battelloscrittura


about


altri link
a a Arcipelago del Battello
a Battello Ebbro
a BattelloTimone
a Racconti di unos kipper
alp
cigale
colfavoredellenebbie
dolittle
ella
giusec
mongolfieradihumboldt
Pattinando
skipper
trecentodiciannove
usermax


blog categorie
adozioni
interviste
racconti
racconti musicali
scrivere
blog archivio
oggi
novembre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
luglio 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
luglio 2005
giugno 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003


counter
visitato *loading*
volte




martedì, aprile 27, 2004
 
Per un pugno di carciofunghi.
Cronaca semiseria di un attacco arabo a Milano.

Belli i Caraibi. Belli, si. Sono abbronzato. Nero, come la pece. Trenta gradi, vuoi mettere? Dicembre. Belle le spiaggie dei Caraibi. Troppo breve una settimana. Devo starci di più, la prossima volta. Milano, frigo vuoto. Vado all'Esselunga a comprare i carciofunghi. Parcheggio. Non la vedo e la tocco un pò, sul davanti. Il vecchietto scende dalla cinquecento Stronzo di un arabo. Mi giro. Siamo soli, nel parcheggio. Poi capisco. Crede che io sia arabo. Sono abbronzato, eh. Che ridere. Scendo, per scusarmi. Stronzo di un arabo, tornatene a Marrachesc. Guardi che sono italiano e comunque non...Stronzo, non avvicinarti che c'hai le bombe. Bombe. Bombe? Cerco di avvicinarmi, il vecchietto fugge dentro l'Esselunga, non lo vedo già più. Vado a comprare i carciofunghi.

Compro pure le trenette al pesto. Esco. Ho dimenticato il chinotto. Evabbè, tornerò. Gente, tanta gente, che discute. Visi preoccupati. Bimbi che piangono. Che succede? Gli arabi hanno aggredito il signor Antonio, volevano rubargli la spesa. Maledetti arabi. Che tornino a casa loro. Sono pericolosi. Al Caida. Osama. Sono pericolosi. Incredulo, prendo l'auto e vado via. Sono solo un pò abbronzato. Evvaffanculo al signor Antonio.

Semaforo. Radio Milanoliberaeindipendente. Cronaca della città. Un gruppo di arabi aggredisce una coppia di anziani nella zona sud di Milano, all'ingresso di un supermercato. La polizia alla ricerca degli sbandati. Stento a crederci. Il branco di arabi sono io. E non l'ho mica aggredito, quello stronzo di un vecchietto. Sono solo abbronzato. Il sole dei Caraibi.

Buona l'insalata coi carciofunghi. Accendo la tivvù, mi sdraio sul divano, il libro di Borges in mano. RaiTre. Cronaca della Lombardia. Milano. Un commando di arabi attacca un supermercato nella zona Sud della città. Scontri razziali infiammano il quartiere. Resto immobile, per un attimo, come in ipnosi. Le mie dita si muovono autonome sul telecomando. Televideo. Scontri razziali a Milano Sud. Arabi minacciano azioni terroristiche. Albertini annuncia che resisteremo. Resisteremo? Al sole dei Caraibi?

Mi addormento. Emmadonna, ho dormito tre ore. Chiamo un amico. Hai saputo del coprifuoco? Quale coprifuoco? Hai sempre voglia di scherzare, tu. Sul serio. Attacchi di kamikaze arabi a sud di Milano. Kamikaze arabi. Kamikaze? Quello stronzo del signor Antonio. Accendo la tivvù. RAI uno. Colonna di guerriglieri arabi mette a ferro e fuoco un intero quartiere della città. Si teme per l'incolumità dei civili. Resto immobile, mentre ascolto i dettagli dell'attaco arabo. Ero solo un pò abbronzato. Il sole dei Caraibi. Ha inizio Porta a Porta. Vespa ospita Silvio. Che novità. Silvio è preoccupato. Che strana faccia. Parla di arabi. Santoiddio, ero solo un pò abbronzato. La prossima volta metterò più crema protettiva.

E' l'alba. Sono rimasto tutta la notte di fronte a internet. L'Italia ha chiesto protezione all'ONU per un attacco di migliaia di arabi, che sembra abbiano in mano la zona sud della città. La cittadinanza, terrorizzata, è barricata in casa. Sirene fendono l'aria, le sento da lontano. Vedo aerei militari solcare il cielo. Ancora buio. Esco. Le strade deserte. Un'atmosfera surreale. Auto della polizia sfrecciano, senza meta. Torno all'Esselunga. Il momento buono per comprare il chinotto. Non farò code, almeno. E se rivedo il signor Antonio lo metto sotto senza pietà, stavolta.

















Categoria:




domenica, aprile 25, 2004
 

M.C.

 

Primo breve prologo

Meryl camminava lentamente lungo la navata principale della chiesa deserta. Sola, indossava una magliettina bianca a maniche corte, una gonna nera che le si fermava appena sopra le ginocchia, delle calzettine bianche e un  paio di scarpettine eleganti nere. Gli occhi tristi e umidi, le guance travolte dalle lacrime come piccoli atolli caraibici travolti dalla furia della tempesta, tremava, mentre passo dopo passo si avvicinava all’altare, davanti al quale, avvolta da una nuvola di gigli bianchi e celesti, una piccolissima bara bianca celava una vita, spentasi senza quasi accendersi.

Il forte e caldo sole di un primo pomeriggio estivo filtrava timido attraverso i mosaici vetrati del coro e le finestrelle dorate della cupola che sovrastava l’altare. La chiesa era avvolta nell’ombra, in una fresca ed accogliente ombra; appena al crepuscolo lungo la navata centrale, ed  invece calata come notte fonda lungo i due corridoi descritti ai lati da file di alte colonne smaltate e decorate.

Sospiri, gemiti, sussurri nel silenzio di quell’ombra e di quelle antiche mura, nell’odore dell’incenso che si mischiava a quello dei fiori e a quello logoro delle panchine deserte in mezzo a cui Meryl sfilava, negli sguardi di pietra  delle statue che dall’oscurità delle due navate laterali seguivano il suo passaggio. Apostoli e santi e uomini che avevano donato la loro vita al bene degli altri osservavano, dai loro altari decorati e dai loro scranni di marmo, i piedini indecisi della bambina muoversi sul pavimento color grigio fumo.

Le facevano paura quegli sguardi in cui splendeva a volte la luce di qualche lumino o di qualche candela; le faceva paura la loro immobilità, e quella strana espressione di eternità, di passato e futuro, di dolore e condanna, di candore e di speranza tradita.

Per un attimo la luce si abbassò ancor di più all’interno dell’edificio, forse una solitaria nuvoletta che si era intromessa nel bel pomeriggio estivo. Per un attimo però, solo per un attimo, e poi la luce tornò a respingere ai lati l’attacco dell’oscurità, e  i raggi che entravano dalle finestrelle della cupola tornarono a splendere sui finimenti dorati della piccola bara bianca, che Meryl intanto aveva raggiunto.

Era poggiata su un sostegno di ferro, troppo alto perché  7 anni della piccolina le permettessero di vedere all’interno. Prese una sedia affiancata ad una panca di legno e la trascinò alla bara. Per qualche secondo lo strisciare delle quattro gambe di legno sul pavimento spezzarono il silenzio nascosto della chiese; silenzio di preghiere senza tempo, di peccati non confessati e di confessioni non assolte.

Sotto l’altare il profumo dei fiori sovrastava qualsiasi altro odore. Qualche giglio fu innaffiato dalle lacrime, qualche petalo cadde, scosso dal contatto con i movimenti affannati della bambina e della sedia che la piccola accostava alla bara.

Salì in piedi sulla seggiola.

Il viso tondo e paffuto e disteso, le labbra finissime e racchiuse quasi in un sorriso, come quella della mamma, il capo con pochi capelli biondi poggiato su un cuscinetto bianco con ricami argentati, gli occhi chiusi a tenere segreto un colore che nemmeno lei aveva mai visto: non l’aveva mai visto lei, non il sole e il cielo e le stelle.

Il suo fratellino.

Morto tre settimane dopo la nascita, morto tre settimane dopo la mamma, che per quella stella aveva bruciato tutta la sua luce, che per il fratellino aveva donato la propria vita.

Robert. “Avrai un fratellino Meryl”, le aveva detto la mamma appena tre mesi prima, “lo chiameremo Robert, ti piace? Sarai una brava sorella maggiore?” E lei a dire che Robert era un nome bellissimo, e che sarebbe stato la sorella maggiore più migliore del mondo.

Con una mano le accarezzò le piccolissime dita, distese sopra una copertina bianca, immobili. Aveva sognato tanto: i primi baci, le prime carezze, la prima volta che quelle manine si sarebbero strette attorno ad un suo dito, la prima volta che lo avrebbe preso in braccio, la prima volta che sarebbe stata al fianco della mamma mentre lei allattava il suo fratellino.

Aveva sognato tanto….e pregato. Tanto, prima che nascesse il fratellino, e dopo che la mamma era morta. Aveva pregato tanto perché non le rubassero tutti i suoi sogni, tutte le sue speranze, tutta la sua vita.

Alzò il capo dal viso bianco e senza vita. All’apice della cupola, tra le sei finestrelle disposte a cerchio, stavano altrettanti incavi, in ognuno dei quali un angelo vegliava inginocchiato in preghiera.

Sei vegliavano, e pregavano con lei.  


Categoria:

scritto da stories | 17:55 | commenti Torna in plancia




sabato, aprile 24, 2004
 

La Sindrome della bufera
Una terribile minaccia per i giornalisti italiani.

Dal Dizionario della lingua italiana Marangoni-Petruzzelli-Olivari, ultima edizione. Bufera. 1. Turbine di vento, con pioggia, neve e grandine. 2. grave sconvolgimento. 3. Sindrome della b. Colpisce i giornalisti italiani e, in generale, chi scrive.

Così, dopo una fugace lettura, non realizzo. Poi mi blocco. E ci ripenso. Rileggo, con calma. Sindrome? Giornalisti? Essia. Allora esco. Compro un quotidiano. Torno a casa. Lo leggo. Accendo il piccì. News online. La ResPublica. Il Cavaliere della Sera. Pagine internazionali. Leggo i titoli. E' vero, diosanto.
- Zapatero: via le truppe dall'Iraq. Bufera in Europa.
- Tragedia degli ostaggi. Berlusconi in Sardegna. Bufera in Parlamento. B. si difende: ero lì a meditare sulle tragedie umane e sui pensatori occidentali.


Titoli di cronaca.
- Sindaco di Varese scambiato per clandestino a Lampedusa. E' bufera nell'isola.
- Le guardie svizzere fumano spinelli italiani. Il Vaticano nella bufera.

Passo all'economia.
- Ultimi dati ISTAT sul numero di dita delle mani degli italiani: bufera sui numeri.
- Bufera legale su Nokia. I telefonini modello Bum9810 esplodono all'accensione.


Lo sport e spettacolo.
- Bufera Perugia. Gaucci: non giochiamo mai più. Ci alleniamo per i prossimi dieci anni.
- Flavia Vento lascia la Fattoria. Bufera sul reality show.

Stento a crederci. Non ci avevo mai fatto caso prima. Incredibile, però. Terribile la sindrome. Poveri giornalisti, oggesù. Chiamo un amico. Giornalista all'Eco di Lambrate. Voglio vedere se è tutto vero. Tendo un tranello.

- Peppo. A casa tutto bene? Figli e moglie? L'auto è ancora in rodaggio? Hai sentito il polverone sulla gita in Sardegna di Berlusconi?
- Eggià. Scandaloso. Una bufera si è abbattuta sul premier e sul governo intiero.

Ommadonna. Allora è vero. Anche lui. Poverino. La sindrome non perdona. E se fosse solo un caso? Una coincidenza? Chiamo Gigio. Fa il macellaio, all'ortomercato. Non ha mai scritto una parola, in vita sua. Il prezzo delle cotolette lo fà scrivere al figlio di sei anni.

- Gigio. A casa tutto bene? Figli e moglie? L'auto è ancora in rodaggio? Hai sentito il polverone sulla gita in Sardegna di Berlusconi?
- Li mortacci, quel pezzo di merda, glie' possino...

E' sano. Allora tutto è vero. Diosanto. Chi scrive è spacciato, prima o poi. Decido di chiudere il blog. Per sempre. Non voglio mica beccarmi la sindrome, io. Non scrivo più. Me ne vado. E richiamo Gigio, per sapere come aprire un ortofrutta in piazzale Corvetto.



































Categoria:




lunedì, aprile 19, 2004
 

Praga magica

«Ancor oggi ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna a via Celetnà (Zeltnergasse) a casa sua, con bombetta, vestito di nero.» Questo scrive nell'incipit del suo mirabile saggio Angelo Maria Ripellino, il palermitano - slavista di rara finezza - che conosceva l'anima di Praga più degli stessi abitanti di questa magica città. E questo stesso sentimento abbiamo provato mio marito e io, in questi giorni d'assenza, visitanto la «città d'oro» e cercando di appropriarci di tutta l'arcana sostanza, delle ambiguità e del fascino nascosto della capitale boema ricca di un grande passato, fatto di ombre e splendori (Quartiere ebraico, Golem, taverne, letteratura, dadaisti) e ora aperta a una rinascita economica di notevole rilievo. Ho ancora occhi e cuore pieni di tanta bellezza, un incanto molto diverso dal fascino delle nostre città; uno charme velato di slava malinconia che si respira anche nella musica suonata nelle taverne o attraversando ponti da cui sono volati giù molti suicidi, ripensando soprattutto alla sua insanguinata e dolorosamente nota «Primavera». Ora mi risuonano dentro questi versi di Vitezlav Nezval: «Mi chino sugli angoli dimenticati Praga/che intessi il tuo splendore funebre/fumo di osterie in cui si perde il cinguettio degli uccelli/la sera come un sonatore di armonica fa scricchiolare le porte piangenti/lunghe chiavi pesanti rinserrano indecifrabili cose/ e si spargono le orme come un rosario spezzato.» Sì, visitando l'antica piazza, mosaico indescrivibile di stili, di questa originalissima città mi sono sentita in perfetta sintonia con Ripellino quando ne ricorda gli alchimisti, gli astrologi, i rabbini, i poeti, i templari, gli angeli, i santi barocchi di un barocco straripante, ipertrofico, ubriacante. E poi ho molto ancora da raccontarvi, ma avverrà pian piano. Più tardi.

 



Categoria:

scritto da Gardenia | 16:44 | commenti (2) Torna in plancia




mercoledì, aprile 14, 2004
 

TENEBRA

 

 

Anche se le grandi acque dormono,

sono sempre l’abisso,

non ci può esser dubbio –

nessun Dio vacillante

infocò questa dimora

per spegnerla poi alla fine – (2)

 

Parte Terza

….certo quelle acque parevano assopite tanto erano calme ed immobili, e la luce che ne scaturiva, proveniente dal fondo che esse celavano, ancor più dava l’impressione che il tutto non foss’altro che la sfumatura di un istante arrestata per l’eternità nella cornice di un quadro. Niente spruzzi, nessuna frastagliatura in quello specchio d’acqua, perché…         

          l’acqua non s’increspa

in questa landa desolata,

nessun onda racconta che venti

percorrono mari lontani più felici,

nessun flutto accenna che venti

passarono mari di non così orrida calma. (10)

…orrida non certamente in sé stessa, poiché l’atmosfera in cui la ragazza si sentiva immersa era più quella di un sogno che non quella di incubo; ma orrida in quanto troppo contrastante, troppo indifferente a quello che, in quella piazza desolata appena lasciata, anche in quel momento si stava ripetendo.

“Laggiù, dove la luce nasce, è la dimora della mia Signora”, disse la guida indicando il punto ove più chiara era l’aura   che ammantava tutta la zona circostante in soffusi riflessi bluastri e smeraldini. “Laggiù ora ti condurrò, poiché è giunto il momento che tu La conosca”. Prese per mano la ragazza, e rassicurandola lasciò che su di loro calassero le acque: aprendosi prima, imperiose come ali di aquila; e richiudendosi poi, scendendo su di loro come le braccia di un madre sul neonato figlio che appena svegliatosi piange nel suo lettino; e come un brava madre baciò in fronte i suoi figli, li strinse in un forte e caloroso abbraccio e cantò loro dolci canzoni.

Senza mai lasciarle la mano, il servitore la condusse attraverso invisibili percorsi tracciati da inesistenti correnti e strade invece visibili tracciate tra le rovine dell’umana dimenticanza, nelle città degli spenti desideri, dove…     

      templi aperti e tombe spalancate

Sbadigliano a livello delle onde luminose;

ma né la ricchezza che la giace

negli occhi in diamantati di ogni idolo,

né i morti ingioiellati a festa

smuoveranno le acqua da quel letto; (10)

….e ancora insieme, ancora mano nella mano….

Guardammo nei campanili, dove le campane sospese attendevano invano il richiamo che avrebbe risvegliato i loro squilli nuziali: insieme toccammo le possenti canne d’organo che non cantavano jubilate per il divino orecchio, né cantavano requiem per l’orecchio del dolore umano; insieme scrutammo le tacite stanze dei bimbi, dove i piccini erano tutti addormentati, e dormivano da cinque generazioni. (11)

….e ancora, sempre insieme, sempre mano nella mano, continuarono a scendere le sale di quella infocata dimora, avvolti da quelle sfumature che sempre più si coloravano del celeste di un sereno cielo mattutino. E la ragazza poté così vedere castelli, dalle mura vigorose e dagli stendardi che sventolavano baldanzosi, giacere completamente abbandonati; e castelli in rovina ove solitaria banchettava la morte. Poté così scorgere tra delicate sfumature il cammino di vittoria degli eserciti della pace, costellato di tetri cimiteri e meschine colline ricoperte di lapidi e tumuli; e osservare il tempo abbattersi senza pietà sui giochi dei bambini, abbandonati in stanze vuote, e sui sogni dei grandi, abbandonati in stanze chiuse per mai più essere aperte.

Infine giunsero ove la luce pareva trarre vita, e la giovane si stupì nel vedere che in quel luogo più che in ogni altro vi era tenebra. Una casetta bassa completamente avvolta nell’oscurità: da lì, da tre minuscole finestre poste su tre dei quattro lati della costruzione, e da una altrettanto minuscola aperta sul tetto, fuoriusciva la luce che era vita per tutto il regno; per tutto il regno tranne che nel luogo ove stessa essa nasceva. Bassa e di forma quadrangolare, era un tozzo blocco d’ombra, un’oscura e squadrata nuvola che inquinava il primo cielo primaverile.

Qui si fermarono, davanti a loro la liscia parete priva di finestrella.

“All’interno ti attende la Signora”, disse la guida rivolgendosi alla ragazza, “all’interno ti attende, e sola”. Fece una pausa. “Essa è la mia padrona, e mi ha ordinato di scortarti a lei, ed io questo ho fatto. Ma..”, interruppe con un gesto della mano la giovane che stava per dire qualcosa, “ma ora non posso più starti al fianco, poiché Essa non può sopportare la mia presenza.”

“E Quanto orrore provoca anche in te la mia sola vicinanza”, riprese dopo alcuni attimi in cui aveva scrutato il viso della ragazza ed i suoi occhi fissi a terra, “dal primo momento fino ad ora non mi hai voluto guardare, hai  evitato in ogni modo che il tuo sguardo cadesse su di me. Ora ci stiamo forse per dire addio, nemmeno ora si attenua in te l’orrore per la mia immagine che pensi di non conoscere? Nemmeno ora mi vuoi guardare?”  

Il viso della ragazza si contrasse, le guance le si arrossarono e il respiro si fece timoroso. Gli occhi le si colmarono di curiosità e paura….ma non trovarono il coraggio di alzarsi. Il servitore attese…attese; ma quelli non si levarono ad incrociarne gli sguardi. “Addio allora, addio”, e solo quando l’eco del secondo addio già si era spento  la ragazza trovò la forza di alzare il capo e voltare lo sguardo dietro di sé. Intravide allora allontanarsi, tra riflessi di zaffiri, una figura minuta, una sagoma di donna minuta, le cui vesti logore, lacerate da infinite cadute nella polvere, erano in tutto e per tutto simili a quelle della donna della piazza. Avanzava lenta ma decisa, sola ma non impaurita, tra gli eterni funerali e le silenti processioni che percorrevano quelle acque, e presto scomparve alla vista della giovane, che così rimase sola davanti a quella piccola casetta di tenebra.

Sola, e spaventata, davanti a quella piccola casetta di tenebra.

“Sorellona mia, da tanto tempo ti aspettavo”, e le si gettò addosso, e strinse le sue braccine intorno alle sue ginocchia ed affondò la sua testa tra le pieghe delle sua gonna. “Perché mi hai lasciato tanto sola?”, e le sue manine andavano a cercare quelle della ragazza. Ancora incredula, ancora spaventata, davanti a quella piccola casetta di tenebra.

Ma non più sola.

Era uscita dalla casetta attraverso una porta che non esisteva, che non si vedeva, e con un sorriso in viso e le braccia spalancate le era corsa incontro e l’aveva stretta in un forte braccio. Un abbraccio piccolo piccolo, come piccola era lei. Piccola, solo una bambina, di non più di quattro o cinque anni.

“Mi sei mancata tanto sorella; non mi lascerai più ora vero? Staremo sempre insieme vero?”, ora la giovane si era chinata ad abbracciare la piccola e a consolarla, che quella si era messa piangere e a dire che l’avrebbe abbandonata di nuovo, che di nuovo avrebbe lasciata sola la sua sorellina. “Non ti lascerò piccola, non ti lascerò”, provò a confortarla, “ora smetti di piangere però, va bene?”, la bambina le si strinse al petto, le innocenti lacrime che le bagnavano il seno.  “Mai più, mai più. Me lo prometti sorellona? Non mi abbandonerai mai più?”, sollevò il capo dal petto della ragazza e fissò gli occhi, velati di lacrime e di speranza, sul suo viso. “Mai più?”

Aveva la carnagione scura, ciglia e sopracciglia nere, capelli scuri ed uno sguardo gentile e triste. [Gli occhi], sotto i capelli scuri e la fronte e le sopracciglia, assomigliavano a due squarci in una notte nuvolosa, da cui spuntava il paradiso, dove non soggiornano né stelle né nubi.(12)

“Mai più piccolina, se non lo vorrai, mai più”, le rispose quella, e diede un bacio sul capo della bambina, che di nuovo le si era gettata al collo.

Era una creatura graziosa e triste.(12)

 

“Vieni, entriamo in casa”,  sussurrò appena la bambina, mentre si staccava dall’abbraccio e, tenendo ben stretta la mano della sua ritrovata sorella, la guidava verso la piccola casetta di tenebra, “sei stata via tanto, chissà quante cose hai da raccontarmi”. La ragazza la seguiva serena, tutte le titubanze, i dubbi, i timori e le paure, erano scomparsi dalla sua mente, come evaporati grazie alla calda stretta di quella piccola manina.

Gli ultimi passi la bambina li fece correndo avanti per l’impazienza, ed in quel muro di tenebra che per lei non sembrava aver segreti, trovò, con la medesima facilità con la quale si può scovare una goccia di rugiada in un’umida mattina primaverile, la maniglia di una porta. “Avanti vieni, avrai tante cose da raccontarmi”, ed aprendo la porta entrò nella casetta di tenebra.  

La ragazza la seguiva serena, tutte le titubanze, i dubbi, i timori e le paure erano scomparsi dalla sua mente; nessun triste ricordo, nessuna sofferenza, nessun demone poteva trovar residenza nel paradiso che gli occhi della bambina le avevano aperto in cuore.

“Colpevole o innocente?”, il vecchio dalla barba gocciolante di sangue stava davanti a lei, seduto alla sua marcia e traballante scrivania. I vermi che vi banchettavano,  anche erano lì davanti a lei, e alla sua destra….la spada del cavaliere attendeva solo di esser lasciata cadere.

“Colpevole o innocente?”, gli occhi del vecchio non si alzavano dal libro ingiallito, dove già la sua penna aveva vergato una ‘C’. La donna era inginocchiata, le mani giunte in preghiera e il capo chino, gli occhi fissavano il terreno. “Dai sorellona rispondi, abbiamo tante cose da raccontarci”, la bambina stava poco distante dal patibolo, i suoi occhi blu intenso che sorridevano.

“Colpevole o innocente?”, il vegliardo ripeté nuovamente la domanda, la spada del cavaliere si abbassò a neanche due dita di distanza dal collo bianco della donna i cui occhi fissavano il terreno. “Ho voglia di giocare sorellona, giochiamo assieme?”, gli occhi blu intenso della bambina sorridevano. Una foglia completamente rinsecchita, che non si capiva quale vento potesse tener sollevata da terra, e quale forza ne avesse finora evitato la decomposizione, sfiorò il viso della bambina. Questa la prese tra le mani e la strinse in un pugno, da cui, quando si riaprì, mille frammenti di polvere caddero sul pavimento della piazza.     

Era una creatura graziosa e triste.(12)

 

“Dai sorellona, rispondi”.

“Colpevole o innocente?”, ancora la ragazza esitò, e i suoi occhi andarono a cercare quelli della donna sul patibolo…. “Ora ci stiamo forse per dire addio, nemmeno ora si attenua in te l’orrore per la mia immagine che pensi di non conoscere? Nemmeno ora mi vuoi guardare?”….ora la stava guardando…ma lei sembrava averla dimenticata, abbandonata.

Ancora la ragazza esitò….esitò sull’orlo di una abisso che sotto i suoi piedi si allargava.

Caduta.

Senza appiglio in un baratro di oscurità e silenzio, ma dove oscurità e silenzio non erano.

“Hai TentENNato”, “AvEvi pRoMeSSO”, “maI pIù avEVi Detto”. Ora eco rimbombante e ora invece sospiro appena percettibile, ora pianto interrotto dalla commozione e ora al contrario risolino compiaciuto, la voce della bambina accompagnava la ragazza nella caduta, che pareva senza fine. “Mai pIU’”, “proMESSo”, e ad essi mischiati….    

                                    Solitudine e disperazione,

nessuna amicizia, gemiti e lacrime,

visi stravolti, quando scattano i chiavistelli,

intravisti nei fumi e nei vapori della cella,

ai sinistri bagliori di torce! Così giace,

circondato dall’odio, finché persino la sua anima

stravolge la sua essenza,irrimediabilmente deformata

da spettacoli di sempre maggiore deformità! (13)

 

Quale terrificante spettacolo era quello dei prigionieri delle celle che continuamente si aprivano in quell’abisso di dannazione. I loro visi infuocati e deformati, le loro mani luride e cenciose tese fuori dalle grate delle celle, i loro urli disumani e le loro sporche lacrime, spezzavano le ali che la ragazza non aveva.

E cadeva, e cadeva…..

 

(per il momento il mio viaggio nelle tenebre si conclude qui…..per il momento, oppure per sempre: dipenderà da cosa troverò al termine della caduta….se  mai questa avrà termine)

 

Hanno scritto per voi:

(1) J. Kerouac, Angeli di Desolazione

(2) E. Dickinson

(3) W. Wordsworth, Le Escursioni

(4) J. Milton, Il paradiso perduto

(5) E.A. Poe, Terra di Sogno

(6) E.A. Poe, Terra di fate

(7) C. Nodier, I Demoni della Notte

(8) B. Harper Lee, Il Buio oltre la Siepe

(9) E.T.A. Hoffman, Mastro Martino il bottaio e i suoi garzoni

(10) E.A. Poe, La città nel mare

(11) T. De Quincey, Savannah-La-Mar(Suspiria de Profundis)

(12) G. MacDonald, La Favola del Giorno e della Notte

(13) S.T. Coleridge, La prigione sotterranea


Categoria:

scritto da stories | 20:07 | commenti Torna in plancia




sabato, aprile 10, 2004
 

TENEBRA

 

……folti

d’armi infuocate e di paurosi volti (4)

 

Parte Seconda

…di paurosi volti che di una luce di fuoco, ma che da fuoco non nasceva, erano rischiarati; di paurose case che da un rosso furioso erano animate, come quelle di Pompei nell’ultima notte in cui i loro abitanti non furono di pietra, solo che non vi era un vulcano, in quella viuzza stretta e dissestata dove il servitore e la ragazza si trovarono svoltato l’angolo. Certo più di un brivido di terrore percorse il corpo e l’anima della giovane, ma la guida non rallentò e tantomeno arrestò il passo, e,  come prima con tranquillità e decisione camminava per quella strada accesa di toni spenti e con la sola compagnia degli alberi, così ora procedeva per quella sterile e frammentata arteria che bruciava in un malsano tramonto. Lo stesso si sforzava di fare la ragazza, anche se ad ogni passo si sentiva il respiro venir meno, anche se ogni angolo in cui lo sguardo scappava era una trappola peggiore di quella da cui era fuggito.

Ancora le case era riccamente decorate: oro e argento, diamanti e rubini, gemme di ogni grandezza e colore e forma, marmi finemente decorati e di candida verginità…e forse ciò era più terribile che se esse fossero puri blocchi di pietra lì trasportati direttamente dai giganti della montagna. Perché ogni loro riflesso era un prisma che dalla misteriosa luce rossa assorbiva l’innocenza e ne decuplicava la malvagità; perché nel loro essere ammassati disordinatamente l’uno sull’altro, nelle loro decorazioni che si sovrapponevano dando vita ad immagini infette ed a assurde combinazioni di colori, in tutto ciò stava la disperazione che c’era sul viso di coloro che incrociavano la loro strada, che incrociavano i passi con la viandante sgomenta, che colà incontrava…

memorie del passato a lutto,

forme che avvolte nel sudario

trasalgono e gemono

come passano accanto al pellegrino,

forme ammantate di bianco d’amici

resi, tra pena e tormento, da tempo

alla Terra, ed al Cielo…. (5)

…e cavalieri nelle loro pesanti armature di splendenti riflessi rosei che con la spada sguainata, ancora bagnata e tinta del rosso sangue di un avversario, percorrevano quella senza pace quella via prima in un senso e poi nell’altro; uomini e donne diversamente vestiti, riccamente o poveramente abbigliati, che cantavano e si battevano, che ridevano e piangevano. Ed in mezzo a loro la guida passava indifferente e con passo deciso, e al suo fianco la ragazza.

Incrociò la loro strada un Re con ancora la corona in testa e lo scettro in mano che gridava al suo esercito di sguainare le spade e di seguirlo in battaglia, solo che dietro di lui nemmeno la sua ombra lo seguiva; superarono un vecchio che sostenuto ad un bastone procedeva a passi tanto lenti che il tempo per lui sembrava scorrere più in fretta, e dopo che aveva compiuto un passo, e prima che ne compiesse un altro, il suo bastone aveva messo radici nel terreno piegando la resistenza delle piastrelle d’avorio, e quello doveva ogni volta sforzarsi per strapparlo alla terra; diedero indicazioni, il servitore, dato la ragazza per poco non svenne quando se lo ritrovarono davanti, ad un cavaliere che, in sella al proprio negro destriero dalla criniera negra e di nero ammantato, aveva chiesto loro se avessero visto la sua testa, che una spada del diavolo aveva tranciato dal suo corpo: il cavaliere con un mano teneva le redini del cavallo, con l’altra reggeva una spada che passava per intero una testa.

Suoni di metalli che stridevano senza che si vedesse l’ombra di una battaglia; di cavalli al galoppo senza che si scorgessero i fumi di un esercito; di festa, senza che una sola stilla di gioia trovasse residenza in quella via. Ecco ciò che, allo stesso modo degli occhi, tormentava le orecchie della ragazza.

Ma ad tratto un nuovo rumore, non quanto quelli malsani, e forse per quello più terribile a sentirlo, agli ululati delle tenebre si aggiunse. Proveniva dall’interno di una casa bassa ed elegante, e più delle altre orgogliosamente decorata. Era il suono di un’orchestra. Osservando la curiosità accendersi negli occhi della compagna, la guida la accompagno sull’uscio di quella casa, così che ella potesse vedere. Vedere, all’interno di una stanza immersa nell’oscurità più profonda che finora in quel regno avesse trovato, in un’oscurità che era quasi tenebra, una donna bellissima suonare con grazia incomparabile ad un pianoforte da cui uscivano tutti i mirabili suoni dell’orchestra, tutte quelle dolci note che, nuovi virus su di un corpo già martoriato dalle malattie, infestavano l’aria. Era dolce, era caldo, quel suono, era un canto di felicità e amore, era….era un suono….tanto effimero in quel luogo. “Perché suona così, è forse sorda e cieca, che non vede e non sente tutta la sofferenza che fuori dalle sue mura si consuma, è forse insensibile? Ma è impossibile che sia insensibile un animo che sa vibrare di tanto sentimento. Perché suona così, questa donna?” Chiese la ragazza alla sua guida. “Dici bene che non è insensibile”, quella le rispose, “e neanche è cieca o sorda. Quando quella donna iniziò a suonare, questo era luogo di felicità, e lei la felicità di questo luogo cantava. Solo tanto si immerse nella propria arte, tanto da essa si lasciò attrarre, da esserne conquistata anziché conquistarla. Non è sorda o cieca, solo altro non sente che la bellezza della propria musica, e lo splendore della propria bravura. Per lei la realtà è nelle note del suo piano, e quello che c’è fuori è la composizione triste di un maestro mancato. Non è sorda o cieca, solo è uno strumento del suo strumento, un’emanazione dell’arte di cui si crede maestra”. Lasciarono quel fantasma continuare trarre vita da una luce inesistente, e tornarono ad avanzare lungo la via.

Passarono sotto ad un ponte di pietra grigia decorato con immagini di pace e distruzione sopra al quale cavalieri cinti in cotte di argento e acciaio, protetti da splendenti maglie di mithril, giocavano ai dadi su chi tra di loro dovesse andare in avanscoperta: solo che ogni volta i dadi, al termine di una magica e macabra danza, cadevano dal ponte, ed uno scendeva a recuperarlo, e quello veniva trafitto da una freccia nera che pareva cadere diretta dal cielo che non c’era.

Quando erano giunti quasi alla fine della via incontrarono ancora una volta il cavaliere senza testa, e questi chiese nuovamente loro della testa, e quando la ragazza gli stava per rispondere di guardare la propria spada, il servitore la zittì e gli rispose che non l’avevano vista. “Perché?” Chiese lui la ragazza. “Ciò che egli cerca, forse un giorno lo troverà”, fu la risposta. “O forse mai”, lo interruppe la ragazza. “O forse troverà qualcos’altro”, riprese il servitore”, “magari qualcosa di meglio, qualcosa che non cerca, ma che sarà contento di trovare. E’ corretto aiutare, e giusto e sano era il tuo intento; ma credi che una cosa tanto stupida non l’abbia egli mai pensata? Tante domande sono poste con il desiderio di non riceverne risposta”, concluse, e stavano per riprendere a camminare quando….

In volo una nuova ombra s'alza

Caduto è il sole,  cadute son le stelle, spenta è la luna

davanti agli occhi un nuovo corvo danza

…fuoriuscito dalla porta di una grossa casa o, per meglio dire, alla bocca di una grotta che si trovava pochi passi davanti a loro, quel nero pennuto si alzò rapido in cielo, diretto verso la sommità di un’alta torre, di cui appena si vedeva la vecchia ed instabile guglia decrepita terminare in una base rettangolare, su cui, ammonticchiata, stava un’enorme quantità di legna pronta ad ardere. Ed un fuoco stava proprio sembrare per accendersi, ma quel corvo, che la luce della piccola fiammella appena nata svelò invece essere una colomba, rubò proprio quell’alito di vita, e con quello ben stretto nel becco si lasciò precipitare nel vuoto, nel nulla, fino a scendere al livello della strada e rientrare, trattenendo ben stretta la tremolante fiammella, nella grotta da cui era uscita. Intanto sulla torre la legna era rimasta spenta, e non il Dio Vulcano sembrava voler una nuova volta elargire il proprio soffio su di essa; ma no, ecco, una nuova timida fiamma sembrava levarsi, sembrava prender respiro….ma di nuovo dalla quella grotta uscì un’ombra, che di nuovo colomba si svelò alla tenue luce della neonata scintilla, e che di nuovo questa sottrasse alla torre e portò con sé nella grotta.          

Un’altra volta, e una nuova volta ancora, la ragazza osservò stupefatta ciò accadere, prima di chiedere all’accompagnatore cosa significasse. Tacendo, egli la condusse però sull’uscio di quella grotta, da dove, proprio mentre entravano, un nuovo oscuro lampo ne usciva per far poi ritorno con candide e bianche ali. Fecero il loro ingresso nella grotta, e con sorpresa la ragazza vide cosa essa celava:

Oscure valli, fiumane tenebrose,

e boschi come nubi,

dalle forme indistinte,

per le lacrime che gocciolano ovunque (6)

…lacrime che, al contrario degli idoli indiamantati e delle decorazione dorate vista lungo il cammino in quella via, della debole luce che all’interno vi penetrava sembravano imprigionarne nella loro purezza la forza distruttiva, di modo che il tutto, agli occhi della giovane, apparisse abbracciato da una celeste luce di aurea purezza. In quell’atmosfera da sogno di un innocente Morfeo, le lacrime gocciolavano su migliaia di  visi dormienti, e sulle migliaia di colombe che, una per ognuno dei dormienti, con la loro impaurita fiammella ben stretta nel becco, lentamente si consumavano, come candele, come semplici candele. Ma….

Brucia la candela

E quand’è finita

Giace la cera in freddi artistici mucchietti

- è tutto quel che so. (1)

….ed era quello che la ragazza vedeva, ed insieme a ciò, all’inesorabile consumarsi e ripiegarsi su se stessi di quei tristi ceri, l’inesorabile consumarsi e ripiegarsi su sé stessi dei corpi che essi illuminavano, dei loro visi, dei loro sogni e della loro vita infine. “Perché questo? Perché?” chiese tra le lacrime che gocciolavano, alle quali le sue si erano aggiunte. “Perché questo?”, rispose il servitore, “Non sarebbe più giusto chiedersi: visto che la loro esistenza, le loro gioie e felicità, sembrano dipendere dalla solitaria fiammella che prima rubano e di cui poi si consumano, perché non lasciano questa esplodere in quell’immenso e fiero e furente falò che certo nascerebbe in cima a quella torre se essi la smettessero di soffocarne la nascita? In un incendio di tale dimensioni, ognuno troverebbe la propria scintilla per riscaldarsi, perché non lasciano che tale potente fiamma si alzi?”

Un’altra candela si spense, un’altra colomba richiuse le proprie ali su sé stessa, un’altra vita si spense.

“Non c’è dunque speranza per nessuno di loro?”, chiese ancora tra le lacrime la ragazza. “Speranza?”, ripeté la guida, con la voce di anonima tristezza per la prima volta violata da un fremito di dolore, “ora ti porterò a vederla, la speranza”, e così dicendo prese per un braccio la ragazza e la riportò fuori dalla grotta degli eterni dormienti, eterni ed immortali fino alla morte.

Senza lasciare la presa la condusse al termine della via che fino ad allora avevano seguito; girò quindi per uno stretto vicolo in cui l’ombra dei balconi delle case che lo delimitavano gettavano da ogni parte i loro veli di tenebra, e da questo in un altro ancora, più largo ma più breve, dove forte era il profumo di fiori selvatici e grande il numero di pozzanghere di lacrime.     

Quindi spuntarono sul fianco di una piazza. Palazzi diroccati, dai tetti cadenti ed dagli abbaini ripieni solo di ruderi e di ricordi dimenticati, la circondavano e vi spandevano le loro malinconiche ombre. Ma la luce in quella piazza era comunque forte, ed emanava dal centro. Dal patibolo, e dalla donna che inginocchiata attendeva; attendeva la già insanguinata spada del cavaliere dalla già insanguinata corazza che le stava al fianco; attendeva che quella, ora stretta nel pugno di ferro del boia ed alzata sopra il suo capo, cadesse su di lei. A pochi passi da loro, seduto ad una scrivania di legno marcito, vi era un vecchio: la su figura racchiusa in una veste stracciata, il suo viso coperto di una lunga barba grigia e disordinata come i capelli  e come quelli qua e là spruzzati di macchie rosse e scarlatte, era non meno insana e schifosa di quello della scrivania, e di quella della fila che lì terminava e forse alla sala più profonda dell’inferno iniziava.

Storpi e zoppi, mendicanti vestiti di abiti laceri e vecchi vestiti della solo loro sconfitta, giovani uomini ancora imberbi ma già dalla schiena curvata e fanciulle dagli abiti ricchi e gioiosi che a fatica si sostenevano in piedi. E ancora, con loro mischiati, vi erano cavalieri mutilati nel corpo e altri mutilati nell’anima, e viandanti che avevano ormai perso la strada e contadini dai campi floridi perché irrigati dal sangue; e uomini tutti di nero vestiti e dal capo chino, e uomini la cui sola meschina arroganza permetteva di tenere alto il capo, e anziane che una vita avevano vissute per i figli che le avevano poi tradite; e ancora uomini e donne, e ancora uomini e donne.

E Re e Regine anche vi erano, con ancora la corona sul capo e lo scettro in mano, ma quello che essi chiamavano loro regno non era più loro, e forse non lo era mai stato. E fate, dal viso appena illuminato da un alone di resa e dalle ali di libellula che mai più avrebbero lasciato dietro di loro scintille di spensieratezza; e angeli, dalle lucenti e bianche tuniche imbrattate di quella terra su cui continuamente precipitavano, che le loro ali erano troppo piccole e deboli per permetter loro di volare; e soldati, dalle vesti strappate non dal nemico, ma da essi stessi, che il velo di follia e orgoglio più non copriva loro gli occhi; e pirati, nei cui occhi aveva smesso di splendere il tesoro mai trovato, o quello nascosto per mai più doverne sopportare il peso; e poeti, dai versi dimenticati  oppure mai scritti, per paura che ciò accadesse; e ancora uomini e donne vi erano, e ancora uomini e donne.

E a capo di quella fila vi era una donna, forse una regina, certo una donna importante a veder dall’elegante abito e dai numerosi gioielli che ne adornavano le mani ed il collo. Fece un passo verso la scrivania ove mezzo morto sedeva il vegliardo. Senza alzare il capo su di lei, questi le chiese: “Colpevole o innocente?”

“Colpevole”, rispose quella; ma, ancor prima che essa avesse pronunciato la sentenza, il vecchio già aveva finito di scrivere la risposta su di un logoro libro dalle pagine ingiallite più dei muri dove il primo uomo fece i primi disegni.

“Colpevole”, rispose quella, e la spada cadde sul collo della donna inginocchiata in mezzo alla piazza.          

 

La mia testa era caduta….rotolata, rimbalzata sullo schifoso pavimento del patibolo, e, ormai pronta a scendere martoriata….(7)

…tanto, tanto fu il terrore che questa scena impresse nella mente della ragazza, che sentì quasi quella spada cadere sulla propria testa. Ma non la sua, bensì quella della donna sul patibolo, era la testa di quella donna che rotolando era sulla terra aveva imbrattato questa di sangue, e che ora veniva raccolta dalle piccole manine di un bambino.

Anche le mani di questo, ed i biondi e riccioluti capelli pure, si lordavano di quel sangue, ora che con un fazzoletto si adoperava a pulire quel viso che con un po’ di difficoltà teneva stretto tra le braccia.

Sangue, polvere e lacrime sul panno bianco di quel bambino, che pure pulito e immacolato rimaneva.

Quando considerò terminato il proprio lavoro  sorrise, e riappoggiò il capo sul corpo della donna, che sul patibolo era rimasto inginocchiato. La bocca della donna si aprì in un sorriso di gratitudine, e a quello il piccolo rispose con un bacio sulla guancia. Quindi scese dal patibolo, e si diresse nella direzione ove si snodava la fila, sfilando uno ad uno tutti coloro che ordinatamente la componevano.

Intanto nella piazza nulla s’era mosso, nessun grido si era alzato, nessun occhio sembrava aver seguito quella scena, se non quello della ragazza e della guida. Nessuno, nemmeno quello della donna che aveva pronunciato la sentenza, che sembrava scomparsa.

Un altro si fece avanti. Era un uomo. Cieco, le bianche ed indifferenti pupille erano rivolte al vegliardo. “Colpevole o innocente?”, chiese questi, la voce atona e senza timbro, come lo era stata anche prima.

“Colpevole”, rispose quella, e la spada cadde sul collo della donna inginocchiata in mezzo alla piazza. Nuovamente, e nuovamente rotolò insanguinata nella polvere, verso le piccole mani di un bambino, pronte a raccoglierla. E la raccolsero, le piccole mani di una bambina, dai capelli neri come quelli della donna che prima aveva decretato la morte della donna, dagli occhi verdi come quelli di quella donna, solo ora sorridenti e velati di lacrime, mentre prima privi di emozioni. Come il biondo bambino di prima, questa accarezzò e ripulì la testa decapitata, e poi la ripose sul corpo della donna, che anche questa volta non si era mossa dalla posizione di preghiera.

E ancora, e ancora e ancora. 

Colpevole, colpevole, colpevole, colpevole (8)        

…e la testa continuamente cadeva gemendo lacrime di sangue che ogni volta si aggiungevano a quelle che già imbrattavano l’armatura del boia o la barba del vegliardo, e continuamente la morte della donna era rinnovata, e la sua resurrezione anche, tra le braccia di un bimbo che sempre aveva le sembianze del penultimo l’aveva uccisa.

“Dobbiamo andare ora, la mia Signora attende”, disse la guida, la voce ora tornata distaccata; ma quello spettacolo troppo aveva colpito la ragazza,  e per portarla via da quella piazza fu il servitore fu costretto a prenderla nuovamente per il braccio e trascinarla dietro di sé.

Avrebbero potuto passare per incredibili viali alberati o perfino in magici boschi, o in stupende vie lastricate di soli rubini color del cielo di primavera, o per campi profumati e giardini colorati dell’essenza di tutti i fiori; avrebbero potuto attraversare tutto ciò, e forse lo fecero anche. Certo la ragazza non se ne accorse. Troppo grande per lei erano state le emozioni che come bestie feroci l’avevano assalita in quella piazza, ed ora negli occhi aveva solo l’immagine dell’espressione di terrore negli occhi di quella donna nel momento in cui la spada le cadeva sul collo, espressione che rimaneva anche quando quella testa che rotolava a terra, e che si tramutava in sorriso nelle mani del bambino che la raccoglieva e la coccolava. Questo solo vedevano i suoi occhi, mentre nella testa ritornava continuamente una frase che,quando era molto piccola, aveva sentito dire alla vecchia nonna, ormai sul letto di morte:

Mostratemi la tomba,

mio unico porto di speranza,

là dove in pace riposerò. (9)

….dove il porto, dove la speranza per quella donna?

“Ecco, la dimora della mia Signora è ormai vicina”, le parole del servitore scesero come un fulmine a spezzare le tenebre che coprivano gli occhi della ragazza, e….      

Anche se le grandi acqua dormono,

sono sempre l’abisso,

non ci può esser dubbio –

nessun Dio vacillante

infocò questa dimora

per spegnerla poi alla fine – (2)

         

Hanno scritto per voi:

(1) J. Kerouac, Angeli di Desolazione

(2) E. Dickinson

(3) W. Wordsworth, Le Escursioni

(4) J. Milton, Il paradiso perduto

(5) E.A. Poe, Terra di Sogno

(6) E.A. Poe, Terra di fate

(7) C. Nodier, I Demoni della Notte

(8) B.Harper Lee, Il Buio oltre la Siepe

(9) E.T.A. Hoffman, Mastro Martino il bottaio e i suoi garzoni


Categoria:

scritto da stories | 15:48 | commenti Torna in plancia


 

Collocazione provvisoria.

Ci sono delle volte in cui si sente il bisogno di ripetersi. Ritrovo nel mio archivio (ottobre 2003) un post già pubblicato ed attualissimo. E io insisto. Buon Passaggio di pace, amici, passanti e ri-passanti.
"Allora, ascoltando o leggendo le recenti insopportabili polemiche sulla "croce-attaccata-si-croce-attaccata-no" in cui sguazzano tutti gli integralismi ottusi e prepotenti, i politicanti gracchianti, i giornalisti e commentatori "audienceescandalo", etc., mi sono tornate in mente le croci di carne e di sangue dei somali inchiodati nel nostro mare, dei poveri cristi vittime delle guerre in corso, moltissimi non arrivati mai neanche a 33 anni. Delle milioni di croci di bimbi uccisi dalla fame e dagli stenti di cui ignoriamo volti e storie.
E ho ritrovato uno scritto di
don Tonino Bello dal titolo quanto mai azzeccato: "Collocazione provvisoria". Potete, se volete, appenderla ad un vostro muro.
L'immagine è un bozzetto di una mia scultura. Questa non attaccatela al muro. MB"

Collocazione provvisoria
Nel Duomo vecchio di Molfetta c'è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l'ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria. La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell'opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito. Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non so quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell'abbandono. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Coraggio. La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre "collocazione provvisoria". Il Calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce. C'è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo. "Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra". Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell'uomo. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell'orario, c'è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio. Coraggio, fratello che soffri. Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.
(da “Alla finestra la speranza”, Antonio Bello)








Categoria:

scritto da broiolo | 13:21 | commenti Torna in plancia




venerdì, aprile 09, 2004
 

104. LA CITTÀ DEI TESTIMONI SIMULTANEI (AGGIORNAMENTO)

 

Prima di spegnere il pc e prendermi alcuni giorni di pausa riassumo in cosa consiste il progetto di Blog evento ipotizzato nel post del 25 marzo e arricchito dai suggerimenti dei visitatori.

C’è una città immaginaria, la stessa per tutti, che i blogger che aderiscono al progetto visitano nello stesso giorno, un giorno fatidico, in cui si teme la caduta di un meteorite sulla città.

Nella città ci sono la stazione ferroviaria, il museo archeologico, il giardino con il labirinto, il cinema multisala, la Piazza Grande, il viale alberato, il mercato all’aperto, lo stadio, i Bar, i giardini pubblici con l'altalena e i toboga, la spiaggia con il suo lungomare, una scuola dove si insegnano cose diverse e soprattutto in modo diverso, l'Ufficio Amministrativo Centrale dove gli impiegati passano tutto il tempo a scambiarsi post sotto forma di aeroplanini di carta, una biblioteca con un bibliotecario un po' depresso e paranoico, il belvedere dove perdersi con lo guardo e con la mente in un piacevole panorama, la scogliera alla periferia della città, un luogo suggestivo ma molto pericoloso.

I blogger che vorranno partecipare scriveranno la propria testimonianza della città, di quello che accade, di come la città vive l’attesa del meteorite, e pubblicheranno il resoconto più o meno alla stessa ora dello stesso giorno, più o meno simultaneamente.

 

La mia proposta è di pubblicare il post resoconto venerdì 4 giugno intorno tra le 18.00 e le 19.00. Prima di quella data, mi piacerebbe che si facesse girare la proposta di partecipazione in modo da aumentare il numero di Testimoni Simultanei e ottenere un risultato d’impatto.

 

 

 


Categoria:

scritto da PaoloGalloni | 09:08 | commenti (1) Torna in plancia


 
Perception is reality

Perception is reality, mi disse quel giorno di tanti anni fà un collega indiano (dell'India, non un Apache) in un fastfood alla periferia di Atlanta. Io, che stavo riflettendo su come togliere la fottuta cipolla dall'hamburger e dal resto dello schifoso panino, non diedi il giusto rilievo a quella frase. Non immaginavo, allora, che questa stupida frase mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. E risposi all'indiano (dell'India, non un Apache) semplicemente con un occhei, occhei, iù ar rait, snobbandolo.

Perception is reality. In breve, la realtà è superata da ciò che si percepisce di essa. Faccio un esempio, visto che un bell'esempio vale più di mille trattati. FIAT. Ancora oggi, dopo tanti anni, l'automobilista medio percepisce le auto FIAT come auto di mediocre qualità. Eppure non è così. Non più, ormai. La verità è che le auto italiane sono qualitativamente comparabili, se non migliori, delle (stronze) auto tedesche. Eppure l'utente, il solito caro automobilista medio, vede le auto FIAT come auto nazionalpopolari. E la sua percezione supera la realtà e si sostituisce alla realtà stessa. E influenza gli altri consumatori. Ed è così che FIAT non è ancora riuscita a togliersi di dosso la percezione di produttore di mediocre qualità. Chiaro, no? Facciamo un altro esempio. Berlusconi è un imbecille. E' un insulto all'intelligenza degli italiani. Ma è sufficientemente furbo da capire che se riesce a dare un'immagine poco più che decente di se grazie al suo impero mediatico (-21,457 incidenti! + 345894 posti di lavoro! +200 Euro di pensione!), allora cambierà la percezione di se tra le masse. E quindi cambierà la realtà delle cose.

Perception is a reality è una delle frasi preferite da chi fà marketing, oggi. Pensate ad un caso del genere (ancora: un esempio vale più di mille trattati; io 'sti benedetti mille trattati li scriverei pure, ma a pranzo ho da fare e poi alle sette mi aspettano a casa e....). Io sono l'amministratore della Giusec Food Corporation. Produco i biscotti per bimbi Miagolino, che sono una gran merdaccia e contengono metanolo e fanno pure male alla salute dei bimbi. Costano tanto e vengono pubblicizzati come prodotti di altissima qualità. Miagolino, il biscotto per l'esigente bambino. Ora, se la Giusec Food Corp è talmente in gamba da far si che la gente percepisca il prezzo come indicativo di alta qualità piuttosto che di una gran presa per il culo, il gioco è presto fatto. Il consumatore penserà al Miagolino come ad un biscotto eccelso. E sarà disposto a pagare di più pur di avere il bel biscottino al metanolo.

Così la percezione che si ha di noi italiani nel mondo è (più che) pessima. Mafia, spaghetti, caffè e mandolino. Noi sappiamo che non è vero, ma è la percezione ed ha ormai sostituito la realtà. Premier come Berlusconi, poi, non ci aiutano di certo. Anzi, più stronzate internazionali fa, più le sue stronzate si riversano sulla percezione che gli europei hanno di noi. Allo stesso modo tutti pensano che gli spagnoli facciano ancora la siesta, dopo pranzo. Niente di più falso. Questione di percezione. La maggioranza degli uruguaiani pensa che gli europei non si lavino. Forse, ma è sicuramente una percezione. Gli uomini italiani pensano di essere ancora dei latin lover, amati da tutte le donne del mondo. Ecco, questo è un caso di autopercezione. E così via, si potrebbe andare avanti all'infinito.

Tutto questo per dire cosa? Che, quotidianamente, bisogna fare distinzione tra percezione e realtà. Ah, dimenticavo. Io quell'hamburger riuscii a terminarlo, e mi provocò una colica addominale della madonna. L'indiano (dell'India, non un Apache) mi aveva però ripetuto cento volte che era l'hamburger migliore di Atlanta, una vera squisitezza. E così mi convinsi di aver mangiato una fantastica delizia, roba da veri gourmet, e raccontai per anni che l'hamburger che si mangia ad Atlanta non ha eguali nel mondo. Perception is reality.














Categoria:




domenica, aprile 04, 2004
 

TENEBRA

 

Parte prima

…e dalle tenebre un  braccio d’ombra si levò, e da quello nella dissolvenza dell’oscurità una mano si allungò verso la ragazza, che giunta ormai sulla più alta torre del proprio castello più non poteva proseguire nella fuga. Il calore di ghiacci eterni la strinse in un abbraccio, quando quella nuvola caduta dal cielo le cinse la vita. “Non avere paura piccola”, le disse una voce, “non avere paura bambina, poiché solo la mia padrona desidera incontrarti, sol la Signora delle Tenebre desidera incontrarti”.

E per cosa lottare? Per cosa resistere? Povere bambina, sol la Signora delle Tenebre voleva incontrarla, nient’altro, nulla più. Ed aveva lei d’altra parte scelta?

Lasciò che l’abbraccio si stringesse, e non oppose resistenza mentre l’oscurità della notte la tirava a sé. Chiuse gli occhi però: “è una cosa stupida”, si disse, “poiché cosa vi può essere mai di così spaventoso in un luogo ove le tenebre nulla permettono di vedere?”, ma aveva paura, e quindi chiuse gli occhi. D’altronde non cambiava niente, poiché nulla si poteva vedere là dove era desiderata.

Così pensava: ma invece……

 “Apri pure gli occhi bambina”. La voce giunse alla ragazza come eco morto di un sogno, un sogno in cui era stata trasportata in volo in un cielo dove notte e giorno erano in guerra e della prima erano le vittorie e l’oscurità  e  del secondo le morti e i silenzi…

Parole…

Son parole le stelle…

Chi ha vinto? Chi ha perso? (1)

…in volo tra anelli di fuoco e lacrime di stelle, tra le maglie delle tele di ragni dalle tre bocche colorate del sangue degli angeli e nelle grotte scavate dal verme conquistatore; in cui draghi e fate e fenici dalla mille morti erano state sue compagne, e campane avevano suonato al suo passaggio mischiandosi a canti di Demoni in festa ed al santo liuto di Israfel in lutto, e campanili e castelli e torri erano crollati sotto la sua ombra, e tanti canti e infinito dolore l’avevano seguita mentre sorvolava fiumi e laghi e mari che solo erano un unico oceano…

Come se il mare si spartisse

Mostrando un altro mare –

E questo – un altro – e tutti e tre

Presagio appena fossero

 

D’una serie di mari –

Inviolati da spiagge –              

Per esser loro ai mari la riva –

Questa è – l’eternità (2)

 

Da tale sogno sembrò provenire quella voce, la stessa che sulla più alta torre del suo castello le aveva parlato. Un secondo, un minuto, un vita prima? Da tale sogno, che quando la ragazza aprì gli occhi sembrò continuare….

La scena si svelò improvvisamente

Una città imponente – dite pure

un mare di edifici, fin laggiù

dove sparivano in un prodigioso

abisso di splendore – senza fine!

O città di diamanti, città d’oro,

cupole d’alabastro, argentee guglie,

terrazze su terrazze, alto levate! (3)

…e case d’ombra rivestite e da tetti d’oro splendete ricoperte, palazzi alti più delle colline che dalla cameretta nel suo castello ogni mattina vedeva svelarsi lentamente alla luce del sole, alte più dei monti invalicabili che vivevano nei racconti dei suoi coraggiosi cavalieri, più del cielo che ogni giorno ed ogni notte ospitava le stelle alle quali confidava i suoi sogni, il Dio al quale rivolgeva le sue preghiere. E vie, lastricate di mattoncini d’ebano e d’avorio, grandi e possenti quanto il corso del Sacro Nilo egizio, o strette e tortuose quali torrente di montagna, come vene percorrevano quel corpo, e come vene infine tra loro si riunivano, e tutte si dirigevano verso il cuore.

“Dove siamo?”, chiese, ma senza voltarsi verso l’interlocutore, poiché qualcosa le diceva che meglio fosse che non lo vedesse.

“Siamo nel regno della mia Signora”, quegli rispose, “Ella desidera conoscerti, ora che tu sei pronta, ora che anche tu hai desiderio di incontrarla”.

“Io desiderio di incontrarla? Ma se nemmeno…”, “Ella mai si presenta senza aver ricevuto un invito”, la interruppe la voce, “e se ha mandato me, suo umile servitore, a cercarti per condurti a Lei, vuol dire che prima tu Le hai chiesto compagnia”. Lasciò gli occhi della ragazza vagare ancora curiosi e impauriti tra l’oscuro splendore del regno della sua Signora, ricoperto di un cielo che donava al paesaggio una luce crepuscolare.

Ma cielo? E Luce?

“V’è una sola stella nel regno della mia Signora”, disse la guida, interpretando stupore e paura nello sguardo della ragazza perso ad osservare il nulla sopra di sé, “ Essa giace nel fondo del mare, poiché in un tempo lontano litigò con il cielo, e questo La scacciò dal suo Regno. Lei si lasciò cadere allora sul fondo oscuro dell’amico mare , e subito dopo scacciò il cielo e i suoi fedeli da qualsiasi luogo la Sua luce d’oblio riuscisse a raggiungere”.  

“Ora seguimi”, riprese infine dopo alcuni secondi di pausa, “Lei ci attende nel proprio palazzo”, e prese quindi a camminare lungo una via lastricata di candide e lisce pietra bianche dove, incastonate come mazzetti di fiori, gemme verde smeraldo e cuori d’ambra luccicavano di una tetra luce.

La ragazza lo seguiva con passi incerti, stando sempre bene attenta a restarne al fianco; mai perderne il passo, mai rimanerne indietro.

“Ancora per molto dovrai osservare quella foglia”, disse il servitore, dopo alcuni minuti durante i quali, in silenzio, avevano proseguito attorniati da alberi tinti di autunno, “se vuoi vederla cadere sulla strada”, si fermò proprio sotto l’ombra immobile di un albero, “o forse pochi secondi, o forse non cadrà mai”.

“Cosa vuoi dire?”, chiese la ragazza, fermatasi al suo fianco, mentre, ben attenta ad evitare la vista dell’accompagnatore, alzava lo sguardo verso la chioma tinta di colori morti sopra la loro testa. “Quando è tempo per una foglia di morire? Pensi tu di saperlo piccola, o di poterlo addirittura decidere? Della forza che le sostiene ad un ramo, la foglia stessa non ne è l’unica depositaria, e del vento che le sostiene in volo, è forse lei che può decidere quando deve smettere di soffiare? Sei forse tu?” Due foglie si staccarono da un ramo a qualche metro d’altezza dalla loro testa. Una, dai colori ancora giovani, piccola e leggera, cadde come masso ai piedi della ragazza; l’altra, più grossa, ma striminzita e rinsecchita e tutta ripiegata su sé stessa, prese a volteggiare sopra le loro teste. “Nemmeno è la natura che lo decide, poiché troppo giusta essa sarebbe, per il mondo della mia Signora,  e per quello tuo e del tuo dio”.

Riprese a camminare, e la ragazza a seguirlo, mentre sopra di loro quella foglia dalla vita già bruciata, quello scheletro decrepito di un antico e ormai dimenticato verde germoglio, quell’angelo in putrefazione, continuava come una piuma volteggiare in cielo.

“E’ autunno ora, nella terra della tua Signora?”, chiese la ragazza, mentre faceva attenzione a schivare una piccola pozza d’acqua cristallina, una delle tante che qua e là aprivano squarci di cielo celeste sulla strada. “E’ appena piovuto?”, chiese ancora.

“Non vi sono stagioni in questa terra, oppure ce ne sono quattro quante sono quelle del tuo mondo, o  trecentosessantacinque quali sono i giorni che tu conti per unirli in un anno: che per la mia Signora non v’è tempo che non sia per nascere e non v’è momento che non sia per morire”, rispose il servitore fermandosi ai margini di una pozzanghera, anima quanto le altre limpida e candida.

“E’ piovuto mia piccola bambina? Osserva bene, e vedrai qui tempeste che mai le forti mura del tuo castello oserebbero sfidare”. La ragazza si chinò ad osservare dentro la pozza, e dapprima altro non vide che la propria immagine, la propria sola immagine, riflessa in essa come in normale pozza d’acqua; ma poi quell’immagine si frammentò, in dieci e cento e mille e milioni di parti, quali erano le lacrime che si raccoglievano in quello specchio di desolazione.

Lacrime di sentimenti traditi e di emozioni uccise, di dolore ingiustamente sopportato e di infamie. Quale tempesta di pianti disperati; quale bufera di segreti traditi e di amicizie spezzate; di amori senza amore o di amori veri a cui il tradimento della vita, quando non quello degli affetti, aveva posto la fine all’eternità che quel sentimento prometteva. Turbini di sofferenza e tifoni di tristezza spazzavano la superficie, e neri arcobaleni di odio seguivano a furiosi temporali di tuoni e fulmini roventi.

“Queste sono le piogge del regno della mia Signora, e sono eterne quanto il suo Regno”, disse il servitore appoggiandole una mano sulla spalla, “ma ora dobbiamo proseguire, Lei ci sta aspettando nel suo palazzo”. La ragazza stava per chiedere qualcosa, ma la guida la interruppe prima che potesse aprir bocca, “Ascolta il vento, ed ogni risposta ti sarà data”, egli disse riprendendo a camminare.

Tese all’ora al vento l’orecchio la ragazza, al vento di sospiri che spirava sui loro visi. Tanto debole da non sostenere una giovane foglia, tanto forte da tener in vita chi già morto. Tese l’orecchio ai suoi racconti la ragazza…

Il suono del silenzio

È tutto l’insegnamento

Che avrai (1)

….e che storie quello gli confidò, che la purezza di una lacrima ne sarebbe morta di sporca e marcia contaminazione. 

Continuarono ancora per un poco su quella via larga e diritta che avevano intrapreso all’inizio del loro cammino. Man mano che si avvicinavano al cuore della città gli alberi diminuivano, e le pietre che formavano il letto della strada si facevano via via più rozze e meno lavorate, ed il loro colore perdeva di candore, e la luce che su di loro si rifletteva assumeva toni sempre più foschi.

Arrivarono infine ad una porta ad arco. I cancelli argentei della porta aperti verso l’interno, i due la attraversarono, mentre, torvi a guardia della porta, dalle due colonne di nera ardesia li seguivano gli sguardi cupi di due fiere e di due leoni. Con titubanza la ragazza osò porgere gli occhi su quegli idoli di pietra dall’iride viva, mentre con assoluta paura evitò lo sguardo del nero falco che sovrastava la porta, i cui artigli di diamante che pendevano dall’alto sulle loro teste sembravano prender lucentezza dalla morte.

Superata la porta dopo pochi passi svoltarono a destra, in una piccola via di luce rossa che si dirigeva al cuore della città, e…..    

 

……folti

d’armi infuocate e di paurosi volti

…continua….

 

Hanno scritto per voi:

(1) J. Kerouac, Angeli di Desolazione

(2) E. Dickinson

(3) W. Wordsworth, Le Escursioni

(4) J. Milton, Il paradiso perduto


Categoria:

scritto da stories | 17:57 | commenti (1) Torna in plancia




venerdì, aprile 02, 2004
 

L’ho sempre detto: l’anima della politica sono gli uomini politici. Quelli veri. Ebbene, sì, tra vent’anni, ai miei nipoti, potrò dire: “Quella sera, ragazzi, c’ero anch’io!”.

 

Stasera, l’ho visto, era proprio lui: l’onorevole Massimo D’Alema. “Il Presidente”, come lo chiamavano i compagni dalla platea. Quelli più intimi gridavano: “Massimo!”. E lui si scherniva, facendo volteggiare una mano nell'aria, come a dire: “Schhh… state buoni, dài, non fate così…”.

 

E’ arrivato per ultimo, con la sua scorta. Come le prime donne. E noi eravamo lì ad aspettarlo. Per vederlo, non ad un comizio, in piazza, dal basso verso l’alto, ma per vederlo dal “vivo”, da “vicino”…

 

Infatti, era lì, a pochi metri, seduto in maniera composta, concentrato, come uno scolaretto nel banco, ad ascoltare, con noi, Ugo Intini che parlava di liberalsocialismo e di grandi sistemi in crisi, mentre lui piegava pazientemente un volantino e faceva una barchetta di carta (deve essere un grande esperto di origàmi).

 

Proprio lui, il leader Maximo, il vicepresidente dell’Internazionale socialista. Con la cravatta blu con simpatici pallini bianchi, vestito grigio, mocassino nero con fibbia, capello brizzolato, con la riga di lato e i suoi inconfondibili baffetti da sparviero. Vabbè… lui, questa città, la conosce bene… oltre ad essere pugliese, ha sposato una di qui, e quindi conosce il passato, le vicende e la storia di questo sperone speronato…

 

Eravamo tutti ammucchiati, in piedi e seduti, in un affollatissimo cinema del centro. Hanno parlato altri, prima di lui, ma la platea aspettava  ansiosa il suo intervento di chiusura. E, quando si è alzato dalla sedia ed ha preso il microfono in mano, l’abbiamo visto in tutta la sua altezza (un metro e sessantacinque scarso)… c’è stata un’ovazione, un boato, un tripudio della folla!

 

Il suo intervento è stato lucido, calmo, ma pungente.  Aveva una mano infilata sempre nella tasca (forse cercava le chiavi di casa?). Ma non voglio scrivere di quello che ha detto del governo  Berlusconi. Non voglio annoiare o infastidire, parlando della guerra. Non voglio discutere di quello che ha detto a proposito di quello che ha fatto (e non ha fatto) il Governo di centro-sinistra.

  

Io, con me, avevo portato anche mio figlio. Gli altri papà, la domenica, portano i figli allo stadio. Io lo porto a vedere D’Alema. Non voglio che diventi un ultrà impasticcato da curva sud e che, da grande, si inventi l’inverosimile per toccare la spalla e i capelli di Totti. Ci siamo seduti, emozionati. Ed abbiamo ascoltato il  Presidente dei DS… Peccato che, a un certo punto, Ale, stanco e assetato, mi abbia chiesto: “Papi, ma quando comincia il film?”

 

A parte questo, quello che mi chiedevo, stasera, era: quante volte lo abbiamo sbeffeggiato, l’onorevole D’Alema, per il suo baffino? Gli abbiamo dato del burocrate, dell’uomo d’apparato, sofisticato, appuntito. L’uomo che ha ucciso il comunismo sotto la Quercia. Eppure… stasera lui era lì. Disciplinato. L’unico a presentarsi. A differenza di Franco Marini e di  Pecoraro Scanio che, hanno inventato una scusa, e ci hanno dato il due di picche… E lui se n’è accorto… se n’è lamentato… Gli ha tirato le orecchie ai suoi compagni di alleanza, assenti… Lui è uno che nella politica (quella vera) ci crede ancora. Ed era lì a testimoniarlo con la sua presenza.

 

E sai perché te lo dico, Massimo? Sai perché me ne sono accorto che tu ci credi ancora nella differenza tra la destra e la sinistra? Sai perché l’ho capito che tu sei ancora contrario a quella destra che sostiene solo le leggi del mercato (e quindi dei potenti) e favorevole a una sinistra che vuole, invece, uno Stato che regola il mercato e cerca di impedire che quest'ultimo schiacci i deboli ed i loro diritti? L’ho capito dalla tua cravatta.

 

La donna può esprimere la sua personalità, forse anche il carattere, oltre che il gusto o il cattivo gusto, con i colori, gli abiti di fantasia, il trucco sulle labbra e gli occhi, il fondotinta; l’uomo invece, a parte i baffi o la barba, ha a disposizione solo la cravatta per esprimere la sua personalità. Dietro una cravatta anonima, c’è quasi sempre una mentalità burocratica, e sotto una cravatta invereconda, difficilmente batte un cuore molto sensibile. Sembrerà una sfumatura, ma la cravatta ha la sua importanza perché si porta dietro gli sbalzi o gli umori dell’animo, oltre che il carattere, il coraggio, la personalità, la sensibilità.

 

Non farò come Benigni, a proposito del caro Enrico Berlinguer. Non dirò: D’Alema, ti voglio bene. Però, sai Massimo, stasera, avevi proprio una bella cravatta!

 

 


Categoria:

scritto da BaroneAgamennone | 15:06 | commenti (1) Torna in plancia