambino venuto dal cielo. Venuto forse a salvarla per sempre. Ed io ero lì. A incasinarmi la vita. Per non distruggere la vita di sua madre. Ricordo, come fosse ora, la notte che mi sono ritrovato in auto Tiziana. Stava male. Le contrazioni erano partite. Una ogni due minuti. Guardate a vista dall’orologio al quarzo del mio volvo. Aveva solo bisogno di un passaggio in Ospedale. Posto che non ho più lasciato fin tanto che, la mattina seguente, con il vento che cercava di dare l’ultimo colpo di coda ad un estate che non voleva finire, è nato Nicola. L’ostetrica lo prese deciso e dolcemente mi guardò negli occhi. "Adesso lo diamo in braccio al padre. Che se lo coccoli". Festeggiai la sua nascita con una bottiglia di Jack Daniel. Erano le dieci del mattino. Era un giorno di festa. Era da non pensare. Bere per anestetizzare la gioia che provavo. Vivevo. Sentivo esplodere dentro. Il sole e la luna, poi, fecero il resto. Puttana potrebbe dire qualcuno. Io non ero il padre. E il vero papà, non lo conosceva nemmeno lei. Puttana potrebbe dire qualcuno. Certo. Ma una puttana che è diventata una splendida madre. Madre. Solo come lei può fare.


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scritto da precipitandosivola | 02:34 | commenti (1) Torna in plancia




domenica, gennaio 11, 2004
 

L'ATTENTATORE

La prima volta - occhio feroce - lasciò la bomba su un treno. Non fu strage per miracolo.

La seconda volta - il cuore pieno d'odio per il mondo - la mise davanti a una scuola. Ma fece cilecca. Non capì perché.

La terza volta - devastato dalla voglia di bruciare il mondo - prese di mira un filobus. Però la bomba esplose quando non c'era nessuno, e chi ne fece le spese, con qualche taglio e tanta paura, fu solo il conducente.

La quarta volta - spinto dalla rabbia - s'infilò in un campo sportivo, sotto le tribune, centinaia gli spettatori. Ma venne un acquazzone che infradiciò tutto.

La quinta volta non ci fu. Anzi ci fu con una soluzione imprevista. La bomba esplose mentre stava preparandola nel suo appartamento da scapolo.


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sabato, gennaio 10, 2004
 

FRYDAY_NIGHT (rmx)

[SNUFF MOVIE PER PERVERTITI SENTIMENTALI]

 

Conservo delle ascendenze austroungariche l’occhio azzurro e il ramato dei capelli che usualmente confondo con un più nordico biondo perchè quest’attitudine sempre e comunque preme ad uscire dallo schermo dei miei occhi. Il loro desiderio s’accascia sullo schermo delle loro cornee e, da una lunga lontananza, osserva lo scorrere in bolle di sapone delle nostre cinematografie vettoriali e sensoriali con vago sapor d’approvazione. That’s entertainment. In giro, una troia dagli occhi ferrigni, emblema della falsità e della promiscuità che seguii nei giorni in cui il bieco cinghiale patentato mi fu accanto, colei per cui fui internato in terme ferme dice ciana e cianotica che io seggo nell’epicentro egeo e panottico di un malconsiderato e sproporzionato self. La losca chimera non conosce che il corpo è mero involucro di sogno in passione d’espansione. Lei sola copia il corpo fra mani inanimate che pendono dal fosco delle mura come uncini pronti a serrarle le mascelle nazional-popolari. We’re mainstream, dice il buon patrigno mio egeo da sotto il suo cawboy-hat e lui conosce bene la varia umanaglia che in questo cavalcare argentato si trascina. Egli però conosce quanto una mente possa sì compenetrarsi in virgulti di linguaggio sì chè l’estatsi ricrei l’indissolubile marea di scambio di semenze verbali. Io invero ho strappi di godimento in erosione a fuoco quando (aquario) mi compenetra di linguaggio. Io per lui mi incatenerò domani allo sgabello e, nell’ottica purpurea del nefasto ostello il vario umano pubblico consenziente osserverà il mio fedele incomodarmi alla preparazione di lunghissime spire narghilet. You can sleep safe & sound, dear sailorman! Ho visto il braccio di colui che ama la voce che riceve nel cervello scosse d’elettrico farsi e vi miravo una fessura d’ago penetrante. Un bacio prima di mostrare i lunghi amplessi dei rasoi sui miei polsi adesso pieni di sangue rosso vivo, un austroungarico badatore di cani è venuto offrendomi una bacca marrone e scura. Io ne ho tagliato coi denti l’involucro e, ingoiando sorso a sorso il succo d’umano verbo, ho passeggiato sui lungarni deserti in una Dresda che aveva finalmente cura della mia carne di porcellana e del suo cargo brillante. La ferrigna troia e il suo vaghissimo intalentuoso amore, il suo inquilino e la povera sorella inconsapevole della sparatoria, il cinghiale bestiale delle mie allucinazioni sono tutti adesso pronti alla collisione perfetta e necessaria, mentre noi su questo treno spiamo dai vetri non tristi del paesaggio ciò che della vita resta dopo il frenitico passaggio cruento di una malevola cometa. Rincasando, ho controllato l’ingresso e non v’era più traccia di lui. Nemesi colpì e, nel parnaso più prolisso e venusiano mio-nostro epicentro di self, tutti noi fummo accolti in chiare lettere, mentre una spada che acceca e uccide di verità gravava in stille di sangue sterile sulle loro facce prossime a varcarmi la memoria.

 

www.marcosimonelli.net , www.atarax7.splinder.it

 

 


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scritto da atarax7 | 07:45 | commenti Torna in plancia




venerdì, gennaio 09, 2004
 

Questa è uan fanfic, cioè non è un lavoro originale.

Ed è uan bozza. Cioè aspetta commenti e critiche feroci per poter migliorare

Gli piaceva guardarla dormire. Dopo.

A suo padre non sarebbe mai interessato chi si sbatteva lui nel tempo libero, ammesso che qualcosa ancora lo potesse interessare, ora.
Le labbra presero una curva amara. Dove stava ora quello, forse, sarebbe stato l’ultimo dei suoi pensieri.

Si guardò intorno; lo squallore della minuscola stanza aveva sempre il potere di divertirlo. Posto più misero gli riusciva difficile da immaginare. Gli venne da sorridere; lui era abituato bene, non era esattamente un esperto di miseria e grigiore, ma, di certo, aveva fatto un buon lavoro di ricerca: questo era davvero quanto di meglio, in fatto di squallore, passasse Hogsmeade.

 Da secoli alcuni studenti intraprendenti affittavano nel paese camere dall’entrata discreta, con un unico scopo.
Quello.
Appunto.

 Avrebbe potuto scegliere di molto meglio: avrebbe saputo il chi e il dove. Il come, avendo i soldi,  decisamente non era un problema, ma gli era piaciuta l’idea di quel posto, il peggiore possibile.

Gli era piaciuto il costante contrasto tra le sue percezioni e quelle di lei.

 Per lui era solo un posto dove non sarebbe stato disturbato mentre se la scopava.

Per lei era… non lo avrebbe mai saputo con esattezza, ma un’idea abbastanza chiara ce l’aveva: un posto prezioso.

Lei aggiungeva valore alle cose che valore non avevano. Aggiungeva un valore a quello che c’era tra loro due.
O alle sue parole.
O a lui.

Scosse la testa divertito.

 Quell’estate aveva capito tante cose che prima dava per scontate: aveva perso tempo l’anno prima, il loro quinto anno, ad infastidire Potter e Weasley, mentre ci sarebbe stato ben altro da fare.

Che a lui piacesse o no, avevano giocato due partite diverse: lui aveva giocato un gioco da ragazzino, sulle piccole cose della scuola, tutte cazzate, viste con gli occhi che aveva adesso.
Certo, era il solo gioco che pensava spettasse a lui, niente di veramente serio, niente in cui veramente ci si potesse far del male: non amava il Trio, ma in casa nessuno lo aveva mai, proprio mai, coinvolto in cose da grandi… niente da tenere nascosto – suo padre, di certo, non si vergognava delle sue scelte – ma tutte cose da tenere ben distinte.

Il Trio aveva giocato un’altra partita, loro avevano giocato per Dumbledore.
E suo padre era finito. Grazie a Potter.

La partita del Trio non era mai stata pensata contro di lui, certo, lui era stato solo una vittima accidentale, ma, l’anno scorso, al Ministero, gli avevano letteralmente spezzato il cuore.
E questo aveva messo molte cose in un’altra prospettiva.

Il suo errore vero era stato guardare le cose sempre e solo dal suo unico punto di vista.

Errore imperdonabile.

Prima regola: vedere cosa vedono gli altri, cosa vogliono, come funzionano. Cosa temono.
Seconda regola: fargli vedere cosa vogliono vedere.

Anzitutto sbarazzarsi del bagaglio in eccesso: via Tiger e Goyle.

Lo avrebbero comunque evitato loro stessi: non era prudente mostrarsi amici del figlio di un Mangiamorte; ma, in questi casi, è sempre meglio tagliare i ponti per primi. Questione di stile. E lui di stile, adesso, ne aveva da vendere.

Poi… basta Quidditch: era solo una perdita di tempo. Battere Potter in cento partite non gli avrebbe mai dato la soddisfazione che cercava. Lasciamo pure i giocattoli ai bambini.

 Il cambio di immagine era stato drastico e faticoso, anche se la natura era stata generosa con lui. Un altro taglio di capelli. Un orecchino discreto. Un abbigliamento più… interessante.

A scuola sarebbe stato del tutto inutile battersi per essere il numero uno, il numero uno c’era già, ma… il trucco, forse, era mostrare di non tenerci a quella carica. In fondo, il numero uno non è mai popolare. I ragazzi uccidono sempre Piggy, lo sapeva, aveva letto Golding, e tutto il suo buonsenso e il suo sapere non avevano salvato il ragazzo sull’isola.

 Invece aveva potuto battersi per essere l’allievo più interessante, con dei suoi campi di specialità… perché no? Non era stato così difficile, una volta lasciato perdere il voler battere Hermione Granger, tutto era stato molto semplice. Aveva scoperto i suoi di interessi. E la solitudine ha dei vantaggi, indubbiamente.

 Quanto al Trio, li aveva osservati, nei suoi ricordi e nella loro realtà.
Come funzionavano? Non funzionavano grazie a Potter. Apparentemente si, ma la cerniera che li faceva funzionare efficacemente era lei, la mezzosangue.

 Avvicinarla non era stato complicato: non aveva che due amici e i suoi amici perdevano tanto tempo con gli allenamenti di Quidditch

 Era stata sola come i suoi amici non erano stati mai, e queste sono cose che per essere dimenticate richiedono tempo…

 Hermione Granger voleva cambiare gli Elfi, voleva cambiare il mondo, avrebbe adorato poter cambiare Draco Malfoy e lui glielo avrebbe lasciato fare, perché no?

 Non era stata una seduzione, ma un lento addomesticamento. Il tasto del sesso all’inizio non era mai stato sfiorato. Mai. I movimenti bruschi spaventano gli animali selvatici.

 Era stata lei ad avvicinarsi al discorso, in un labirinto di gesti, di sguardi distolti, e di parole, così semplici da decifrare, così difficili da pronunciare. Aveva coraggio, questo glielo doveva, non è mai semplice fare il primo passo senza un indizio sulla risposta.

 Ogni passo era arrivato così, con apparente spontaneità, apparentemente sempre da lei, tranne questa stanza perché “in caso di espulsione per me c’è sempre Durmstrang, per te no”. Quello che a Hogwarts era proibito, a Hogsmeade erano solo fatti privati tra due studenti.
Era facile rendere per i suoi occhi anche lo squallore un dono prezioso.

 Lei, l’anno lo scorso gli aveva spezzato il cuore, e neanche se ne era accorta. Sarebbe stato interessante vedere la sua reazione quando lui avrebbe spezzato il suo.
Dopo aver regalato Potter a Voldemort, beninteso,  in fondo non desiderava tanto Potter riunirsi ai suoi genitori? Non si tormentava per la morte del suo padrino?

Scosse la testa divertito. Non c’era proprio niente di crudele, in fondo stava solo pareggiando dei conti.

E giustizia per tutti.

 Sorrise.

 Peccato fosse così bello vederla dormire.


















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scritto da SpezzaIncantesimi | 12:42 | commenti Torna in plancia