battelloscrittura


about


altri link
a a Arcipelago del Battello
a Battello Ebbro
a BattelloTimone
a Racconti di unos kipper
alp
cigale
colfavoredellenebbie
dolittle
ella
giusec
mongolfieradihumboldt
Pattinando
skipper
trecentodiciannove
usermax


blog categorie
adozioni
interviste
racconti
racconti musicali
scrivere
blog archivio
oggi
novembre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
luglio 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
luglio 2005
giugno 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003


counter
visitato *loading*
volte




mercoledì, marzo 31, 2004
 

Con queste parole sentireste terminare il racconto della leggenda da un qualsiasi abitante del Girondin….ma ahimè la verità è ben diversa. Pochi la conoscono, noi De Goncourt soltanto, e probabilmente nemmeno tutti; e se ora ve la racconto, è solo perché….capirete quando io e il mio amico arriveremo a quel maledetto monastero. Per ora stiamo ancora brancolando nelle tenebre sferzati dalla pioggia e dal vento, ancora debole è il suono della campane, ancora lontano….ma torniamo alla leggenda.

 

O Satan, prends pitié de ma longue misère! (parte seconda e ultima)

 

Cosa successe veramente? Ho detto che nessuno né vide né parlò più con alcuno dei frati, come posso sapere allora cosa accadde veramente? E come mai solo noi De Goncourt lo sappiamo?

La verità sta in tre lettere, tre lettere che Jerome De Goncourt scrisse al padre nell’arco di quella settimana che passò dall’ingresso della strega a Saint-Claude fino all’incendio che di Saint-Claude si nutrì.

La prima lettera fu scritta e spedita da Jerome al padre la sera stessa in cui la strega aveva fatto il suo ingresso nel monastero. Era abbastanza formale. Non vi era traccia del figlio che scriveva al padre, ma solo del frate che metteva al corrente il signore di quelle terre di quello che era accaduto. Le riflessioni personali erano contenute, aride. Al fine di facilitare il riconoscimento della donna, veniva fornita una descrizione della stessa, poiché essa si rifiutava di dire il proprio nome e di indicare la propria famiglia. Era una descrizione dettagliata, ma fatta con tono molto distaccato.

La seconda lettera fu ricevuta dal signore De Goncourt cinque giorni dopo. Il tono era molto differente. Vi si mischiavano la deferenza del frate verso il proprio signore e gli slanci del figlio tra le braccia del padre. Parlava ancora della donna…no, non parlava della donna, ma della strega. Jerome chiedeva che il processo fosse svolto con la maggiore celerità possibile. Nella lettera era ripetuto continuamente questo richiamo, in tono quasi supplichevole, mentre in modo confuso ed agitato il giovane vi intercalava proprie opinioni ed impressioni.  Sulla strega certo, di cui riportava, in modo però ben diverso che nella prima lettera, la descrizione; ma vi erano diverse osservazioni, strane osservazioni, riguardanti anche il monastero…ed i fratelli, di cui, scriveva il giovane, ‘nel santo momento della preghiera, empi riflessi e torbidi echi di quella strega oscurano i loro occhi rivolti al Signore’.

La terza ed ultima lettera fu ricevuta nel pomeriggio del giorno dopo, ma per diversi impegni che lo tennero occupato tutta la giornata, e per la negligenza di un servo che poi pagò tale dimenticanza con la vita, il Conte De Goncourt la ricevette tra le mani quando ormai il sole nasceva sul settimo giorno da che la strega era stata portata al monastero.

Jerome doveva essere impazzito, non vi era altra spiegazione. La grafia, di solito curata in ogni accento, risultava quasi illeggibile, e dopo che con fatica il padre ebbe finito di decifrarla….. Si perdeva in una descrizione della donna ai limiti della decenza: la pelle profumata, la pelle morbida solo a guardarla, la bocca che….oh la bocca. E gli occhi, quegli occhi da cui, scriveva Jerome, ‘si possono vedere, fissandovi intensamente il proprio sguardo, la santità del Paradiso e la voluttà dell’Inferno, la gloria degli angeli e la dannazione degli uomini’ ….Poi passava a parlare in modo sempre più confuso di strane cose, cose che succedevano all’interno di Saint-Claude da quando quella dannata era entrata e di strani sogni che lui stesso aveva fatto nell’ultima settimana, e di strane tentazioni che…..ma tutto era confuso, agitato, la descrizione dei fatti si mischiava a quella dei sogni e a quella di altri fatti ancora; e alla fine tutto sembrava irreale, tutto un solo grande delirio. ‘ Devo ucciderla padre’, così concludeva,’e questa notte la ucciderò. Ecco perché il signore mi ha chiamato qui a Saint-Claude. Questo è il mio compito, proteggere Saint-Claude e i miei fratelli dal Diavolo’.

Subito dopo che ebbe finito di leggere la lettera il Conte inviò uno dei suoi uomini più fidati al monastero con il compito di verificare, evitando però di farsi vedere o riconoscere, cosa vi fosse successo nella notte. Questi, allorché tornò da Saint-Claude nel tardò pomeriggio, riferì ciò: che nella notte appena trascorsa due frati e la strega avevano trovato la morte; e che il nome di uno dei due frati era Severo.

Il Conte De Goncourt attese il calare della notte, poi accompagnato dai suoi uomini si recò al monastero. Qui ascoltò le parole dell’abate: secondo quelle, Jerome, fuor di ragione, si era lanciato con un pugnale contro la strega e contro il frate che vegliava su di lei. A niente era valso l’intervento degli altri frati per cercare di calmarlo. Egli ne aveva  feriti alcuni, di cui uno mortalmente, prima di arrivare alla strega, e con un secco colpo al cuore mettere fine alla sua vita. Dopodiché, prima che qualcuno lo potesse fermare, egli, con il medesimo pugnale, si era ucciso.

Altre cose il Conte ed il vecchio frate si dissero, e a lungo parlarono chiusi soli in una piccola stanza; ma di quello  nulla è dato di sapere, poiché il Conte mai si confidò con alcuno, e l’abate…egli morì, come tutti gli altri dieci frati di        Saint-Claude, nell’incendio che bruciò l’ala del monastero dove stavano le loro celle. Le rosse e rabbiose fiamme di quel fuoco si riflettevano nelle lacrime del Conte, mentre questi voltava le spalle al piccolo monastero, e con le tenebre della notte nel cuore tornava al proprio castello.

Questa è quella storia come la conosciamo noi De Goncourt; ma è ora che io riprenda a narrarvi la mia.

Quando, quella notte, io e Christophe arrivammo a Saint-Claude, vi trovammo le porte delle mura di cinta aperte. Le oltrepassammo senza esitare, ritenendo che, come per le campane che continuavano a suonare, fosse un segnale di ricovero verso gli eventuali viaggiatori che, come noi, fossero stati travolti dalla tempesta lungo il loro cammino.

La notte era incredibilmente buia, e tra il fastidio della pioggia e quello del vento era quasi impossibile tenere gli occhi aperti; nonostante ciò, ci meravigliò entrambi il non vedere davanti a noi alcuna luce.

L’edificio che ci si parò innanzi era poco più nitido di un’ombra, e non in maggior modo di quella pareva essere reale. Ad attirarci verso una porticina di legno marcio furono più i continui gemiti dei cardini di questa, sui quali il vento si abbatteva furibondo intimandoli ad una resa incondizionata, che non il vederla. Da quella facemmo il nostro ingresso a Saint-Claude.

Ringraziando Dio di trovarci finalmente al riparo provammo a guardarci attorno : ci trovavamo all’interno di una stanza la cui oscurità non ci permetteva di capirne le dimensioni; c’era comunque  abbastanza spazio anche per i cavalli, e quindi, non senza sforzi, li tirammo dentro.

Passammo i primi minuti a nel tentativo di scaldarci ed asciugarci in qualche modo, e quelli subito seguenti alla ricerca  di qualcosa per poter fare un po’ di chiaro. In entrambi i casi, l’esito dei nostri sforzi risultò alquanto infelice. Vi erano tanti spifferi in quella sala, e tanti echi vi si inseguivano, che quasi si poteva pensare che la tempesta, al posto che esserne esclusa, nascesse proprio tra quelle mura. Ed in quanto alla luce, non trovammo né lampade, né candele, né qualsiasi altra cosa ci potesse aiutare ad accendere un seppur minimo fuocherello o una timida torcia; solo di legna, ma bagnata e marcia, sembrava essercene in abbondanza.

In cerca di qualcosa, ma soprattutto di quel qualcuno che ci doveva essere, che le campane che continuavano a suonare, uscimmo dalla stanza, passando per una porta che si trovava proprio di fronte a quella da cui eravamo entrati. Ci ritrovammo in un corridoio; largo abbastanza perché io e Christophe potessimo stare fianco a fianco, le ombre che da una parte e dall’altra si paravano davanti ai nostri occhi ne rendevano la lunghezza indefinita…infinita.

Christophe si ricordò di una descrizione che una volta aveva sentito di Saint-Claude: un unico edificio fatto ad U, agli apici del quale vi erano la cappella, anticipata da un piccolo refettorio, a sinistra; e le celle dei frati, la parte che era bruciata in quella lontana notte di cui vi ho parlato, a destra.

Le campane continuavano a suonare, dirigemmo i nostri passi a sinistra.

Più di una volta, percorrendo quel corridoio, sia io che il mio amico rischiammo di inciampare: ora tra gambe incerte di una sedia spaccata; ora su frammenti del tetto, che in diversi punti aveva ceduto, lasciando spiragli dentro i quali affondavano insaziabili e cupe le affilate zanne delle bufera; ora su qualcos’altro che l’oscurità in cui ci muovevamo  non ci permetteva di riconoscere.

Ad una distanza regolare, circa ogni quattro o cinque passi, si aprivano, sempre alla nostra sinistra, delle porte. Nelle stanze che dietro vi si celavano i nostri occhi vi scorgevano solo mari d’ombra simili a quello dal quale avevamo fatto il nostro ingresso e dove avevamo abbandonato i nostri cavalli. A volte, con fatica, vi riconoscevamo delle forme di sedie, o scaffali,  o qualcos’altro di non bene definito. Mai luce, mai persona.

Ne oltrepassammo almeno sei o sette prima che una parete ci costringesse a voltare. Intraprendemmo un secondo corridoio in tutto e per tutto simile al primo. Così almeno sembrava; ma dopo le prima due porte… Christophe ora camminava qualche passo innanzi a me, ed  aveva già superato, con la stessa indifferenza con la quale aveva passato le altre, la terza porta; ma quando io vi giunsi a fianco…non solo, a differenza di tutte le precedenti , questa era chiusa; ma, e questo soprattutto attirò la mia attenzione, dei bisbigli, dei sussurri sembravano provenire da oltre quella porta.

La aprii.

Cosa…cosa vidi in quella stanza è cosa difficile da raccontare, e sicuramente ancor più da credere; eppure…

La luce e le tenebre colpirono con egual forza i miei occhi. Un fuoco era acceso proprio nel mezzo della stanza, un fuoco incredibile, le cui fiamme si alzavano ben oltre la mia altezza. Un fuoco tanto infuocato che non si riusciva quasi a guardarlo, così come non si riesce a fissare lo sguardo sul sole…ma attorno a quello non vi era chiarore, e la tenebra, una notte ancora più nera di quella che fuori regnava sulla terra, mascherava la realtà della stanza. Solo si scorgevano, in stretto circolo attorno a quel falò, dei frati, undici frati. Inginocchiati e completamente assorti in preghiera, le loro mani non stavano però giunte così come Dio ci ha insegnato; ma protese, protese verso quella fonte di luce senz’anima, dal colore della quale traevano vita i loro occhi.

Nemmeno si voltarono, nemmeno sembrarono accorgersi della mia ingresso nella stanza; solo continuarono con quella loro preghiera, quella loro strana preghiera…. O toi, le plus savant e le plus beau des Anges, / Dieu trahi par le sort e privé de louanges….O Prince de l’exil, à qui l’on a fait tort, / Et qui, vaincu, toujours te redresses plus fort…E da quel fuoco, quel fuoco che solo si nutriva dei loro morti sospiri, una donna…sì, una donna apparve. No, non al posto del fuoco; ma nel fuoco, avvolta, immersa in quelle fiamme da cui sembrava trarre vita, e piacere. Lei si accorse di me, anzi, solo per me sembrò sollevarsi dalle scintille.

‘Devi scegliere Jerome, mio amato Jerome’. Questo disse, ed i suoi occhi, guardandomi, ridevano di pene che l’uomo mai potrà sopportare, ed invitavano a piaceri che l’uomo mai potrà conoscere.

‘Devi scegliere Jerome, mio amato Jerome’, ripeté; ma ora tra le fiamme non era più sola, ed i suoi occhi più non fissavano me….non fissavano Guillame De Goncourt, lì immobile e disperato sulla soglia della porta; ma bensì fissavano Guillame De Goncourt che ardeva dannato tra le fiamme, mentre con un coltello in mano continuamente e ripetutamente la colpiva al cuore, mentre ripetutamente e inutilmente Jerome De Goncuort con un pugnale uccideva la sua strega. Lei rideva: ora accarezzava Jerome De Goncourt e se lo stringeva nel calore delle sue fiamme trascinandolo in un’orgia alla quale sembrava impossibile resistere, ora mi osservava con i suoi occhi tinti di dannazione starmene immobile sulla soglia della stanza; ora baciava Guillame De Goncourt sulla fronte e ne asciugava le lacrime malgrado i suoi tentativi di sottrarsi all’abbraccio soffocante del suo respiro, ora fissava frate Severo ritto sulla soglia della stanza, incapace di fare qualsiasi cosa, se non guardare.

‘Devi scegliere Jerome, mio amato Jerome’…. Fuggii, credo. In preda alla paura, al terrore, dovetti prendere a correre a ritroso per il corridoio, inciampando e cadendo, forse, mentre attraversavo quello o uno dei tanti altri visi senza volto che prima avevamo oltrepassato. Credo successe pressappoco così.

Di certo so che ad un certo punto mi ritrovai all’aria aperta; la furia della tempesta che come un alito di vita sbatteva in faccia. Stavo piegato  su di una pietra, senza fiato e con un rivolo di sangue che da una tempia mi colava fino alle labbra. Christophe era al mio fianco e mi parlava, e cercava di capire, e di rincuorarmi benché non sapesse…..benché non avesse visto….e mi aiutò a rialzarmi, ed era in fronte  a me mi sosteneva, ma…alle sue spalle, quel…quel…  

Le sue ali erano immense, nere più di tutte le ombre, e più di quelle misteriose, si muovevano leggere ed altere, indifferenti alla furia del vento, che non le toccava, quasi…quasi…fosse loro la forza che la governava. E poi quel becco, una freccia d’ebano splendente, una dannata ed insaziabile scintilla sottratta alla frusta del boia delle anime; e gli occhi, i suoi occhi del colore…del colore….vi è colore nell’oblio? 

Si posò su di una nuvola di terrore; ma ora….ora le sue ali erano delle braccia, tanto quanto quelle sinuose, tanto quanto quelle cariche di uno strano fascino, e quel becco, ora era una bocca, rossa…ah rossa, rossa come questo vino, come una mela, rossa come….come le fiamme dell’inferno, e in quegli occhi, quegli aperti sul nulla…..volti verso di me.

Era quella donna, era il fuoco dei frati; era la strega di Jerome, il suo Diavolo, e continuava a fissarmi. Adagiata su quella lacrima di dannazione come un cigno sull’acqua di cristallo della sua infanzia, continuava a fissarmi, con quegli occhi, quei suoi occhi specchio dell’inferno..…rivolti verso di me.

‘Devi scegliere Guillame, mio amato Guillame’, e lanciò ai miei piedi un pugnale sporco del sangue delle infinte morti a cui Jerome De Goncuort si era condannato provando una volta ad uccidere…..

 

Così signori, si conclude la storia. Vedo sui vostri volti la sorpresa…che credo proprio fosse quella che dipingeva i volti mio e dell’oste quando alzandosi in piedi quell’uomo ci disse proprio queste stesse parole, ‘così signori, si conclude la storia’.

Come poteva finire così? Insomma, quella cosa gli si era avvicinata….e poi? Qualunque cosa quella cosa fosse stata, una fantasma, un donna, un’enorme ed infernale uccello, il Diavolo stesso; ma qualcosa doveva essere successo. A nulla servirono le nostre insistenze, a nessun risultato portarono i nostri rimproveri, le nostre rimostranze adagiate su quel delizioso vino di cui durante il racconto avevamo svuotato altre due o tre bottiglie.

Quell’uomo non aggiungeva parola, ed anzi, dava l’impressione di prepararsi ad uscire dalla locanda, malgrado la tempesta fuori infuriasse con ferocia per niente appagata e la notte era ancor lungi dal terminare.

‘Ah ho capito’, dissi allora, la voce alterata più dalla delusione per quel deludente finale che per il vino, che ho sempre retto abbastanza bene (mi sembra giusto specificarlo, per assicurarvi che, al contrario di quanto potreste sospettare,  non ero ubriaco) , ‘vi siete preso gioco di noi signore. Quello che ci avete raccontato è frutto della vostra fantasia…o di un vostro sogno, da cui probabilmente vi siete svegliato di soprassalto prima della fine, e per questo la vostra storia finisce in questo strano modo’.

Sul viso dell’uomo apparve un sorriso, mentre questi si avvicinava alla porta. ‘Ridete, ridete pure signore’, continuai, ‘ma scommetterei la mia anima con ciò che voi volete che la vostra è solo una storia inventata, e che il paese di Marmeè, o come cavolo si chiama, nemmeno esiste, e nemmeno esiste quel monastero….’. L’uomo aprì la porta per uscire, una ventata gelida e un esercito di frecce argentate assaltarono l’ingresso della locanda.

‘Pensatela come volete signori’, disse rivolto tanto a me quanto all’oste, il quale anch’egli non aveva lesinato rimostranze per quella strana conclusione, ’pensatela come volete cari amici: in ogni caso, spero vogliate consentirmi di lasciarvi con questi due ottimi consigli: primo, state bene attenti, prima di decidere la posta di una scommessa, alla mano che stringete’, un sorriso gli apparve sul viso mentre la tempesta gli soffiava in faccia dall’uscio spalancato, ‘ e secondo, se fossi in voi non andrei a Parigi a chiedere di Guillame De Goncourt. Sembra che diversi anni fa, mentre si recava dalla futura famiglia della sorella, tanto lui quanto il suo valletto e fedele amico Christophe Dubois, che lo accompagnava, siano scomparsi in una notte di tempesta nei pressi di Mermeè, nella regione del Girondin. Le ricerche dei due furono subito avviate e proseguirono diversi giorni. Christophe Dubois venne ritrovato….morto. Un coltello nel cuore lo aveva ucciso là dove aveva cercato rifugio, nei pressi del monastero abbandonato di Saint-Claude,  mentre Guillame De Goncourt, di lui non se ne ebbe da allora mai più alcuna notizia. Andare in giro a raccontare di averlo incontrato in una notte di tempesta simile a quella in cui lui scomparve…bé, credo sarebbe quasi come andare in giro a raccontare di aver visto…di aver visto….non saprei, il Diavolo?’, risa ad alta voce. ‘Essere dannati per l’eternità, signori, può essere meno doloroso che morire infinte volte. Morire da Santi, ma infinite volte’, sospirò, ed uscì dalla locanda, in mezzo alla tempesta.                      

 

Ora signori, potete pensare di questa storia ciò che volete, e di quello che fosse solo un ciarlatano con una grande fantasia. Io da parte mia posso solo dire che spesso in seguito mi trovai a passare per la regione della Girondin, e che più volte sentii parlare di Mermeè, e che qualche volta vi passai anche vicino. Pensate pure che io sia un fifone ed un credulone se vi dico che mai ebbi il coraggio di verificare la veridicità della leggenda sul monastero, e se, pur avendone l’occasione, mai vi andai.

Pensate pure quello che volete: ma scommetto che i vostri pensieri sarebbero ben diversi da quelli che affollano ora le vostre teste se quella notte foste stati davanti a quel camino con me e l’oste, se aveste visto la fiamma di quel camino scemare improvvisamente quando lo strano cliente uscì, se aveste sentito, tra i gemiti della porta che si richiudeva, allontanarsi dalla locanda non già il calpestio degli zoccoli di un cavallo, ma bensì il tormentoso frusciare di gigantesche ali…..

Pensate pure quello che volete, gentile signora; quanto a me, mi consolo sperando che, qualora dovessi tra qualche anno, che ormai pochi me ne rimangono di viaggio, incontrare nuovamente Guillame De Goncourt, egli non mi neghi il piacere di  assaggiare ancora un po’ di quell’ottimo vino.

 


Categoria:

scritto da stories | 20:12 | commenti Torna in plancia


 

L'Escursionista Tipo

 

Alla fine , dopo estenuanti dibattiti e grazie al contributo di alcuni luminari, siamo arrivati a definire il perfetto equipaggiamento dell'Escursionista Tipo (che di seguito per brevità denomineremo ET).

Voi penserete che sia impossibile riconoscere l'ET dagli altri E normali, invece no. L'ET è estremamente identificabile, grazie ad alcuni semplici controlli incrociati che ora vi descriverò.

 

Lo spirito innazitutto.

Vabbè, non è un tratto visibile dall'esterno, ma già parlandoci, anche al buio in una camerata puzzolente di un rifugio, fra chi russa e altri molesti rumori corporei, lo spirito dell'ET si evidenzia con chiarezza.

Egli è uno che parte dalla città per le montagne, pianificando scientificamente la sua vacanza e con obbiettivi subito ambiziosi.

Parte attrezzato da casa per stare fuori nei boschi per almeno 8 giorni.

Ha lo spirito del trapper, e un misto fra le scuole di sopravvivenza delle SAS e le scampagnate della parrocchia.

E' estremamente determinato e convinto dei propri mezzi e si muove sulle cartine in cui pianifica i suoi spostamenti con la leggerezza di un leopardo.

Questo "spirito" si riverbera in una luce nei suoi occhi, ben visibile nella prima mezz'ora di trekking (poi tende ad affievolirsi).

 

Ma veniamo agli aspetti esteriori:

Cominciamo dall'alto verso il basso, per comodità e perchè da qualche parte bisogna pur cominnciare. Tuttavia se per qualche accidente vi trovaste nella necessità di cominciare dal basso (i piedi) basterà che leggiate partendo dalla fine e tutto sarà più chiaro.

 

L'ET indossa un "un cappello a falda larga sia per la pioggia sia per il caldo, poi se è di pelle è ottimo! (in + può fare da catino)"

 

Lo zaino sarà rigorosamente da 65 lt, non sono possibili deroghe.

Per stiparci tutto il materiale che andremo ad elencare sarà necessaria la nota scopa Aurora Dagostino che riesce a creare il vuoto nei sacchi.

 

Su come va stipato il materiale si rischia il linciaggio, quindi l'ET si riconoscerà per la faccia dubbiosa che avrà al momento in cui starà immettendo il materiale.

Lo peserà cogitabondo, si guarderà attorno furtivamente e poi lo butterà dentro quando pensa che nessuno lo vede.

I più "politici" avranno numerato i vari oggetti, in modo da poter seguire una logica dell'alternanza e rendere così giustizia sia ai fautori del "peso in alto" sia a quelli del "peso in basso".

 

Comunque sia, l'ET avrà sempre stampata in mente una delle Verità profonde che regolano l'andamento del creato "questo dovrebbe facilitare l'equilibrio in marcia... chiaro poi che questo va mantenuto, se no finisci a terra facilmente" e si adeguerà.

 

Cinte e spallacci saranno però rigorosamente strettissimi.

E basta.

 

L'ET viaggia in autosufficienza per giorni e giorni.

Per cui, anche se si trova a 500 metri da un centro commerciale Auchan, sarà dotato di razioni di sopravvivenza e di tutto il necessario per cucinarle, per digerirle, contrastare eventuali mal funzionamenti dell'intestino e, per ultimo, poter espletare bisogni fisiologici per ogni dove seguendo poi le necessarie norme igieniche.

 

Si prevede, per l'alimentazione spicciola, la seguente serie di alimenti:

liofilizzati paste e riso

Miele in sacchetti

Parmigiano

Pane nero o impastato a mano

Salsicce secche, carne secca,salame, spek, frutta, secca, cioccolata.

1 Liquore (preferibilmente Gin)

tonno (da mangiare a colazione)

pemmican

fornello a gas o a spirito (qui la scelta è problematica... nel dubbio un

vero ET li porterà entrambi)

Acqua o vino. Sconsigliate le lattine perchè pesano, anche vuote.

 

 

Per l'igiene personale avrà con se "un rotolo di carta igenica" + "1 catinoripiegabile in plastica" + "sapone di marsiglia liquido".

Quest'ultimo è il necessario compromesso, che fa onore all'adattabilità dell'ET, fra comodità (bagnoschiuma pino silvestre) e incuria da "omo servaggio" con "una maglia che cammina da sola".

 

Per restare ancora nel campo igienico, occorre aggiungere un robusto tubo di dentifricio, poichè sembra che l'ET abbia un alito mostruoso: "un frullato di topi topi frolli con aglio, cipolle,pecorino rancido e giusto una spolverata di prezzemolo".

 

Nonchè borotalco, per asciugarsi in un attimo e non puzzare (a meno che non vogliate i funghi sotto le ascelle) e un tagliaunghie rigorosamente a clip

 

Asciugamani q.b.

 

La dotazione di sicurezza dell'ET è coi controcazzi.

E' qui che esce fuori l'animo previdente e prudente dell'ET!!!

 

La sacca del Pronto Soccorso dimostra che l'ET è pronto a tutto...

"1 tubetto Lasonil

qualche bustina di Aulin

qualche capsula di Imodium (non si sa mai!:-))

un paio di capsule di Tachipirina

qualche tavoletta di Aspirina

un tubetto (già iniziato) di Cicatrene

In più qualche cerotto e qualche benda ed un disinfettante (consigliato il Citrosil in garze pretrattate: più comodo e leggero)

ghiaccio pronto (attento che si rompe e ti ritrovi lo zaino sotto 0), una

boccetta di betadine, che ... oltre essere un eccellente disinfettante si può usare anche come sapone disinfettante."

Forbici, cerotti per vesciche e se la sai usare siringa antiveleno.

complesso multivitaminico da prendere 1v dì.

Ago e filo (robusto)." (ottimo per ricucire il cane... di cui parleremo dopo)

un gomitolo di spago di diametro medio (non si sa mai che può succedere).

crema solare

 

NdR Per siringa antiveleno intendesi siringa succhiaveleno a tele scopo sembra che alcuni NG utilizzino il noto "enlarge your penis pump".

 

A scopo profilattico inoltre, l'ET utilizza delle mezze bottiglie di plastica!

Ed è qui che si evidenzia l'ingegno sopraffino dell'ET!!!

 

Infatti chi è il più grande nemico dell'ET?

La terribile vipera!

 

L'ET non odia questo animale, tuttavia non vuole rovinarsi le ferie facendosi pizzicare.

Per questo pone in essere tutta una serie di accorgimenti dettati da esperienza e furbizia.

Innanzitutto l'ET cammina pestando i piedi (un pò tipo: annunciaziò... annunciaziò... ricordate?) guardingo verso eventuali rumori di elicotteri.

Nel caso ne sente uno sta ben attento che questo non gli rovesci qualche velenoso rettile sul capo. A tale scopo utilizza anche il noto catino pieghevole a mò di protezione.

L'ET cerca di camminare con le mani alzate per evitare proditoriattacchi agli arti superiori proteggendo però nel contempo quelli inferiori con (appunto) delle mezze bottiglie di plastica come parastinco, unitamente a grossi calzettoni di lana (a cui sembra le vipere siano allergiche).

Alcuni ET, più lungimiranti ed esperti, tuttavia disdegnano la "bottiglia" perchè la vipera, che è notoramente un animale subdolo, potrebbe anche mordere i polpacci!

Allora usano le ghette. Anche a bassa quota, anche sotto il sole.

Altri, usano entrambi gli accorgimenti. Mezza bottiglia davanti, mezza dietro, e le ghette a tenerle insieme, sopra tutto i calzettoni.

Questo sembra che renda abbastanza sicuri durante il camino.

 

Ovvio però che non salva se ci si mette a raccogliere fragoline e/o ad espletare bisogni fisiologici fra le fratte.

Alla fine l'ET veramente avveduto eviterà di allontanarsi dai pronti soccorsi per più di qualche centinaio di metri.

E ciò taglia la testa al toro.

 

E veniamo ora all'abbigliamento.

 

Sicuramente diverse paia di calze, che salvano dalle infezioni.

Un sacco nero dell'immondizia.

pantaloni 2 paia corti ed 1 di lunghi

giacca a vento leggera, (casomai dovesse mettersi brutto!)

magliette in capilene

pile

 

per il resto l'ET si rivela un vero uomo e non sta tanto a guardare per

il sottile, mutande ed altri paramenti li lascia a casa (tanto si lava col

catino) e con il sapone di marsiglia si lava tutto al volo nei rifugi.

 

Salvo poi, disperato, chiedersi come fare per asciugare ciò che ha appena lavato.

 

L'imbrago per ferrata è autocostruito e autotestato da diversi saltini diprova.

Se l'incontrate (l'ET) vuol dire che l'imbrago ha superato il test dei saltini di prova.

Se no, non lo incontrate.

Attanagliato dal feroce dubbio imbrago alto/imbrago basso, alla fine indosserà entrambi.

Avrà così quattro moschettoni, due dissipatori, due anelli di corda penzolanti, oltre due borracce da mezzo litro appese agli anelli portamateriali.

In ferrata l'ET sarà riconoscibile anche da lontano.

Specie su scalette egli infatti sembrerà fermo, dovendo spostare i 4 moschettoni da un gradino all'altro. Dopodichè, dovendo salire rigorosamente usando prima una mano e poi l'altra, dato il tempo che passa per l'operazione moschettoni, si dimenticherà qual'era l'ultima mano usata e dovrà tornare giù e ricominciare da capo.

Dato lo zaino che normalmente è intorno ai 25-30 kg si verificheranno grossi problemi.

 

La ferrata è il vero punto debole dell'ET.

Solo i più forti e temprati potranno raccontare a fine stagione le loro avventure.

I più rimarranno per strada... eroi inconsapevoli dell'evoluzione.

 

I più ardimentosi fra gli ET hanno il cane anche in ferrata, con l'imbrago e le scarpette da roccia.

 

Ma questi sono rari a vedersi.

Sono vere e proprie "macchine da montagna" un binomio inscindibile, come la moto e il sidecar, come il martini e l'oliva....

I cani dell’ET sono pieni di cicatrici che li rendono temibili nell'aspetto.

Infatti vengono cuciti e ricuciti in lungo e in largo dai loro padroni.

 

Gli scarponi dell'ET dipendono in genere direttamente dal portafoglio e dalla capacità persuasiva dei commessi, quindi non sono tratto caratteristico in se. I piedi invece si, ulcerati e piagati come diventano dopo le prime 5 ore di cammino con quei carichi. I muscoli dell gambe anche.

Ma tutto ciò non possiamo vederlo, se non guardando l'ET negli occhi, dove la luce indomita della prima mezz'ora lascia il posto ad una opacità da cataratta incipiente.

...

Ecco,

ora se incontrate un ET non dite che non potevate riconoscerlo!


Categoria:




martedì, marzo 30, 2004
 
Metti, una sera a cena
Paese che vai, orario che trovi

Preparo, come sempre a notte inoltrata, la valigia per il mio nuovo viaggio in Spagna e non posso fare a meno di pensare, con un sorriso stampato sulle labbra, a ciò che mi accadde anni fa. Alla mia prima cena spagnola. Meglio, alla mia prima doppiacena spagnola. Un pò spaesato, dopo un'intensa giornata di lavoro (evvabbè, lasciatemi vantare, suddai) mi accompagnarono in hotel. Erano le sei. Mi diedero appuntamento alle dieci della sera. Ero così stanco. Tante novità, quel giorno. Mangerò un boccone in hotel. Pensai. Si. Verranno a prendermi alle dieci e andremo a bere una buona cerveza insieme. Così ordinai il servizio in camera. Ero sazio, in panciolle sul letto a guardare la SiEnneEnne. Alle dieci, puntuali, passarono a prendermi. Mi bastò poco per scoprire che si andava a cena. Decisi di non fare la figura dell'idiota e non raccontai mai di aver appena terminato il dolce, in camera. Il fatto è che non avevo ancora idea degli orari di cena dei madrileñi.

Ecco. Tutto questo per parlare di un mistero che mi attanaglia, da anni e anni: la variabilità dell'orario di cena, nel mondo. No. Il pranzo no. Il pranzo non mi stupisce. Lo si salta spesso, per lavoro. Si pranza con un panino o con un'insalata, ad orari variabili. E' naturale che a Milano si pranzi ad orari divesi da Ascoli Piceno o Varsavia. Ma la cena no. La cena io non la capisco. Perchè a Milano si cena alle otto? E perchè a Madrid dopo le dieci? E perchè a Vienna alle sei? E così ho studiato, mi sono documentato, e sono andato alla ricerca di una formula, per il calcolo dell'orario di cena nel mondo.

Ho iniziato a lavorare sulla latitudine. Mi sono detto: più si va al nord, più aumenta la latitudine, e più decresce l'orario di cena. Balle. Si. E' vero che a Pizzo Calabro si cena prima che a Malta. E' anche vero che a Milano si cena sensibilmente prima che a Pizzo Calabro. E che a Bormio si cena molto prima che a Milano. E che in Svizzera si rasenta la follia cenando alle sette di sera. Ma la regola si infrange ben presto: Francia, Parigi. A Parigi la gente cena a orari variabili, dalle sette e trenta alle dieci. E siamo molto più a nord dell'estremo nord della Svizzera. Formula da rivedere.

Allora ho rivisto il mio algoritmo, analizzando la longitudine, più o meno così: più ci si sposta ad ovest e più l'orario di cena si modifica, sul tardi. A Torino si cena qualche minuto più tardi che a Milano (vabbè, occhei, non è vero, ma è una licenza che può servire a validare il mio algoritmo...). A Barcellona si cena più tardi che a Torino. A La Coruña si cena mooolto più tardi che a Barcellona. Poi però ci si sposta otlreoceano, e la mia teoria va a farsi fottere. In alcuni stati americani si va a cena alle sei e alle sette di sera hai già terminato il dessert (e poi? che cazzo fai fino alle dieci?). Vabbè. Tutto da rifare.

Il genio. Ho avuto l'idea geniale, ed ho riformulato la teoria della cena, pressappoco così: l'orario della cena non dipende da latitudine o longitudine, ma dal clima. A Napoli fa caldo: si cena tardi. A Milano si gela: si cena presto. A Oslo si muore assiderati: si cena strapresto. Ma poi, riecco l'eccezione: a Houston c'è un caldo della madonna, eppure i bischeri alle sette e mezza hanno già digerito.

Insomma, mi arrendo. Basta. Troppo complicato. Troppe eccezioni. Lasciamo perdere. E mentre metto i boxer, il dentifricio coi microgranuli, ed un immancabile libro dei pensatori occidentali in valigia, penso al povero Gesù: a che ora avrà iniziato l'ultima cena?

















Categoria:




domenica, marzo 28, 2004
 

PROSSIMAMENTE !

I FETENTI " IN CARRIOLA" VANNO IN LIBRERIA

A MAGGIO SONO IN LIBRERIA CON UNA RACCOLTA DI MIEI RACCONTI NOIR ....

ACCATTATAVILLE!

QUESTA E' LA BOZZA DELLA COPERTINA !

SUL SITO DELL'EDITORE E' IN COSTRUZIONE UNA MIA PAGINA ! CLICCA QUI!


Categoria:

scritto da mianonnaincarriola | 23:30 | commenti Torna in plancia




sabato, marzo 27, 2004
 

La mia prima passeggiata sul ponte del battello....un grazie all'Anjin per aver accolto questo naufrago.....

 

O Satan, prends pitié de ma longue misère! ( parte prima di due)

 

...e così, mio sconosciuto amico, dite che ora è il mio turno, e che un viaggiatore, quale do l’impressione di essere, non può assolutamente tirarsi indietro dal raccontare una storia, dal condividere assieme a i casuali compagni di questa tempestosa notte di inizio primavera una delle tante esperienze che ha vissuto in giro per il mondo. E non vi ingannate in nulla quando dite ciò signore. E’ vero, molto ho viaggiato, e molte esperienze nella ormai mia lunga vita ho vissuto, e tante storie potrei raccontare…quante storie…

Fantasmi signora? Volete sapere se ho mai visto un fantasma, o qualcosa del genere? Oh signora, mi chiedete perché rido? Promettetemi che non avrete paura, curiosa e gentile dama, e vi racconterò….del racconto di una notte…dopotutto non tanto diversa da questa.

Siete coraggiosa signora? O certo lo vedo, il celeste dei vostri occhi non lo nasconde…e poi avete sempre di fianco vostro marito che….ma il mio sconosciuto amico qua a fianco è impaziente….e allora….

Successe una notte di molti anni fa, una notte non molto diversa da questa, come ho detto. Non mi ricordo di preciso il giorno,  e nemmeno l’anno, ma di sicuro quella sera morente si trascinava con sé nella tomba un indiavolato giorno di Febbraio.

Come anche quest’oggi, la furente esplosione della tempesta mi colse in viaggio, in sella al mio cavallo al galoppo su di una terra sconosciuta. Come anche quest’oggi, cercai in una locanda il rifugio dove passare la notte.

Più della mia volontà, o delle forza del mio fedele compagno, credo che a guidarmi quella volta furono soprattutto la furia del vento e la rabbia della pioggia, e…. Era piccola, non molto dissimile da questa, affatto dissimile da ogni altra piccola locanda in cui mi sia capitato di passare le mie solitarie notti di viaggiatore. L’oste, un uomo piccolo e rotondotto, si dimostrò subito molto gentile nei miei confronti, e non appena mi vide entrare corse a prendere delle coperte con le quali potessi riscaldarmi. Me le strinse attorno alle spalle e mi aiutò ad asciugarmi; quindi, dopo avermi fatto accomodare su di  una sedia che avevo spinto proprio accanto al ben nutrito caminetto, corse fuori ad occuparsi del mio cavallo;  e ciò malgrado mi fossi offerto di portarlo io stesso nelle stalle di modo da evitar lui di uscire in mezzo ad una simile bufera. Il fuoco scoppiettava nel silenzio della locanda, e chinato sul caminetto all’avida ricerca di calore davo le spalle al resto della sala. Per questo non mi accorsi subito di non esserne l’unico ospite.

Quando l’oste rientrò spinse una sedia proprio accanto alla mia, e lì vi si sedette, non prima però di aver recuperato da dietro il bancone una bottiglia di vino già aperta ed un paio di bicchieri. Ne riempì uno e me lo porse, dicendomi che forse non era un granché, ma che certo mi avrebbe aiutato a riscaldarmi.

Si ricredette di ciò che aveva appena detto prima ancora che io lo potessi correggere.

Mai, mai più nella mia vita assaggiai un vino buono quanto quello….dolce quanto quello…caldo quanto quello…..aspetti a controbattere padrone, il suo vino è certo ottimo, ma con quello….quello di quella sera era….forse tra un po’ tornerò ad assaggiarlo….forse…..oh ma scusate, perdonate le divagazioni di un vecchio, signori, e torniamo subito nella locanda e dal suo simpatico e grassottello proprietario.

‘ Adesso capisco perché mi ha detto che lo ha trovato ottimo signore ’, esclamò questi voltandosi verso un angolo della stanza dove la luce a fatica riusciva ad aver ragione delle ombre. Allora vidi che vi era un altro cliente nella locanda. Un uomo sulla quarantina, abbastanza alto ma gracilino, i capelli biondi disordinati che gli scendevan fin sopra le orecchie. ‘ Gliel’avevo ben detto mio ottimo ospite, che il suo vino era davvero delizioso’, rispose quello alzandosi dalla sedia, ‘una diabolica tentazione per qualsiasi astemio, ed anzi, non mi dispiacerebbe affatto averne un altro bicchiere’, aggiunse, facendo comparire un sorriso sul suo viso mentre con il bicchiere in mano sospingeva un’altra sedia accanto alle nostre, andando così a formare con noi un semicerchio davanti al caminetto.

‘ Lasciamolo perdere il Demonio, che in nottate come questa chissà quante ne combina ai bravi cristiani ’, rispose l’oste ridendo’, intanto le trasparenze dei nostri bicchieri tornava a coprirsi di scarlatto. ‘ Se ci fosse stato qui ancora il vecchio Edmond…Ah quante storie sapeva lui sul Diavolo, quante volte tenne compagnia agli sconsolati viaggiatori che in notte simili a questa venivano a cercare rifugio nella locanda’. ‘ Ah il vecchio Edmond’ riprese dopo aver bevuto un sorso di vino, ‘ne sapeva tante sul Diavolo che forse ora che è morto siede alla sua destra ai raccontargli tutte quelle storie’.        ‘Beh signore’, lo interruppe l’altro cliente, ‘certo non posso essere bravo quanto quell’Edmond, se come voi dite egli ne sapeva una più del Diavolo, ma una storia da raccontare ce l’ho, e se a voi va, e se anche a voi buon uomo fa piacere’, i suoi occhi neri in cui brillavano le fiamme del camino si incrociarono con i miei , ‘dato che abbiamo a quanto pare da passare una lunga nottata in compagnia, ve la racconterò’ .

Certo che ci faceva piacere, e, per dimostrarlo, i nostri bicchieri tornarono a colmarsi di quel vino che, sorso dopo sorso, era un nettare sempre più dolce.

‘ E’ una fatto vero ’, iniziò allora l’uomo, i riflessi bordeaux del bicchiere che gli danzavano in viso, ’e capitò a me stesso ormai diversi anni addietro’. Con un solo sorso svuotò il bicchiere, quindi prese a raccontare…

 

Guillame, Guillame De Goncourt, così mi chiamo. Se voi foste frequentatori di Parigi tale nome con ogni probabilità non vi suonerebbe nuovo; ma certamente conoscereste bene almeno il cognome. Mio padre il Conte De Goncourt è uno dei nobili più influenti alla corte del Re, suo fratello e mio zio è altrettanto influente alla medesima corte nella veste di Vescovo. Anche conoscereste mio padre se foste passati per i distretti di Grals e di Tours, di cui la mia famiglia è stata per secoli padrona e di cui mio padre è ora amministratore per conto di Sua Altezza Reale.

Questi due distretti occupano circa i due terzi della regione del Girondin; la parte rimanente, il distretto di Gouls, era sempre stato anch’esso sotto il controllo della mia famiglia, ma poi, circa cent’anni fa, in seguito ad uno screzio con il padre di mio nonno, l’allora Sovrano tolse quel distretto al controllo della mia famiglia per assegnarlo a quella dei       La Croissette.

La riunificazione dei tre distretti è sempre stato intimo desiderio di mio padre: così quando mia sorella, Isabell de Goncourt, più giovane di me di tre anni, giunse in età da matrimonio, pensò che il figlio primogenito del Marchese              La Croissette potesse essere per lei un ottimo marito.

Non vi voglio annoiare con la storia della mia famiglia, non più di quanto si rivelerà necessario almeno, quindi taglierò corto: al termine di numerosi contatti e di diverse contrattazioni fui inviato da mio padre alla casa di Gouls dei La Croisette per siglare l’accordo definitivo sul matrimonio. Partii il 13 Febbraio da una Parigi ancora tenacemente stretta nella fredda morsa dell’inverno; ad accompagnarmi vi era Christophe: mio valletto ufficialmente, mio migliore e più fidato amico nella realtà.

Malgrado il tempo avverso viaggiammo di buona lena, ed il 15 facemmo il nostro ingresso nel distretto di Tours, e quindi nel Girondin.

Il 16 fu il primo giorno, da che eravamo in viaggio, a passare senza che una sola goccia piovesse dal cielo: ma il modo di dire ‘la quiete prima della tempesta’ mai troverà riscontro più vero che in quella situazione. Sul fare della sera giungemmo a Bretàn, paese al confine tra i distretti di Tours e Gouls. Affittammo per la notte due camere nell’unica locanda del paese, dove anche chiedemmo informazioni per la continuazione del nostro viaggio, dato che da lì in avanti la conoscenza che avevamo della zona era molto meno dettagliata.

Ci dissero che da lì ad arrivare a Chateu-Trois-Croix, che era il luogo ove eravamo attesi, ci sarebbe voluto, continuando a seguire la strada principale, almeno un altro giorno di viaggio, e che prima di quello avremmo incontrato un solo altro paese, Mermeè. Anche ci dissero che il cielo preannunciava tempesta per il giorno dopo, e che sarebbe stato meglio per noi non muoverci, ed attendere che tutta la nera rabbia che si stava accumulando sopra le nostre teste si fosse scaricata.

Non li ascoltammo e la mattina del 17 di buon’ora lasciammo Bretàn.

Secondo quanto ci avevano detto a quella locanda, avremmo dovuto entrare in Mermeè, che si trovava circa a metà strada tra il loro paese e la nostra meta, non prima del tardo pomeriggio. In realtà, lasciammo alle nostre spalle quel paesino mentre le campane della sua unica e piccola chiesa finivano di suonare il mezzogiorno.

Pensammo, e credo non a torto, che quelli di Bretàn avessero calcolato la distanza con i passi lenti e pesanti dei loro ronzini mezzi morti e non con quelli dei nostri giovani puledri; e che se effettivamente una volta giunti a Mermeè fossimo stati a metà strada per Chateu-Trois-Croix, continuando di quel passo vi saremmo potuti giungere entro la serata. Perché quindi attendere? Perché passare un’altra notte nelle scomode stanze di una locanda di campagna, quando c’erano quelle ricche di un castello pronte ad accoglierci?

In breve, una volta giunti a Mermeè decidemmo senza esitazione alcuna di tirare diritto fino a Chateu-Trois-Croix.

Non saprei dire a che ora la tempesta esplose. Un attimo prima il cielo era grigio, ma ancora chiaro e silenzioso; l’aria era fredda, ma immobile; il vento quasi assente, tanto debole da non smuovere nemmeno i rami più deboli e rinsecchiti. Non saprei dire a che ora tutto cambiò, o in quanto tempo avvenne quell’incredibile cambiamento. Solo tutto d’un tratto le tenebre della notte più scura che mai abbia disteso le proprie tele su questa terra calarono davanti ai nostri passi, e lacrime di ghiaccio iniziarono a cadere dai neri occhi di quell’oscuro viso, e ululati di terrore trasportati dal respiro iroso di un titano arrivarono a gelare i nostri respiri.

I cavalli, un po’ per la paura ed un po’ per il vento, non erano governabili più di quanto lo possano essere inermi zattere di legno marcio sorprese dalla furia dell’oceano. Caracollavano quasi senza energie ora su un margine della strada ora sull’altro a secondo di dove li sbatteva il vento: poi un violento tuono, o il lampo di un fulmine li spaventano, e allora si alzavano su due piedi e nitrivano furibondi con gli occhi iniettati si sangue contro l’invisibile nemico che li frustava su tutto il corpo.

Non so proprio dire come io e Christophe riuscimmo nonostante tutto a restare vicini in quella bufera, come riuscimmo entrambi a non essere disarcionati dai nostri cavalli e ad evitare infine di essere condotti da quelli in una folle corsa nell’oscura immensità della campagna avvolta nell’ombra, tra i violenti gemiti di morte degli alberi per le continue amputazioni che il vento infliggeva loro.   

Ancora, non so spiegarmi come in mezzo a quella babele di grida disumane, tra le quali le nostre urla per cercare di comunicare si perdevano alle nostre stesse orecchie, potemmo sentire così chiaro il suono di quelle campane.

Era come se a loro della bufera non interessasse nulla; il loro suono sommesso ma etereo ero quello, e quello sarebbe stato in una fresca giornata di una felice primavera o in quella scolorita di un triste autunno. La loro voce….era come se viaggiasse su ali diverse che non fossero quelle della natura; il loro sospiro era debole, lontano….eppure giungeva chiaro alle nostre orecchie. 

Non conoscevo molto la zona ho detto, ed è vero; ma ne sapevo abbastanza per capire che quelle campane dovevano essere quel del piccolo monastero abbandonato di Saint-Claude. Abbandonato? Così mi era sempre stato detto, ma quelle campane che suonavano erano una evidente smentita a quelle parole. Così almeno pensai, e come me Christophe, mentre con non so  quanti sforzi ed imprecazioni cercavamo di dirigere i cavalli in direzione di quel suono debole, che ci aveva donato la vivida speranza di trovare un rifugio ove ripararci dalle scorribande del demonio.

Non vi starò qui a raccontare quale fatica fu, e quanto tempo impiegammo per riuscire a raggiungere il vecchio monastero; e d’altronde, prima di ritrovare me ed il mio amico all’ingresso di quello, vi debbo raccontare di una vecchia storia che lo riguarda e che dovete assolutamente conoscere, al fine di comprendere ciò che avvenne poi….o che non avvenne.

E’ qui che il racconto mi porta nuovamente e curiosamente a parlare della mia famiglia; e non solo perché fu uno dei miei lontani avi a permettere la nascita di quel piccolo monastero e a finanziarne la costruzione.

Saint-Claude sorge all’apice di una collina  che altro non è se non un leggero avvallamento del terreno. Uno dei luoghi, se non il luogo in assoluto, meno fertile in tutto il Girondin, e che il mio avo scelse quel luogo come dono alla chiesa è cosa che, conoscendo la mia famiglia, non mi sorprende un granché. In quei tempi, i fatti che vi sto per raccontare si svolsero oltre duecento anni addietro, gli sparuti boschi che ora si incontrano attraversando il Girondin dovevano con ogni probabilità formarne uno solo e molto vasto, e di quei lupi solitari di cui ancor oggi si sente ogni tanto il triste ululare….oh, quanti branchi ce ne dovevano essere, e certo non erano gli unici abitanti di quel bosco. Quanto la zona fosse quindi evitata, e quanto i frati di quel monastero conducessero una vita appartata e quasi distaccata dal resto del mondo è cosa che non deve sorprendere. I contatti con altre persone erano rarissimi, e si limitavano per lo più allo svolgimento di qualche benedizione speciale o di qualche funzione d’urgenza.

Per il resto, Saint-Claude  viveva solo di sé stessa e unicamente per sé stessa.

Jerome De Goncourt vi entrò al compimento del diciottesimo anno. Il padre aveva cercato in tutti i modi di dissuaderlo da quella scelta, ma non vi era stato nulla da fare. Aveva provato con le armi, con i cavalli, con la caccia, fino con le donne: ma Jerome era stato ‘chiamato’, come si dice, ed in lui non vi era alcuna tentazione di resistere alla divina convocazione. Il padre gli offrì allora di andare  a Parigi, lì avrebbe potuto almeno intraprendere una carriera ecclesiastica consona al suo rango; dopotutto un vescovo in famiglia può sempre tornare utile. Non ci fu nulla da fare.   ‘Dio’, diceva Jerome, ‘mi ha chiamato a Saint-Claude, ed io là devo andare’.

E là andò, in segreto però, perché nessuno potesse  mai unire ad un frate di campagna il nome De Goncourt. 

Il padre, che mai accettò completamente la decisione del figlio, e comunque mai gli accordò quel perdono che lo stesso ogni volta gli richiedeva nelle lettere che saltuariamente si scambiavano, non smise comunque di interessarsi a lui, e continuamente si teneva informato sulle azioni del figlio , frate Severo, quale fu il nome che egli stesso scelse al momento di indossare il saio. E in quante lodi si perdevano le parole dell’abate; e non solo le sue, giacché, malgrado i pochi contatti con l’esterno, la bontà e la compostezza, la conoscenza e la saggezza di quel giovane frate che rispondeva al nome di Severo erano note a tutti i paesani.

Un angelo? Il primo ed unico angelo nella casata De Goncourt? Avrebbe forse potuto esserlo, se non ne fosse diventato il peggior diavolo. 

Successe circa dieci anni dopo il suo ingresso al monastero, ed in un certo senso fu egli stesso a scoprire la voragine da cui poi, come Lucifero, scivolò all’Inferno. Al calare della notte di una tiepida giornata di aprile, lungo la strada per il monastero, a cui faceva ritorno dopo aver celebrato una qualche funzione, fu fermato da un gruppo di contadini. Le fiamme delle loro numerose fiaccole erano rosse e furenti, e coloravano di riflessi dorati gli alberi che circondavano la strada, e illuminavano di riflessi di terrore il viso livido della ragazza che i contadini stringevano tra loro.

Una benedizione, una preghiera ed una benedizione prima di dar fuoco a quella strega. Questo i contadini chiesero a frate Severo, null’altro. Ma egli disse di no.

Se quella donna si fosse dimostrata una strega, allora sarebbe stata bruciata. E siccome certamente lo era, dato che essi lo sostenevano con tale fervore da non poter certo sbagliarsi, certamente sarebbe stata condotta al rogo. Ma di Dio sarebbe stato il fuoco in quella donna sarebbe arsa, e di un serio  ed ufficiale verdetto della Santa Chiesa la fiamma che avrebbe scisso per l’eternità la sua anima dannata da quella del signore a cui si era venduta.

Così egli disse, e scortato in silenzioso rispetto dai contadini condusse la disgraziata a Saint-Claude, dove venne rinchiusa in una stanza approntata a cella. Quando i contadini lasciarono il monastero , rassicurati sul fatto che la strega non l’avrebbe fatta franca e che sarebbero stati avvisati al momento del processo, certo non pensavano che da quelle porte che si chiudevano alle loro spalle non avrebbero più visto uscire nemmeno un  frate.

Ma così successe.

Circa una settimana dopo che la strega vi aveva fatto il proprio ingresso, un’ala di Saint-Claude venne avvolta dalle fiamme, fiamme del Diavolo, disse chi le vide, e da quelle nessun frate ebbe salva la vita.   

Con queste parole sentireste terminare il racconto della leggenda da un qualsiasi abitante del Girondin….ma ahimè la verità è ben diversa. Pochi la conoscono, noi De Goncourt soltanto, e probabilmente nemmeno tutti; e se ora ve la racconto, è solo perché….capirete quando io e il mio amico arriveremo a quel maledetto monastero. Per ora stiamo ancora brancolando nelle tenebre sferzati dalla pioggia e dal vento, ancora debole è il suono della campane, ancora lontano….ma torniamo alla leggenda.

......continua


Categoria:

scritto da stories | 15:33 | commenti (3) Torna in plancia




venerdì, marzo 26, 2004
 

LA CITTA’ DEI TESTIMONI SIMULTANEI (BOZZA DI UN POSSIBILE BLOG EVENTO)

 

Cari amici e affini casuali, leggete e pensateci su.

 

C’è una città. Immaginaria, ma con dei luoghi chiaramente individuati, dei punti fermi nella sua topografia nebulosa. In questa città, in un certo giorno, confusi in mezzo alla folla degli abitanti residenti si muovono dei forestieri: Bloggers (mi corre qui in soccorso il significato verbale non di to log, ma di loghèr, che nel dialetto della mia zona significa nascondere). Non importa perché sono lì, ma che tutti raccontano quello che succede a una data ora di un dato giorno, un giorno fatale, in cui nella città succede qualcosa di importante, per esempio si annuncia la fine di una guerra –o una dichiarazione di guerra. Tutti testimoni simultanei.

 

Questo progetto lo devo all’insonnia. Ho immaginato che il maggior numero possibile di bloggers scrivano la loro testimonianza della città, di quello che accade e che vivono in seguito a un evento, a un dato giorno e a una data ora, che decideremo in seguito, e pubblicano il relativo post più o meno alla stessa ora dello stesso giorno. Più o meno simultaneamente. Decine (centinaia?) di bloggers che pubblicano ciascuno/a nella propria pagina, nel proprio stile e nella propria lingua, ma insieme, il loro resoconto, la loro esperienza unica e singola. Spero siate in molti a voler partecipare e a diffondere gli inviti a partecipare; e anche a contribuire a precisare le coordinate dell’evento, che avrà naturalmente bisogno di altri aggiornamenti.

 

Come dicevo, nella città immaginaria ci sono luoghi noti. Ne indico alcuni, ma per favore contribuite ad accrescere l’elenco (quello definitivo sarà pubblicato a tempo debito, insieme alla data e all’ora della testimonianza simultanea: la stazione ferroviaria, il museo archeologico, il giardino con il labirinto, il cinema multisala, la Piazza Grande, il viale alberato, il mercato all’aperto, lo stadio, i Bar, i giardini pubblici con l'altalena e i toboga, la spiaggia con il suo lungomare, una scuola dove si insegnano cose diverse e soprattutto in modo diverso.

 

Aspetto le vostre opinioni. Continua …

 

 


Categoria:

scritto da PaoloGalloni | 11:41 | commenti (7) Torna in plancia




martedì, marzo 23, 2004
 

Al cuore,Ramon..mira al cuore” da un film di Sergio Leone.

Questa e’ una storia ne’ allegra, ne’ triste, che mi raccontò un giorno un ragazzo americano, Tom.

Non era capitata a lui, ma a un suo amico, figlio di italiani emigrati negli Stati Uniti.

La storia era semplice e graziosa, e Tom la raccontava fermandosi spesso, facendo domande, non si aspettava risposte.

Mi e’ sempre piaciuto ascoltare le storie, e per esperienza so, che tra tutte le parole che a fatica si dicono, per farsi capire, ci son sempre due o tre piu’ splendenti delle altre.

Non è facile riconoscerle, bisogna saper aspettare, perché niente segnala quando verranno.

La storia doveva essere capitata ad amici del padre di questo ragazzo, Bryan Panzone, e lui la riportava come una favola, una leggenda metropolitana…un odore di basilico che non si trova piu’.

Lui, perditempo

Da piccolo leggeva tutti i giornalini che trovava.

Un giorno chiese al padre,mi compri un libro?al mercato dell’usato?

Lui rispose,una volta vieni tu,sono tutti lì per terra.

Quest’immagine dei libri accatastati per le strade gli rimase nella memoria,e ancora

oggi cerca quell’Eldorado della lettura.

Sarebbe bello,si disse, se potessimo vivere i ricordi dei sogni che abbiamo avuto.

Cresciuto,durante una riunione di tanta gente,chiese ad un’amica con cui avevano giocato

da piccoli-vieni stasera,al cinema con me?Mi spiace,non posso.

Vengo io,si intromise l’amica.Si misero insieme per cinque anni.

Lei abortì due volte.

Lui esaurì i figli che gli erano stati messi da parte.

Un giorno lui le disse che tra loro non andava bene, lei

non faceva niente, lui aveva tante idee e cose da realizzare.

Perché, invece di far solo la baby-sitter ,non t’iscrivi all’Università?

Vorrei tornare nella pancia di mia madre, rispose lei, e si lasciarono.


Categoria:

scritto da maqrolldeibattelli | 08:32 | commenti Torna in plancia




domenica, marzo 21, 2004
 

Ricordo bene il suo sguardo.
Attraversa ancora la mia anima
Come una scia di fuoco nella notte.
Ricordo bene il suo sguardo. Il resto…
Sì, il resto è solo una parvenza di vita.
Ieri ho pesseggiato per le strade come una qualsiasi persona.
Ho guardato le vetrine spensieratamente
E non ho incontrato amici con i quali parlare.
D'improvviso mi sono sentito triste, mortalmente triste,
così triste che mi è parso di non poter
vivere un altro giorno ancora, e non perché potessi morire o uccidermi,
ma solo perché sarebbe stato impossibile vivere il giorno dopo e questo è tutto.

Fumo, sogno, adagiato sulla poltrona.
Mi duole vivere in una situazione di disagio.
Debbono esserci isole verso il sud delle cose
Dove soffrire è qualcosa di più dolce,
dove vivere costa meno al pensiero,
e dove è possibile chiudere gli occhi e addormentarsi al sole
e svegliarsi senza dover pensare a responsabilità sociali
né al giorno del mese o della settimana che è oggi.

Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d'offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale
che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.

Fernando Pessoa

scritto da camozzi | 12:26 | commenti | Torna in plancia























Categoria:

scritto da maqrolldeibattelli | 23:07 | commenti Torna in plancia




venerdì, marzo 19, 2004
 

e scrivo... sopra le deficienze della vita, sui lutti, sull'insensatezza di certi accadimenti. scrivo. vomito sui tasti lettere di pace. o lo scomposto ridicolo vaneggiamento: il desiderio dello stallo. scrivo per liberazione. la purezza dei tasti, le lettere inanellate nel composto ordine, il nero sul bianco, l'indelebilità scolpita di certe espressioni. scrivo per restare viva. perchè nel vetro opacizzato dell'anima,  l'increspatura del dolore si faccia melodica. e non so. non so mète, non so raggiungimenti, non so estasi senza i baratri, non so i venti, non so le direzioni. semplicemente, di quando in quando, penso con le parole. svuoto il carico interno di merci avariate, il passaggio a livello di resistenze scorrette, la compressione vorace delle aspettative. così pigio i tasti. imprimo la forma del dolore. scaravento con energia su sfondi immacolati la fuliggine insozzata che mi porto dentro. la allontano. disegno con le parole la forma del volo. per disperdere il dolore.


Categoria:

scritto da poesianotturna | 22:58 | commenti Torna in plancia




giovedì, marzo 18, 2004
 

 

 

questa cinematografia mentale

questa

trasmissione immediata direttamente in onda

questa non differita

non alterata ondata che abbonda d’artifici

è un sonnanbulismo privato

 

 


Categoria:

scritto da atarax7 | 17:34 | commenti Torna in plancia


 
L'«eco della montagna»  potete leggerlo qui;  prosegue con «Helga».

Categoria:

scritto da Gardenia | 10:28 | commenti Torna in plancia




mercoledì, marzo 17, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Spring blossom* C.Pissarro

La primavera è un serpente smeraldino: si attorciglia intorno agli alberi e li fa sussultare.
Le nuvole catturano il sole fino ad oscurarlo. Prima bianche e leggere, poi minacciose,
così strapazzate dal vento da voler piangere tutte le loro lacrime acide.
La pioggia è impregnata dal verde pistacchio delle nuove foglie.Col suo trillìo ben educato s'infiltra nelle ossa e le martella.
Il vento è un tiranno che soffia sul cuore: ne accellera il ritmo all'unisono con le raffiche.Spadroneggia sui campi e sulle case,
convoca le schiarite e i temporali, dà udienza al sole.
L'ortica imperversa tra steli e corolle, brucia le gambe dei bambini incauti che la sfiorano.
In ogni gemma incastonata nei rami si può udire il mormorìo della vita, l'imperiosa necessità alla nascita.
A quest'ansia non ci si sottrae, corrode lentamente gli istanti.
Nei germogli si percepiscono tumulti, s'intravedono i vulcani delle fioriture, la lava rovente dei petali tra l'acciaio di spinosi cespugli.
Ricompaiono piccole primule e margherite: mimose e lillà inebrianti non sono che abbagli per i cuori semplici!
La fioritura è un serbatoio d'esplosioni, flebile pulsazione d'oscurità che affiora.
L'obbligatorietà alla vita.

Ogni primavera urla la nostra impossibilità a sottrarci alla rinascita, ruota ineluttabile che ci fa girare a tondo, perpetuamente.
Di questa reincarnazione siamo i forzati.















Categoria:

scritto da farouche | 12:38 | commenti (2) Torna in plancia




domenica, marzo 14, 2004
 
Visto il discreto interesse suscitato dal post di Gardenia su Ezra Pound qualche giorno fa, pubblico anche qui una mia traduzione di una sua poesia.



Before Sleep
Ezra Pound (1885-1972)

The lateral vibrations caress me,
They leap and caress me,
They work pathetically in my favour,
They seek my financial good.

She of the spear stands present.
The gods of the underworld attend me, O Annubis,
These are they of thy company.
With a pathetic solicitude they attend me;
Undulant,
Their realm is the lateral courses.

Light!
I am up to follow thee, Pallas.
Up and out of their caresses.
You were gone up as a rocket,
Bending your passages from right to left and from left to right
In the flat projection of a spiral.
The gods of drugged sleep attend me,
Wishing me well;
I am up to follow thee, Pallas.




Prima del Sonno

Le vibrazioni laterali m'accarezzano,
saltano e m'accarezzano,
lavorano pateticamente a mio favore,
cercano il mio benessere finanziario.

Colei che porta la lancia è qui in piedi.
Gli dei dell'oltretomba m'assistono, o Anubis,
Questi son quelli della tua compagnia.
Con una sollecitudine patetica m'assistono;
Ondeggianti,
il loro reame sono i corsi laterali.

Luce!
Sto per seguirti, Pallade.
In alto e fuor delle loro lusinghe.
Sei andata su come un razzo,
i tuoi passaggi piegano da destra a sinistra e da sinistra a destra
nella proiezione piatta di uno spirale.
Gli dei del sonno drogato m'assistono,
Beneauguranti;
sto per seguirti, Pallade.



Cresciuto all'interno di una famiglia di forte estrazione religiosa, l'enigmatico poeta è nato il 30 ottobre 1885 a Hailey nell'Idaho stabilendosi fin da piccolo nei pressi di Filadelfia.
Qui ha vissuto fino al suo trasferimento in età matura a Rapallo, nel 1929.
Già nel 1898 compì un viaggio in Europa con la famiglia, tornando folgorato ed entusiasta per le meraviglie elargite dal Bel Paese.

Iscrittosi all'Università di Pennsylvania, studia le lingue romanze e scopre i poeti provenzali cui in seguito dedicherà numerosi studi e traduzioni. Nel 1906 ottiene una borsa di studio che gli permetterà di viaggiare nuovamente in Europa dove, oltre a tornare nuovamente nell'amata Italia, visita anche la Spagna.

Tornato in America lo attende una sgradevole sorpresa: la borsa di studio non gli viene rinnovata. Dopo quattro mesi di insegnamento come docente di letteratura spagnola e francese in un'Università dell'Indiana, è invitato a dare la dimissioni perché il suo stile di vita è ritenuto troppo fuori dalle regole. Nel 1908 s'imbarca nuovamente per l'Europa con pochi dollari in tasca, una decisione dettata non solo dalla necessità ma anche da una precisa scelta di vita. Pound era dell'opinione che per dare il meglio fosse necessaria qualche restrizione e che per viaggiare dovesse stare tutto in non più di due valigie.

Una volta giunto in Europa visita tutti i principali centri culturali: Londra, Parigi, Venezia. Finalmente pubblica anche i suoi primi libri di poesia. Ma al vulcanico Pound questo non basta.
Conosce ed aiuta in tutti i modi artisti di tutti i settori, compresi i musicisti.
Pound è anche un assimilatore innovoro. Nel 1913 la vedova del grande filologo Ernest Fenellosa gli affida i manoscritti del marito, stimolo principale per il suo approccio al cinese che lo porterà alla trasposizione di numerose liriche di quel lontano paese.

Nel 1914 diventa segretario del poeta irlandese Yeats, altro gigante del Novecento e infaticabile sostenitore di James Joyce, e impone la pubblicazione delle prime poesie di Eliot. Intanto la sua attenzione poetica si concentra sull'elaborazione di quelli che diventeranno i leggendari "Cantos" (o "Canti pisani").

Nel 1925 si trasferisce da Parigi a Rapallo dove resterà stabilmente fino al 1945 dedicando le sue energie alla stesura dei "Cantos" e alle traduzioni di Confucio. Negli anni 1931 1932 intensifica gli studi economici e la sua polemica contro le manovre economiche internazionali.

Nel 1941 il suo rimpatrio viene ostacolato ed è dunque costretto a rimanere in Italia, dove fra l'altro tiene una celeberrima serie di discorsi alla radio, riprendendo spesso il tema di conferenze già svolte alla Bocconi di Milano nelle quali insiste sulla natura economica delle guerre.

Com'era prevedibile nel clima infuocato di quello scorcio di secolo, quei discorsi venivano apprezzati da alcuni mentre altri li osteggiavano. Il 3 maggio del 1945 due partigiani lo prelevano per condurlo al comando alleato e da lì, dopo due settimane di interrogatori, viene trasferito a Pisa nelle mani della polizia militare.

Per tre settimane è rinchiuso in una gabbia di ferro, esposto al sole di giorno e agli accecanti riflettori di notte. Trasferito poi sotto una tenda, gli viene concesso di scrivere. Finisce di comporre i "Canti Pisani".

Viene trasferito a Washington e dichiarato traditore; viene richiesta per lui la pena di morte. Al processo viene dichiarato infermo di mente e rinchiuso per dodici anni nel manicomio criminale di Saint Elizabeth.

Incominciano a circolare petizioni da parte di scrittori ed artisti da tutte le parti del mondo e si fanno sempre più insistenti le proteste contro la sua detenzione. Nel 1958 viene liberato, si rifugia presso la figlia a Merano. In tutto il mondo si moltiplicano le edizioni dei suoi "Cantos" e partecipa invitato a numerose attività artistiche e letterarie, mostre, convegni a livello internazionale, accolto con tutti gli onori.
Il giorno 1 novembre 1972 Ezra Pound muore nell'adorata Venezia dove è tuttoggi sepolto.

note biografiche tratte dal sito Biografieonline.it

Ulteriori notizie su Ezra Pound in un recente post sul sito di Gardenia

Gilgamesh


Categoria:

scritto da gilgamesh | 17:17 | commenti (1) Torna in plancia




giovedì, marzo 11, 2004
 

 

Accadde l’anno scorso. Dopo il suo suicidio mi identificai nel ruolo di vedova allegra: ero presenza fissa nei locali, con me boccette ripiene di sostanze, carte dorate, cartine, filtri. Lui un tedesco di mezz’età con troppi ricordi da annegare. Seduto al tavolo del locale mi ricordava mio nonno in una vecchia istantanea presa in un bordello prima della legge Merlin: lo sguardo lontano, i pensieri ormai pericolosamente troppo vicini all’irrimediabilità del suo peccato. Gli feci da guida per una settimana, con lauti introiti. Non mi toccò mai. Occhio rassegnato ad una vita da pendolare nella grande hall dell’esistenza dove tutti sono in cerca del prossimo treno pronto a portarli  verso un nowhere qualunque.  Chiedeva “something to cope with his sickness”. Rimaneva inchiodato al suo tavolino, il whisky in mano, sgranando lo spogliarellista, la bava che scendeva dalle labbra screpolate. Un’autotortura di greca memoria. Autontimeroumenos. Self-tomentor nel tempio di Crono. Ogni mossa dello spogliarellista era per lui una frustata secca e sanguinante sulla sua fragile schiena spezzata dall’artosi. Indossavo un vestito nero D&G con una cravatta di seta same color allentata sul colletto aperto. Gli porsi la sigaretta corretta sussurrandogli “coraggio” in punta d’occhi. La prese con la mano sinistra. Con lo sguardo mormorò un “thank you” flebile come l’urlo dell’orfano Bambi.

 

www.atarax7.splinder.it

 


Categoria:

scritto da atarax7 | 23:36 | commenti Torna in plancia


 
Una poesia di Kikuo Takano per te, Lino! MANO VA' Mano, va' a cercare l'altra via. Cedi, lascia una a una le cose che hai preso; tenta la via dove non resta nulla nella mano. Mano, va' a cercare l'altra via. Dopo che hai perso tutto ciò che hai lasciato, oh, il vuoto! Le mani vuote si congiungano in un gesto severo.

farouche


Categoria:

scritto da maqrolldeibattelli | 21:46 | commenti Torna in plancia




mercoledì, marzo 10, 2004
 

DIVERTISSEMENT (IL RITORNELLO DEL MENESTRELLO)

 

La solfa mi fa re, sire

 

 


Categoria:

scritto da PaoloGalloni | 14:30 | commenti (3) Torna in plancia




martedì, marzo 09, 2004
 

- credi che un giorno saremo felici? , chiese lui
- non lo so, ma almeno speriamo d'esser vivi, rispose lei
- esiste il senso delle cose?
- è un'ineffabile perchè
- che devo fare per scoprire la ragione delle cose?
- smettere di parlare allo specchio, per cominciare...







Categoria:

scritto da poesianotturna | 21:26 | commenti (1) Torna in plancia




venerdì, marzo 05, 2004
 
Categoria:

scritto da broiolo | 00:12 | commenti Torna in plancia




mercoledì, marzo 03, 2004
 

Ezra Pound

«Era più gentile e più cristiano verso gli altri di quanto non fossi io. La parte certamente riuscita dei suoi scritti era così perfetta, ed egli era così sincero nei riguardi dei suoi sbagli e così innamorato dei propri errori, e così generoso verso la gente che io l’ho sempre considerato una specie di santo. Era anche irascibile, ma forse anche molti santi lo erano». Così diceva Ernest Hemingway di Ezra Pound, aggiungendo che della "santità" provò la vertigine, la solitudine, la follia e l’abbaglio. Abitò il centro del mondo (culturale) e la periferia, quella dorata e quella diseredata.
Nato nell’Idaho il 30 ottobre 1885, comincia prestissimo a viaggiare: Spagna, Italia e Francia; in questi paesi cerca, trova, studia e apprende le origini della letteratura europea. Quando ritorna negli Stati Uniti tiene un corso di lingue romanze all’Università di Pensylvania. Dura poco: ospita nella sua camera una studentessa che non sa dove passare la notte, viene espulso. Torna in Europa. Con ottanta dollari in tasca, da Gibilterra, passando per la Francia e infine stabilendosi a Venezia, proverà sulla sua pelle la durezza della solitudine, quasi un "on the road" cinquant’anni prima, senza l’ancora di salvezza dello Zen. In Italia pubblica A lume spento in tiratura limitata: cento copie. Poi ancora un altro viaggio: Londra; e una nuova scoperta: la poesia cinese; studia, solcando le complesse e sinuose linee degli anagrammi cinesi, l’opera di Confucio. La sinologia marca il suo avvenire: «Non si può esprimere tutto in una sola lingua»; sarà il precetto di tutta la sua vita.
Diventa amico di W.B. Yeats, T.S. Eliot, Joyce (di quest’ultimo sarà anche finanziatore) e altri, collabora a numerose riviste letterarie e dà avvio a vari movimenti d’avanguardia. Comincia a elaborare i Cantos. La prima guerra mondiale lo sorprende e gli rivela la definitiva caduta della cultura occidentale. In guerra, il suo amico scultore vorticista Gaudier-Breska, muore. Il senso del lutto non l’abbandonerà più.
Tra il ’21 e il ’25 è a Parigi. Frequenta i surrealisti, i pittori estremisti e i nuovi scrittori realisti. Si occupa di scultura, pittura e musica. Continua gli studi di sinologia. Scrive un’opera musicale intitolata Villon. Poi anche Parigi lo stanca, si trasferisce a Rapallo: ha davanti a sé i dirupi, la scogliera e il mare; e l’attende una nuova e solitaria vertigine: l’interesse per l’economia. Escono L’ABC dell’economia, Jefferson and/or Mussolini. Accoglie nella sua residenza giovani e vecchi poeti, famosi e meno famosi; lavora ancora ai Cantos. Prima del ’39 Pound intuisce l’avvento della seconda guerra mondiale, cercherà di parlare con Roosvelt per tentare di convincerlo che la situazione italiana non è così pericolosa. Non verrà nemmeno ricevuto. Aderisce al fascismo e durante la guerra tiene per la radio italiana una serie di discorsi ("Zio Ez") che gli costeranno l’accusa di alto tradimento. Alla liberazione si presenta spontaneamente e ingenuamente al comando delle forze armate di Genova. Viene internato e passa tre settimane in una gabbia di metallo scoperta. Alla terza settimana, giudicato da un’équipe di psichiatri incapace di intendere e di volere viene trasferito al manicomio criminale di St. Elizabeth, in Pensylvania, dove passerà tredici anni. Traduce le Odi raccolte da confucio e Le Trachinie di Sofocle.
Sollecitato da diversi appelli di intellettuali di tutto il mondo, nel 1958, il governo americano ritira l’accusa di alto tradimento e Pound torna a vivere in Italia. È solo. Pochi si interessano a lui: Montale, Pasolini, Sergio Saviane. E Menotti che nel ’65 mette in scena a Spoleto l’opera Villon. Torna per un breve viaggio negli Stati Uniti, poi di nuovo in Italia. La sua vita è allo stremo, la sua voce un sospiro, si confessa come davanti a Dio nel finale dei Cantos: «Ammettere l’errore e tenere al giusto: / Carità talvolta io ebbi / non riesco a farla fluire. / Un po’ di luce, come un barlume / ci riconduce allo splendore».
Muore a Venezia il primo novembre 1972.

Girovagando per il web, ho trovato notizie interessanti su Pound, un poeta abissale ed enigmatico, non ancora abbastanza conosciuto qui da noi in Italia.

scritto da Gardenia | 11:11 | commenti (24) | Torna su






Categoria:

scritto da Gardenia | 16:31 | commenti Torna in plancia


 
Categoria:

scritto da marzia | 13:23 | commenti Torna in plancia