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domenica, febbraio 29, 2004
 

Col permesso dell'autore, posto in battelloscrittura questa sua deliziosa "tranche" di vita, espressa con squisita  penna. Gardenia.

sabato, febbraio 28, 2004

Mi chiamò per avvisarmi della morte del padre di un nostro comune amico. Oltre la sorpresa per la notizia, mi meravigliò il fatto che si era presa la briga di chiamarmi per questo (non ci sentivamo da quasi due anni). Io ero fuori città. Ma partii in fretta per rientrare. Non potevo mancare ai funerali del papà di Nicola (lui era in Irlanda). In realtà, speravo di rivedere anche lei che – con mia grande sorpresa – non venne. Ma quei funerali mi avevano dato un po’ di coraggio: cosa siamo noi di fronte alla morte? Niente. Così la chiamai.

Lei era al lavoro, si scusò (con me?), per via della sua assenza ai funerali, non era riuscita a liberarsi. Mi disse che però avremmo potuto vederci per un caffè. Arrivai a quell’appuntamento, carico di ricordi, di emozioni, di un triste autunno finito in quella rottura fredda di una separazione e in un silenzio infinito. Senza fine, come il mio dolore. Ma questi incontri si rivelano sempre molto diversi da come te li aspetti. Quell’immagine non resiste di fronte alla realtà. Me ne accorsi - quasi subito - mentre mi veniva incontro, con il cellulare sempre stretto nella mano (il suo vero inseparabile compagno), sorridendo e salutandomi. Due baci, come scolaretti, ma quasi sfiorandoci le labbra. Respirai l’odore della sua pelle che saliva dal suo collo.

La guardai, non era più la donna che avevo conosciuto anni prima. Visti dall’esterno, forse sembravamo più due pugili stanchi, entrambi sconfitti con il viso tumefatto ed il corpo avvolto in un accappatoio spugnoso buttato sulle nostre spalle. Eravamo ormai lontani, distanti dai sogni della nostra giovinezza e di una maturità perdute allo stesso tempo. Dov’era finita la donna che avevo conosciuto e tanto amato? Quando? Molti anni addietro.

Non era finita la sua giovinezza, nè la sua bellezza, nonostante la sua recente maternità. Era ancora desiderabile, ma non provavo più per lei quella gelosia che aveva tormentato tante mie notti insonni, al pensiero di doverla lasciare nelle mani di altri amanti sconosciuti.

Sorridevamo impacciati e parevamo contenti di essere lì, seduti in quel bar da ospedale con i bicchierini marroncini fatti di carta. Anche se eravamo un po’ inquieti, guardandoci intorno, sempre nel timore di incontrare qualche sguardo conosciuto che potesse scoprire quel nostro incontro furtivo. Ci aggiornammo sulle varie evoluzioni sentimentali nostre e dei nostri amici. Lei continuava a sorridere, così scrupolosa ed attenta in ogni suo gesto, mentre mi chiedeva quanto zucchero desiderassi. Due bustine, cara, due bustine, risposi un po’ controvoglia e nervoso, pensandola non più amante ma donna di casa.

Ora il calore di quel caffè scioglieva il gelo che si stava creando tra di noi. Seguirono alcuni minuti di silenzio e di immobilità; minuti di malessere odioso, restammo entrambi muti in quella grigia penombra con gli occhi fissi, finiti dentro i bicchierini vuoti del caffè.

In quei momenti, devi decidere, finiti gli argomenti generici e i convenevoli, che piega deve prendere la conversazione. Probabilmente, pensavamo entrambi anche a quale piega avrebbero dovuto prendere i mesi che ci stavano aspettando.

Per fortuna, in quel bar da ospedale, non si poteva fumare. Così, ci alzammo ed uscimmo. Mi accesi una sigaretta. Lei aveva smesso di fumare: “Sai, per la bambina…”. “Certo, immagino… Quanti mesi ha? Ah, l’hai chiamata come tua madre?”. L’occhio distratto le cadde sul display del cellulare (un suo vecchio tic). Le conoscevo tutte le sue manie. La conoscevo bene. Poi, lei mi guardò con quel suo solito sguardo tranquillo, con quei suoi dolci occhi verdi che, negli ultimi mesi, mi facevano tanto male come un ferro aguzzo che ti fruga in una piaga anestetizzata.

In quel momento, mi sorpresi nel non sentire nulla. Nessun dolore. Quando la partita è finita e i conti sono stati regolati, ti senti come un prigioniero che rivede alfine la luce. Eravamo lì, ma perché? Il suo sguardo sembrava accusarmi. Di che? Del tempo trascorso? Del nostro amore perduto? Testimoni e giudici, nessuno mancava, il processo incominciava.

Accusato riconosci questa donna? Aveva ventisette anni quando la incontrasti. Tu dieci di più. Ricordi che questa giovane ragazza ti fece ballare l’ultimo valzer ed anche il primo tango?

Era agosto ma lei aveva freddo. C’era un po’ di vento. Con le mani si strofinava le braccia, mormorando “Che freddo…”, rabbrividendo per tutto il corpo. Era il momento di abbracciarla, pensai. Oppure di dirle che forse era il caso che lei rientrasse. Le dissi che dovevo andare. La salutai, mentre lei mi guardava curiosa come se mi avesse visto per la prima volta, ma non rispose nulla. E’ stata l’ultima volta che ci siamo visti. Forse l’ultima.

Accusato non ha più nulla da aggiungere? No? E allora vattene, sei condannato, sì, condannato alle passioni spente, ai ricordi gelati. Tutto era veramente finito, case, amanti, feste, vestiti e sorrisi.

Mentre mi allontanavo da quel bar di ospedale, sentii il suono della campana della chiesa vicina battere i colpi di una veglia funebre. Guardai quel quartiere deserto e le cartacce che rotolavano sull'asfalto con il vento e pensai che faceva molto caldo in agosto.

Terry, ti lascio affondare nelle ceneri del mio passato come una nave nella notte.

postato da: BaroneAgamennone | 14:23 | commenti (13)


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scritto da Gardenia | 18:34 | commenti (3) Torna in plancia




mercoledì, febbraio 25, 2004
 
Le mani liquide.


Queste propaggini estreme, decentrate dei nostri "Io" piu' nascosti, sono come la Legione Straniera dell'anima.
Lì inviamo i nostri aspetti più diversi, frammenti di personalità abbandonate a sè stesse, caratteri in fuga dai nostri quotidiani mal di vivere.

Le nostre mani sono una folla di nostre persone che si esprimono: quelle del bambino che fummo, a cui cadeva tutto, quello che non sapeva intrecciare canestri di vimini, il ragazzo che non svitava i coperchi, il giovane che stappava malamente le bottiglie.

A volte, le mani, a saperle interrogare tracciano poemi senza che la memoria liquida abbia a sussultare: di quando sono diventate capaci di comporre frasi, e sentimenti, sensazioni e fino risatelle nascoste e solo accennate, di qualche caldo trattenuto e sfiorato attorno a rotondità.

Non gli occhi, sentiero scoperto, ma le mani.: fiumi carsici che portano a quando sarai vecchio,che dicono del contatto col cibo,della lontananza dalla terra, del fondo del fiume: se pietre e detriti, se,invece, alveo-ricettacolo di torrentelli vivaci.(maqrolldeibattelli)

Ammirata, ti regalo le parole di Piumini... Le mie non sarebbero abbastanza belle... “.....E si muovono e si nascondono
E scappano tremando in tasche buie,
si aggirano ai bordi del tavolo
come ragni minacciosi. Le mani
si tuffano in acqua, diventano
pesci invisibili. Tengono
la maniglia sul tram e giocano
a essere sconosciute. Come
topi farfallini
o donnole-uccello guizzano – sfuggono……..”colfavoredellenebbie

mani che manipolano, che manifestano, che mantengono, che mancano.stazitta

mani che consolano, medicano, accarezzano e sanno ancora alleviare una pena, perché sono mani che parlano a chi le sa ascoltare Gardenia

quando le parole non sanno trovare la strada suppliscono le mani, con una stretta, una carezza, un gesto skipper246

Le mani...quanti detti popolari e metafore vi sono legate. "La tengo in palma di mano", sentivo dire a una mia vicina.." Mano a mano che s'imbionda il giorno", direbbe un poeta..."Siamo nelle mani di Dio", un credente. Mio zio, morto missionario in Madagascar, portò in regalo per la 1 Comunione di mio figlio una mano intagliata in un legno pregiato locale. Al centro vi è un bimbo paffuto dormiente. La mano è femminile, come di madre che accudisce." Così siamo noi"- mi disse- " nelle Sue mani.."marzia

uff...impossibile commentare questo testo con poche righe.Occorrerebbero mesi di parole ben coniugate o un potere illuminante di sintesi che non ho.Solo una cosa allora: "Abbasso le mani in mano, le mani in tasca, le mani nascoste...sporchiamoci le mani" :-)Lam

mani sulla fronte per trattenere ricordi, mani sulla bocca per reprimere emozioni, mani intrecciate che sciolgono grovigli di pensieri, mani sulla guancia che asciugano lacrime di sfogo mani buttate a terra... che sorreggono una zavorra diventata insostenibile onlytuesday04

Quante mani , ci vorrebbe veramente un'unica GRANDE mano per farci vivere giorni più sereni , speriamo bene... Con affetto, Luciano LuSomma

Sai? guardo e osservo sempre le mani della gente. Esprimono tante cose, sono esposte e chiare. E fanno. Hanno quel compito fantastico di trasformare i nostri pensieri e desideri in fatti. Un abbraccio Alp, è sempre un piacere incontrarti! agnese

mani che si cercano, mani che si toccano, ...mani che non si trovano....invincibile

Nuda sei semplice come una delle tue mani,liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente, hai linee di luna, strade di mela, nuda sei sottile come il grano nudo. Nuda sei azzurra come la notte a Cuba, hai rampicanti e stelle nei tuoi capelli, nuda sei enorme e gialla come l'estate in una chiesa d'oro. Nuda sei piccola come una delle tue unghie, curva, sottile, rosea finché nasce il giorno e t'addentri nel sotterraneo del mondo. Come in una lunga galleria di vestiti e di lavori: la tua chiarezza si spegne, si veste, si sfoglia e di nuovo torna a essere una mano nuda. Pablo Neruda Pattinando

mani assassine precipitandosivola

Mani?.... no, non mani come strumenti, ma come strappi d'anima che si librano nell'aria, vivono di vita propria, raccontano di noi quel che noi non racconteremmo mai....al di là di quel che siamo o che pensiamo di essere, le mani parlano, incessantemente, sempre.... tutta una vita... polo

Fammi toccare, sentire, immaginare. Fatti scoprire. Mi faccio toccare, sentire, immaginare. E' ora di farmi sentire le tue mani.
Mani che raccontano una vita, mani che leggono per gli occhi.
Mani che sorreggono, mani che respingono, mani che amano.
Mani Ansiose Nell'Infinito. m
.
quellachenonsei

L'altro ieri sono stata fuori quasi tutto il giorno, passeggiando con un ombrello aperto molto meno del dovuto. Niente vento, e bisogno costante di infilare la manina gelata nella tasca di una giacca amica. Trovare un'altra mano, fredda di emozione o calda di dolcezza, e stringerla fino a perdermici dentro....Ellie_Arroway

mani tremanti di paura, mani torte dall'ansia, mani umide d'emozine, mani calde d'amore, mani gelide d'ira,, mani giunte a supplicare, mani con.... l'anima tra le mani.

lorelei

Mani che consolano..che accarezzano..che sostengono..^^cicabu

le mani toccano e trasmettono all'anima , mammalara

Una poesia di Kikuo Takano per te, Lino! MANO VA' Mano, va' a cercare l'altra via. Cedi, lascia una a una le cose che hai preso; tenta la via dove non resta nulla nella mano. Mano, va' a cercare l'altra via. Dopo che hai perso tutto ciò che hai lasciato, oh, il vuoto! Le mani vuote si congiungano in un gesto severo.

farouche

scritto da maqrolldeibattelli | 10:51 | commenti (26)al post















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scritto da maqrolldeibattelli | 13:15 | commenti Torna in plancia




martedì, febbraio 24, 2004
 

 

ATARAX7’s FIRSTIME

[raccontata a un 18enne]

 

Prima di allora la mia attrazione omosessuale era stata riservata unicamente all’immagine del David di Michelangelo sul libro di storia dell’arte. A tutt’oggi le pagine di quel libro sono incollate. Eravamo entrambi minorenni. Entrambi menbri del fanclub di Cyndi Lauper. Avevamo deciso di masturbarci insieme. Non ricordo se il soggetto dell’azione masturbatoria fosse proprio a carattere gay. Fu la prima volta che assaggiai le labbra di un ragazzo sotto la cintura. “Ma cosa stai facendo?”, chiesi abbastanza terrorizzato, “sarai mica gay?”. Lui annuì senza toglierlo dalla bocca. Persi la verginità qualche mese dopo. Assolutamente da sfatarsi il mito che vuole la prima volta come indimenticabile. Ricordo che ebbi l’impressione di essermi tolto un peso. Fu ovviamente breve (da sottolineare che, col tempo, la durata delle mie prestazioni non è migliorata). Sinceramente non amo ricordarla: la mia vera prima volta fu sotto una doccia. “Vorrei che ci mettessimo insieme”. Abbraccio, lacrime mischiate a vapore acqueo. “Amore, non speravo più che me lo chiedessi!” La prima volta è una volta sentimentale. Le altre fanno volume. C’è chi sostiene che facciano “curriculum”. Mai fidarsi di queste persone: in genere sono orsi. Il bilancio di questi dieci anni è sicuramente positivo: potrebbe essere altrimenti se ripeti compulsivamente la prima volta tutte le volte che lo fai con la persona che ami?

 

www.marcosimonelli.net

www.atarax7.splinder.it

 

 


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scritto da atarax7 | 19:16 | commenti Torna in plancia


 

Presi coraggio e sul viso fatto giorno rubai tepore alle mani accarezzandomi la pelle.

Allo scuotere d'ogni movenza l'orizzonte lumeggiava

additandomi tra le nubi la via del sapere.


Sul solco dove il fluido
scorreva filavano bagliori, solerti riverberi del figlio creatore.

L'incanto spalancò le porte nel regno dei giganti,
tra le pietre adorne l'ingresso al paradiso.

Nella basilica di San Pietro,


ogni lingua parlata s'amalgamava nel sordo frusciare del sangue umano.


Soffiando ai venti
liberai la mente,

il cielo s'incupì e nell'atmosfera d'incenso s'incendiò la passione.

Onde maestose s'infrangevano
scalfendo all'arte il cantico dei cieli.

Cupidi dai vessilli ombrati
sfarfallavano

meraviglie mormorando versetti sull'incontro celestiale.


Dischiusi alla vista ogni visione
cercando nell'atmosfera silente il nettare divino.

L'apparizione s'improvvisò vapore, svanendo precoce
stalattite dell'umana vanità.

In una sola goccia di rugiada, distesa sul volto,

compresi la verità ascendendo al cielo la mia fragilità.


L'atmosfera cambiò volto e nel sole risorto


discesi la cascata di marmo
giocando tra le pietre che d'incontro s'innalzarono.

Una di loro macchiata da un bianco collare
mi sorrise cortese,

ricambiai con gioia scomparendo
rapito dalla corrente dei miei pensieri.








































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scritto da viaggiatoredeltempo | 14:31 | commenti (2) Torna in plancia




domenica, febbraio 22, 2004
 

...la nostalgia che prende a volte per il non provato
c'è la notte, ah, la notte, e tutto è via, allontanato...La notte acida e puntigliosa, quella urlata e quella seduta sul marciapiede a osservare le luci in danze concentriche, la notte a sguardo blindato quella predata, buio e silenzio e voci incatenate di sottofondo, una mano sulla spalla e una spallata che fa barcollare, la notte che giocoli con la tua volontà, la notte che improvvisa si fotte l'abitudine, l'abitudineche di nuovo si porta via la notte, dita svelte e mani lente dal freddo, la notte che ti versi addosso la vita e hai il cerchio del bicchiere sul ginocchio, la notte specchio da luna park, galleria di trasformazione.



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sabato, febbraio 21, 2004
 

Mio papà era un rettangolo bianco, un rettangolo tozzo, non troppo alto. Era anche tutti gli schienali delle poltrone di pelle arancione. Era lo schienale liso, quello che al centro era un po’ biondo di pelle ormai scamosciata. Era tutte le cose solidamente rettangolari nel senso orizzontale. F. è il paio di occhiali lunghi e rettangolari che ha sempre addosso. Quegli occhiali che gli danno quell’aria antipatica da secchione saccente. Quegli occhiali che mi hanno fatto vedere meglio la luna e le stelle quella volta che me li ha prestati lassù in collina. Mi piaceva quando mi prestava i suoi occhiali, era come se mi prendesse in braccio: mi prestava il suo filtro per vedere le cose. Lo sapeva benissimo anche lui che le nostre diottrie sono diverse, ma era così bello vedere l’albedo della luna attraverso le sue lenti. (...)


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scritto da LaLimpia | 17:46 | commenti (1) Torna in plancia


 

...la neve.

Fabiola la guardava divertita come un bambino davanti allo zucchero filato..Un pastore stava portando il gregge al pascolo. Numerose le mandrie che attraversavano il tratturo che costeggiava il paese. Ricordò Paola, quella sua amica terrorizzata dalle mucche e, il suo pensiero, la riportò ad una stagione di paglia e di fieno...e sorrise..

L 'aria ovattata attutiva il rumore di una sega elettrica..Un paio di decenni prima quel rumore sarebbe stato improbabile. Il ronzio della sega elettrica era quanto di più moderno fosse arrivato laggiù.

“Poco in armonia” – si trovò a pensare Fabiola.

Armonia di usignoli e passeri che nella stagione bella, ‘a stagione come solevano chiamarla là, libravano nell'aria il loro chiacchiericcìo... si avventava quel suono, facendo concorrenza agli altri suoni.

 

La sua attenzione naufragò sull’agitato andirivieni di una piccola lucertola: stentava a trovare la via di fuga. In quel concitato movimento riconobbe il suo, che in molti condannavano. “ Ma se lei è riuscita nella sua impresa ,guadagnando la libertà,una speranza c’è anche per me…”

Quell’autunno aveva odorato di sole.

 

Ora una contadina tornava su, arrancando per lo stradone.

Incrociò Minico, l’abituale venditore ambulante e la sua musica,registrata,di pianino.

La cadenza allegra di quel suono mal si acconciava col passo lento e affaticato della donna, con la sua veste di inchiostro,con l’aria sonnacchiosa che trasudava il paese.

L’inverno la accentuava..

 

Una indolenza, la sua, capace di infettare chiunque vi approdasse per più di un giorno.

Il ritmo del pianino, d’estate, allagava le strade.

Era recidivo in quelle contrade isolate,e atteso come un tempo lo erano stati i pastori,antichi portatori di informazioni e novità.

 

Aveva smesso di nevicare da un po’.

Ora Fabiola si gustava il mercanteggiare attorno a Minico.

Ricordò il tempo delle “bottiglie”…tempo di raccolta, ebollizione e pelatura dei pomodori, che tardavano a maturare in montagna.

All’ operazione metà della popolazione veniva precettata dall’altra metà per il rituale annuale, che immortalava il rosso nel vetro.

Manco il tempo di raffreddare le braci sotto quei calderoni anneriti, e si avvicinava ,a passi felpati, la vendemmia con i suoi riti.

 

Senza la terra e le bestie quella gente sembrava quasi non possedere identità.

Comare Annina, con capre al seguito, era una presenza immancabile . Fabiola la guardò sbracciarsi per condurre il piccolo gregge sparuto.

In estate ,l'abito dell' anziana donna, era un arlecchino di colori...nemmeno il più fantasioso degli stilisti sarebbe riuscito ad imitarlo.

 

Fabiola sorrise al rivederla.

Le corse incontro, incurante della neve che aveva ripreso a cadere fitta fitta…

 


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scritto da marzia | 16:00 | commenti Torna in plancia




mercoledì, febbraio 18, 2004
 
Il sereno è la nube di passaggio sulle proiezioni di ieri, sui fantasmi da afferrare.
E' qualcosa che manca all'anima in cerca di armonia tra luce ed ombra.
La stasi è il mio movimento.
Comparsa di giorno, osservo i miei passi e tutto il mondo attorno, i riflessi dell'illusione del sole, il disegno degli alberi sui muri, gli occhi di qualcuno.
Il silenzio delle ore notturne rende rumorose le riflessioni, che risuonano e si muovono come estensioni del corpo. Ed è allora che cammino veramente.
La luminosità del passato giorno è l'idea da rendere con le parole. Lo sprone di mano sulla spalla è l'atmosfera di una luna che mi appartiene, perchè nella navata dei palazzi della via la mia finestra è l'unica aperta a cercare la sua luce.
Il ronzìo del frigorifero mi risveglia e cerco il pavimento, sempre lontano dai piedi. E la scrivania, troppo grande, come la sedia. I salti e le rincorse dell'immaginazione, gli occhi chiusi, e le membra si trasformano.
La stasi è il mio movimento e non c'è attimo del giorno che non mi suoni inutile nella finzione di certi suoi cammini. Gli affanni delle ore di luce sono il mio essere ferma alla ricerca di momenti scolpiti nella mente, di sogni di domani, di agognate autoironie. Non c'è giorno di apparente immobile nullafacenza che non mi sia caro.
La stasi è il costante bisogno di ricordare chi sono.




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scritto da Ellie_Arroway | 23:35 | commenti Torna in plancia




martedì, febbraio 17, 2004
 

MONODREAM

[sogno freedom]

 

Una casa nuova: la casa dei miei genitori, piscina, uno slargo sul porto, alcune imbarcazioni attraccate, una comunità stile Anfiteatro delle Cascine nel ’98 sulla banchina. Stanze sterminate. Sono in salotto con alcune drag-queens. Affabilità. Improvvisamente ritornano i miei genitori da un viaggio ai Caraibi, mi dicono che hanno portato degli amici. Sensazione di panico: come presento gli amici in drag? Qualcuno, probabilmente la Marchesa, mi consegna una siringa e una fiala. Le stanze si riempiono di gente vestita come per un party selvaggio: bevono, mangiano, si divertono parlottando fra loro. Tutti mi ignorano. Nessuno si accorge di me. Inizio ad incazzarmi…. POTETE LEGGERE IL SEGUITO SUL MIO BLOG… aspetto commenti… chiunque lascerà un commento sul mio blog verrà linkato (offerta promozionale, ovvio…)


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scritto da atarax7 | 13:58 | commenti (1) Torna in plancia




lunedì, febbraio 16, 2004
 

Come soldati le stavano dinnanzi. Le copertine consunte oppure mai aperti, occhieggiavano dalle librerie del salone.

Lassù, sull'ultimo ripiano, tintinnavano conchiglie di vetro. La sua passione ,e Diego lo sapeva. Al ritorno da ogni viaggio aveva in serbo una sorpresa. Marianna ora le guardava pensosa: di lui rimanevano solo quei ricordi e qualche lettera nel cassetto.

Il meriggio imperverseva. Gocce rosa e rosso cardinale prendevano forma, stemperandosi nel mare, inzuppandosi come biscotti nel caffèlatte. Fino a poche ore prima, le note di un pianoforte vicino avevano gareggiato con il ticchettìo della pioggia sulla ringhiera.

Gli occhi chiusi,avvolta nel suo plaid zafferano, ora Marianna assorbiva come una spugna un rondò di Mozart.Ce la stava mettendo tutta per dimenticare: era ferita.
Le lacrime avevano rigato i suoi vetri fin troppo. Allungò una mano alla scatola di cioccolattini Cote d'Or, i suoi preferiti.
'Prenda questa '' - le aveva detto Stella, la complice pasticceria al corrente dei suoi dissapori sentimentali.
La scatola era stata compagna fedele di quelle ore.

Finita la pioggia, i fulmini si erano allontanati con un sordo miagolìo.
Il camino la osservava, emanando bagliori deliziosi. Accucciata sul sofà ,Marianna fissava le fiamme come fossero ipnotiche.
Si appisolò per qualche minuto....
Sognò le vacanze con Diego in montagna.I tramonti che adagiavano pennellate sui suoi capelli : lui adorava osservarli insieme alla sua donna.
Nelle seguenze oniriche anche quella gita in Val Passiria dove colse il suo primo Edelweiss.

Si svegliò, quasi avvertisse l'odore della valle. Si alzò. Prese d'istinto,dalla libreria il volume dove lo aveva conservato,un Roland Barthes di annata.
Accarezzò malinconicamente i petali del fiore candido.

''Tu sei la mia stella alpina'', le parole di lui a commento di una passeggiata su per una mulattiera.Rammentava la chiesetta color latte, i tetti aguzzi ..e l'odore delle conifere che sembrava parte di loro.
Gli occhi celesti di lui parlavano più di ogni sussurro...

E quella sera, la perseguitavano.











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scritto da marzia | 20:55 | commenti Torna in plancia




domenica, febbraio 15, 2004
 

Nella terra dei colti disoccupati viene seminato il valore dell'acquisto. Peccato non si abbiano soldi.

Nella terra che fabbrica eroi indifesi si esalta la vittoria. Peccato non si insegni come risalire dalle sconfitte.


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scritto da bassapadana | 15:20 | commenti (3) Torna in plancia


 

Gira la carta e non trovi il Pirata. (...)

 

L’inizio dell’estate ’99. In casetta Acinque coi ragazzi (specie con Mario e Ale) si seguiva sorprendentemente uno sport e un “Giro” diverso dal calcio (!) appassionati dalle imprese fantascientifiche (…) del Pirata che l’anno prima doppieggiava Giro e Tour (l’ultimo era stato Coppi). A Madonna di Campiglio il botto, di mattina presto. Il resto del bel mondo dello sport e non solo: ipocrita e moralista (dopo averlo assurto a semidio). I cascatori dalle nuvole ammantavano di unto e tanfo televisioni & trasmissioni. Io, educatore per professione, dovevo spiegare a Mario e Ale il doping sportivo, ovvero il doping-pensiero cultura (in)sportiva e (in)civile rampante e vincente ovunque, scanso solo "inopportuni" e risveglianti confronti & riscontri (parole “comuniste” meno in uso di supercalifragilistichespiralidoso). E provai.

 

La ballata di Battista il gran ciclista (MB luglio '99)

1. E’ Battista con la bici gran ciclista, che ne dici?

2. Va con gran facilità su pe’ i monti della gara e le sue capacità, certamente merce rara, dai giornali e le tv osannato sempre più

3. La fatica non lo stende e il campione più potente pure dandogli battaglia alla fine poi s’arrende

4. “Dai Battista!”, urlano, “sei un vincente! Non deluder la tua gente!” Anche il sindaco ed il prete fanno un tifo consistente

5. Per chi fa pubblicità è una manna da sfruttar, dalle scarpe ai pannolini il Battista sorridente vende pure i suoi calzini, anche scalzo mai perdente...

6. Sempre super-impegnato, giri e tour impressionanti, alla sera è ormai sfiancato, sbiancato, sfinito, prosciugato, che vorrebbe riposarsi, dolcemente addormentarsi...

7. Ed invece l’indomani un altra gara per le mani!... “aiutatemi vi prego che non ce la faccio più...” “ no Battista, sei un vincente, non deluder la tua gente!”

8. Il suo medico (vincente) gli dà quindi “l’aiutino”: pillolone e pillolino, rosse, gialle, verdi e blu e ogni giorno poi che passa (tutti fan finta di niente) lui ne prende sempre più...

9. Ecco l’alba di un’estate con la gara decisiva e il Battista, un poco a rate, si prepara e quindi arriva

10.Viva Battista!... ma che succede? Lui ti guarda e in faccia ha bolle in grande quantità!... : rosse, verdi, gialle e blu, e poi ancora tante e più

11.Oh Battista, l’aiutino pillolone pillolino, or si vede sulla faccia e non par che adesso piaccia. La tua gente or ora grida: “via drogato dalla sfida!” Anche il sindaco ed il prete urlan: “Anatema, mascalzone sei caduto nella rete! Delusion-disperazione...”

12.I giornali e le tv tutti cascan dalle nuvole e ammoniscon sempre più non credete più alle favole di un ciclista gran vincente che ha deluso la sua gente!...

13.Ma Battista, cosa strana?, quasi quasi è un po’ contento e per una settimana dorme sogna e russa forte che da qui ancor lo sento!...

14.Un giorno, caro il mio Battista, potrai alzarti riposato risalire sulla bici, ed andare su un bel prato senza ansie ne bubboni: gialli, verdi, rossi, blu, senza tifo né padroni, ricordando pure tu, quanto è bello pedalare lentamente fino al mare.

 

Sorrisero amari e smaliziati. Poi tornarono a parlare della campagna acquisti della Roma.


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scritto da broiolo | 13:16 | commenti Torna in plancia




venerdì, febbraio 13, 2004
 

Unità di produzione

Butto giù l’ultimo goccio di Heineken e spengo l’ennesima sigaretta. Una giornata vissuta male. Iniziata male. Sogni che nella notte hanno interrotto il sonno. Spaccandomi lo stomaco. Cerco di ripercorrere i pensieri. Scavarli. Ma il mio respiro è bloccato. Mi manca l’aria e la tranquillità. In frigo ci sono ancora delle birre. Mi alzo dal divano immerso in una confusione da panico. Gli occhi puntati verso il basso, fissano la punta dei miei piedi quasi a cercarne l’equilibrio. Cercando di non inciampare nella memoria più lontana. Parto. Divano bianco, tappeto, pavimento, porta della cucina su cui appoggio una mano, pavimento, gambe della tavola, ancora pavimento e frigo. Lo apro alla cieca. So dove tengo le birre. Ne prendo una. La stappo appoggiandomi al tavolo. Alzo la testa per bere. Tutto gira. Ma la birra scende. In un attimo. Le sigarette. Cazzo!!! Non ci sono sigarette in questo fottuto angolo di mondo da riprendere in mano. La mia casa vuota. Come il mio respiro. La mente. Il fisico. Le sigarette adesso non possono mancare. Ma in queste condizioni, certo non posso guidare. Parto a piedi. Uno, due, tre. Via. Pavimento, porta d’entrata. Chiudo senza dare i soliti due giri di chiave. Scale. Conto gli scalini. La vista annebbiata non è sicura. Diciotto scalini divisi in due rampe. Scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino, scalino. Pavimento di marmo bianco. Porta, marciapiede. Asfalto. Cammino tenendomi al muro dei palazzi che percorro piano. La vista sempre a terra. Guardo gli stivali. Unici punti di riferimento per poter "stare". Carte di caramelle, mozziconi di sigaretta, polvere. Strisce pedonali. Provo ad alzare lo sguardo. Fiat punto blu, Audi rossa. Attraverso. Fogli pubblicitari incrociano il mio passo incerto e ancora mozziconi di sigaretta, fazzoletti di carta lasciati al vento, foglie di alberi vicini, macchie d’olio. Sporco. E disordine. Sto guardando a terra forse per la prima volta. I miei passi calpestano strade sporche. Unte. E viscide. Quando sto bene guardo il cielo. Ma in questa vita dove gli altri "non sono" devi saper anche guardare la terra. Poi oggi mi manca l’aria. L’equilibrio. La vita. L’insegna blu la vedo sfuocata, ma vicina. Che le dianarossemorbide sono gia in tasca. Diciannove sigaretta nella tasca sinistra del mio giubbotto in pelle. Pelle viva. Riparto facendo al contrario il percorso. Guardando sempre a terra per non perdere l’equilibrio. E con la ventesima sigaretta del pacchetto gia accesa. Che quasi mi calma. The Chemical brothers stanno pompando sangue ai miei polmoni. Al cervello. La vista comincia a distinguere le ombre. Che mi passano davanti, lasciando scie di pregiudizio appiccicate al mio corpo segnato. Colpi che sento battere violentemente sul viso. Colpi che fanno male. Pallottole che sanno arrivare a bersaglio. Il ritorno a casa è ancora più affannato. Badando di tenere lo sguardo fisso a terra. A calpestare lo sporco. Il disordine. Le verità stampate sui volti della gente. Che si è comprata un sorrisino preconfezionato nel supermercato più vicino. Lo sguardo a terra a vedere la melma. La vita più vera. Arrivo a casa stanco. Ma con le sigarette in mano. Le birre frigo. E una pistola nell’armadio. Aspetto solo di calmarmi ancora un altro po’. Che sono pronto. L’arma caricata. "Signori tuttofare, questa sera il conto…lo pagate voi!!!!" Beng!!!


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scritto da precipitandosivola | 09:32 | commenti Torna in plancia




giovedì, febbraio 12, 2004
 
Filo spinato ( II parte )

Anche ora. La portava dentro di sè. Abbracciò sua nonna. Un conato la prese: la chemio era stata implacabile come al solito.
Le tenne la testa fra le mani.
Il pensiero tornò a turbinare come un mulinello in acqua. "..per quanto tempo ancora ?'
Sì , per quanto tempo Dio gliela avrebbe lasciata. Non bastava il filo spinato ?
''Rispondimi Dio ...''- urlò dentro di sè.

Incontrò gli occhi di suo padre. Muti come mai. Ma l'impotenza di Dio la conosceva.
Meglio quella del dio seduto sul trono e la barba bianca, lo sguardo da sovrano.
Quel dio assiso che le era stato inculcato per anni.
Un Cuore di Gesù occhieggiava in cucina.
'' Sei meglio tu, più rassicurante - le accadde di pensare. I preti s'erano aggiornati.
Come i pubblicitari: sapevano quale "pasto" servire. E il Cuore di Gesù, Padre Pio avevano spodestato il dio severo e assiso.

'' E se fosse questo il filo spinato?''. Accompagnò sua nonna sulla poltrona verdognola di finta pelle.  Si appisolò. Rimase a guardarla. L'orologio a cucù sulla parete era muto.

Mute quelle mura .
...e le mani di sua nonna...

scritto da marzia | 22:39 | commenti Torna in plancia













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Filo spinato I parte

I passi le si accavallarono . L'aveva chiamata. Succedeva di rado.
Ora la casa era a meno di 300 metri. Le schiamazzò un pensiero, sempre lo stesso.Due ragazzini stracciavano le ore per strada, come al solito.
Una bicicletta granato .
Un veccho la pedalava con visibile fatica. Conosceva Zi ' Giuanni . L'età lo aveva lasciato inalterato.
Il rione l'avrebbe percorso ad occhi chiusi...da bambina aveva conosciuto i suoi pattini, le corse in parrocchia.
Da giovane mamma se ne era fatta desiderare.
Era peggiorato.

Un filare di costruzioni popolari infoltivano la sinistra della strada.
Panni stesi, urla , moccoli al naso , panchine che ospitavano adolescenti. Indolenti e faceti . Colonna sonora di quello scenario.
Un moto di rabbia la accompagnò verso il portone.
" Peggiorato" - si ritrovò a pensare.

Una muta impotenza , groviglio di filo spinato nelle viscere.Aveva celato per anni la rabbia.
Continuava a farlo: era giusto così. Sua nonna smunta, piccola e accasciata.
Ecco un buon motivo per tacere.

Doveva morire tranquilla : era destino. Lei lo voleva, almeno in quegli anni. Sua nonna aveva conosciuto il filo spinato.
In una fuga le aveva stracciato la gonna e s' era fermata.
Non ci aveva più provato.
Prigioniera fino all'ultimo respiro. Trappola per sciocchi.
Le scale dei tre piani erano vuote. Pochi abitavano il caseggiato. Quei gradini risuonavano, carichi, nella memoria.
Attimi , tranci di passato irrompevano come cavalli non domi.

 ''Corri, abbiamo fatto tardi ! ''- '' Dai Silvana, il prof. di latino è sempre in ritardo!!''
Quaderni e libri legati con una molla. La sua era rossa. I vestiti ,recuperati da un pacco americano, davano loro un aspetto insolito.
Le scale le ricordarono la sua vecchia mantella bleu.

Se ne era invaghita subito. Con prepotenza l'aveva afferrata dall'ultimo pacco.
''E' mia. Mi piace''. La mantella le dava sicurezza. Svolazzava come un pipistrello. Un maschiaccio giù per le scale . La mantella era stata un antidoto al filo spinato.

 

scritto da marzia | 18:17 | commenti Torna in plancia























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mercoledì, febbraio 11, 2004
 

BESTIARIO (2)

La cantante

La chiamavano l'usignolo perché cantava bene. Una sera d'estate, nella grande arena, steccò di brutto in un'opera importante. E divenne di botto muta come un pesce. Per sempre.

Il postino

Postino per forza ("Postino è stato tuo padre, come puoi non farlo te?"), all'alba d'un giorno livido, fu trovato da un collega in un sacco per la posta ordinaria. Sembrava un topo in trappola. Ghiaccio stecchito.

L'usciere

Era vissuto sempre al pianterreno, nel bugigattolo dell'usciere. Raramente gli era capitato di salire a un piano superiore. Un pomeriggio - s'era nella settimana santa - fu chiamato dal capo del personale. Nessuno seppe dirgli perché. Corse per le scale, ignorando l'ascensore. Arrivò trafelato davanti alla porta del dirigente. Ma fu attratto dalla portafinestra, che dava su un terrazzo. L'aprì. Vide un panorama che non aveva mai visto. Si sentì leggero. E cominciò a muovere le braccia come fossero ali. Era sicuro di poter volteggiare sui tetti.


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" Ormai penso allo scrivere come a una lunga estenuante piacevole seduzione.Le storie che racconti,le parole che usi e su cui lavori, i personaggi a cui cerchi di dare vita sono solo strumenti con cui circuisci la cosa sfuggente, innominata, senza forma, che appartiene solo a te e che tuttavia è una sorta di chiave per tutte le porte, la ragione vera per cui passi tanto tempo della vita seduto a un tavolo a battere sui tasti, a riempire fogli.

La domanda vera di ogni racconto è sempre: questa è la storia giusta per afferrare ciò che giace silenzioso sul fondo di me, quella cosa viva che se catturata, si spande per tutte le pagine e gli dà anima? La risposta è incerta, anche quando si arriva fino alla fine di un racconto.

Cosa è capitato nelle righe, tra le righe? Spesso, dopo fatiche e piaceri, sulle pagine non c'e niente- vicende, dialoghi, colpi di scena, solo questo- e sei atterita dalla tua stessa disperazione"

Elena Ferrante."La frantumanza" Ed. E/O pag 76


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scritto da maqrolldeibattelli | 09:34 | commenti Torna in plancia




martedì, febbraio 10, 2004
 

La scrittura non è un pranzo di gala, a cui avvicinarsi con ghirlande e lustrini.
Non è la saga dei ricordi, non è il flusso di coscienza, non è la memoria di ricordi di viaggi, non è il diario dell'oggi, non è la mancanza di amori urlata, non è la versione educata del vestito di società.

E'tutto questo , per ciascuno e per nessuno. Per uno solo, vale, per gli altri no.

E' essere abitati da parole, sensazioni, persone che vogliono uscire, nelle forme che decidono.

Ciascuno di noi vive cercando di ignorare i diversi che porta con sè, ma poi iniziano ad entrare, parlare, esistere

Le parole che fino a ieri servivano per far muovere gli oggetti nello spazio diventano ,da quel momento, sogni vissuti standoci dentro, senza sapere che erano tali, fino a che non hanno, a quel momento, una temporanea cessazione. (maqroll)

Essere abitati dalle parole e farle respirare.
Esserne permeati e farle correre fuori, ma saperle dominare, piegarle, dopo averle conosciute.
Vincerle dopo averle assaporate.
Questo io credo, anche!

Scrivere è una caccia, totale, crudele.
Intingere la penna nel sangue d'un animale appena ucciso e di quel palpitante calore impregnarsi il foglio.

Talvolta è un indietreggiare, cedendo.

Talvolta un procedere a tentoni.

Ma sempre sempre, l'esercizio reiterato della memoria che si fa strazio,il suono della lingua, delle lingue...la melodia fonemica.

Fruscìi dell'etimo da percorrere, sussurri significanti.

Urgenza di dire che preme, e si conficca ancor più profondamente fino al respiro, fino alla possibilità visiva e sonora di acquietare...e d'acquietarsi.

farouche (http://celestemateria.splinder.it) alle 14:01 del 08 febbraio, 2004

I libri sono il solo posto dove le parole se ne stanno in quiete

anonimo (http://) alle 16:31 del 08 febbraio, 2004

.......le parole, tu dici?......sono la nostra forma, o, meglio, la forma che vorremmo dare a noi stessi,....sono i nostri sogni, o forse la forza con cui vorremmo che i nostri sogni esistessero....ed i nostri voli, anzi.....quelli che ci illudiamo di compiere... ma senza voli non si puo' sognare, e senza sogni non si puo' sperare, e senza una speranza non si puo' credere di essere veri....

polo (http://satelliteluna.splinder.it) alle 19:47 del 08 febbraio, 2004

le parole camminano dentro, come tiritere di suoni, smuovono la tua musica o la inventano;
le parole creano vicinati inattesi così repentini da dare la vertigine, tanto la scorciatoia fra significati si fa breve;
le parole scavano tunnel di drenaggio per sentimenti inespressi (altrimenti), ma sono anche gabbia, e filo spinato;
le parole nascono da altre parole, come in questo momento: la scrittura dà loro un passaggio, compiacente...

colfavoredellenebbie (http://colfavoredellenebbie.splinder.it) alle 19:54 del 08 febbraio, 2004

Scrivere, fissando in lettere i pensieri di un istante che è già passato. O che dovrà ancora essere.

quellachenonsei (http://quellachenonsei.splinder.it) alle 20:34 del 08 febbraio, 2004

La scrittura è un'altra faccia della medaglia. Dall'altro c'è la lettura, il cogliere e godere le emozioni e/o rilfessioni altrui. Scrivere è comunicare. Sciogliere il proprio enigma, quel mistero che ognuno di noi cela.

marzia (http://alchimie.splinder.it) alle 00:35 del 09 febbraio, 2004

la parola è un sussurro appena in sotto pelle che pulsa nel non riuscire a farsi suono, mentre il suo grido è l'unico canto nella tua mente

Lam (http://mutevolmente.splinder.it) alle 10:24 del 09 febbraio, 2004

la scrittura alla fine sono io, con le parole che mi vestono o mi spogliano (dipende)

justannie (http://justannie.splinder.it) alle 11:41 del 09 febbraio, 2004

Come faticoso
piegare le parole
a rendere
labirinti
frammenti
lampi
abissi
che un solo
sfiorarsi delle mani
potrebbe trasmettere

skipper246 (http://schoonerblog.splinder.it) alle 19:52 del 09 febbraio, 2004

Per anni ho scritto le mie poesie, le mie emozioni, la mia vita su piccoli quaderni, con penne dall'inchiostro nero, ogniqualvolta avevo bisogno di entrare in contatto con me stesso, solo con me stesso. La prima poesia la scrissi il giorno di Pasqua del 1980, avevo diciassette anni. L'ultima ieri pomeriggio. In mezzo una vita. Ma non è cambiato nulla da allora, anche se ora le pubblico nei blog. Non penso mai agli ipotetici lettori, non faccio nulla per piacere loro, per ricevere il loro applauso. E' un ecce homo di carta e d'inchiostro, quello che scrivo. Scrivere è fissare sulla carta schegge d'anima che altrimenti andrebbero perse per sempre. E non sempre l'anima va raccontata, nemmeno a sé stessi: per mesi non ho toccato penna e non per pudore o per paura della pagina vuota, semplicemente non avevo nulla da dirmi. Perchè mi ero già detto tutto e l'anima era piena e satolla. Perché scrivere è come mangiare, scrivere è colmare un vuoto, scrivere è riempire, e non solo pagine, ma anche e soprattutto le viscere dopo aver masticato parole e sentimenti. Scrivere è cannibalizzare la propria vita, fermarne il gusto nel palato per restituirla nella forma pura del pensiero. E forse un giorno non avremo nemmeno più bisogno di questo: il giorno in cui avremo compreso il Tutto e il suo Fine e il Vuoto sarà riempito per sempre. E scrivere sarà allora inutile.

stepa (http://stepa.splinder.it) alle 19:01 del 09 febbraio, 2004


scritto da maqrolldeibattelli | 06:30 | commenti (11)al post





















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scritto da maqrolldeibattelli | 07:02 | commenti Torna in plancia




lunedì, febbraio 09, 2004
 
Quel giorno in cui, a Collefili, piovvero panini

 

n un giorno non meglio precisato di maggio, di tanto tempo fa (la fonte di questa storia non precisa la data esatta) dal cielo del paese di Collefili piovvero, all’improvviso, panini imbottiti. C’erano panini al salame, panini con la bresaola, ma anche con la coppa e lo speck. I panettieri e i salumai erano disperati, i bambini divertiti, gli adulti meravigliati. I panini facevano un gran rumore quando venivano giù dai tetti o quando andavano a rimbalzare contro le finestre delle case: era finanche divertente vederli rotolare dalla collina perdendo a destra e a manca fette giganti di insaccati dal profumo irresistibile.

«È un miracolo, è un miracolo!» gridò padre Attanasio uscendo sul sagrato della chiesa.

«Ma quale miracolo?» lo rintuzzarono alcuni atei del paese. Questo è un paese ricco e non c’è nessuno di noi che muore di fame.

«È vero!» esclamò il prete cancellando subito dal volto la sua espressione estatica. «Allora è il diavolo che ci vuole avvelenare… state attenti non mangiatene.»

«È perché mai?» fece il Roscio mentre stava addentando un panino generosamente ripieno di lardo di Colonnata. «È ottimo!»

La pioggia durò diversi giorni e i compaesani, che giravano con capaci e resistenti ombrelli per ripararsi, oramai non ci facevano nemmeno più caso. La circolazione delle persone e dei veicoli per le strade si era fatta tuttavia difficoltosa e molti gatti e cani cominciavano ad avere problemi di stomaco e di fegato. Molti furono i curiosi richiamati dall’evento tant’è che, quando alla fine del settimo giorno la strana pioggia smise di colpo, la maggior parte dei collefilesi, che pure è gente cordiale e bonaria, fu tutto sommata contenta di poter tornare alla normalità.

Passarono diversi giorni e una sera, nella sua bottega di intagliatore del legno, il vecchio mastro Oliva terminò il suo secondo capolavoro in poco tempo: da quando aveva comprato un set completo di strumenti da intaglio da un mercante un po’ bizzarro passato di lì, non usciva neppure più dal laboratorio. Ma era soddisfatto, tanto che, come era accaduto per il panino cesellato, gli era venuta voglia di addentare la nuova opera tanto sembrava vera.
Ed è così che quella notte stessa, saranno state le due, forse le tre del mattino, delle grosse bistecche alla fiorentina cominciarono a precipitare dal cielo. Facevano persino rumore a sentirle arrivare. I collefilesi, però, non si scomposero neppure questa volta; anzi scommisero l’un l’altro sul numero di bistecche che sarebbero rimaste infilzate nei propri parafulmini prima che gli stessi potessero schiantarsi per il peso.
- Briciolanellatte




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scritto da briciolanellatte | 16:16 | commenti (1) Torna in plancia




sabato, febbraio 07, 2004
 
Il pedinamento

 

’uomo era schiacciato dietro al palo della luce. Ogni tanto si sporgeva dalla sagoma cilindrica e porosa di cemento a guardare al di là della strada. In mano aveva un block notes dove spiccava, con una scrittura minuta e fitta, una ridda di dati e scarabocchi. Un cappuccio verde militare agganciato al giaccotto in pile, gli copriva pressoché tutto il volto. Si notava appena una barba rasa su guance giovanili e magre, un naso affilato su due labbra pallide appena tracciate.

Un riff dei Korn si fece largo attraverso i vestiti.

«Sì?» fece l’uomo nel cellulare del tutto nascosto nel palmo di una mano. «Lo sto vedendo… sì, non preoccuparti, sono in buona posizione… sì, sì, ha fatto le solite soste, ma poi è entrato in una tabaccheria. No, non so cosa ci possa fare un ragazzino di tredici anni in una tabaccheria, ma adesso vediamo… ti farò rapporto più tardi.»

L’uomo richiuse il telefonino, ma non lo ripose. Se lo rigirò, nervoso, tra le dita, come aveva preso a fare da quando lo aveva comprato.

Poi il ragazzino fece una cosa del tutto inaspettata: uscì dalla tabaccheria correndo a perdifiato come se il negozio avesse dovuto esplodere da un momento all’altro. L’uomo fu colto di sorpresa, quasi si spaventò, tanto che se ne stette immobile a guardare il suo obbiettivo mentre si stava allontanando velocemente sul marciapiede opposto al suo. Appena realizzò quanto stava accadendo, scattò dal suo nascondiglio come una tagliola per volpi proiettandosi sulla strada con l’occhio fisso sul bambino che correva, se fosse possibile, ancora più forte. In quello stesso istante, coperto alla sua vista dal copricapo che gli penzolava dalla fronte, un autocarro sbucò all’improvviso dalla sua destra caricando l’uomo con violenza prima sul cofano e poi sul parabrezza che si accartocciò in migliaia di venature sottili. La sagoma scura rimbalzò all’indietro per diversi metri per poi aggrapparsi, come uno scomposto spaventapasseri abbandonato, sullo steccato del giardino della chiesa.

Ancora pochi istanti e il ragazzino svoltò definitivamente l’angolo della via.
- Briciolanellatte


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scritto da briciolanellatte | 14:03 | commenti Torna in plancia