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mercoledì, giugno 16, 2004
(Da un'idea di Paolo Galloni) Categoria: LA CITTA’ DEI TESTIMONI SIMULTANEI Testimone: Paolo Galloni Nel labirinto (orgoglio della passata amministrazione) le parole si pronunciano come se ci fossero dei pesi aggrappati ai denti. Da qualche parte, qui vicino, gironzola una cantilena di voci invisibili, forse una preghiera per scongiurare la caduta del meteorite. O affrettarla, perché no. O almeno che si schianti altrove, che non si senta il rumore e i calcinacci non sporchino i davanzali e il telegiornale apra con dolore. Ho chiesto in giro, c’è nervosismo, ma sono in pochi ad aver lasciato la città per paura. In molti, credo, ha prevalso l’orgoglio. L’indifferenza è simulata, il che la rende normativa, più spessa ed efficace, vischiosa, come i sentimenti recitati a teatro. La cantilena mi disturba, mi si attacca alla pelle insieme all’afa, mi fa pensare a un’estasi malata, a un delirio di unanimi febbri malariche. (Mi viene in mente –forse è un antidoto- quella volta che ero appena rientrato da Bologna e ha squillato il telefono, e la voce di F. mi ha chiesto “quanto è giovane il tuo spirito?”, perché, inatteso, era arrivato C. e si festeggiava da Matusel, e io ho preso il treno e sono tornato a Bologna). Scelgo le deviazioni con l’unico criterio di allontanarmi da quel salmodiare malsano che puzza di rancore e mi dà la nausea. E la fortuna mi aiuta: proprio in fondo al nuovo corridoio che imbocco ci sono due giovani mimi, un ragazzo e una ragazza. La cantilena sfuma nel loro silenzio. Quando li accosto simulano il mio ingresso in una bottega di barbiere. Il contrario dell’Apocalisse: un panno caldo (io lo percepisco caldo) intorno al collo, la schiuma da barba distribuita con il pennello, il movimento sicuro, rituale, del rasoio e delle forbici. Infine, il profumo. Questa volta è vero. La ragazza prende dalla borsetta un ampolla e sparge intorno al mio capo appena rasato un aroma fresco di prati e di brezze. Una promessa, o un invito. Significa che la città si salverà e io la lascerò presto, prima che la salvezza venga revocata a causa della colpa di cui si macchierà: opporre alla felicità la vita com’era ieri, il giorno della fine del mondo, del senso svelato subito dimenticato. ____________________________________________________________________________________ esterno pom/sera.Porta Palazzo, piazza /suk di Torino -Salaam aleikom, Baba..che c'e' di nuovo oggi? Meteorite?da?vollere pikkolo meteorite taskabile, gonfiabile, rigenerabile? In nostra piccola patria dei padri di Grrande Russia, (Si intravede sullo sfondo un disgustoso Puffo verde ,gonfio e lercio, che raccoglie firme Nel mentre, una gentilissima vecchietta sopravvissuta all'emergenza caldo dello scorso anno Cerco... cerco... Non ci riesco... ci sono abissi che l'amore non può superare, nonostante la forza delle sue ali. Sono qui, sola... Le campane della vicina basilica gremita stanno suonando ininterrottamente, onde sonore libere nelle vie dei cieli, fascino suggestivo dell' antico richiamo religioso e comunitario Io sono qui, sola... La città dei testimoni simultanei " Ssìssìssì…lo so, lo so… lo so che sono sempre in ritardo. Non lo sapessi, ma lo so. La parola “ritardo” ha sempre segnato la mia vita . Dall’annuncio della mia nascita in poi… Tutte le mamme con la mano palpitante sul cuore dicono “Tesoro, fra un po’ saremo in 3, in 4, in 5 (dipende dai transiti della luna, si sa…)…, la mia no…la mia ha detto…. “Accidenti…cosa vorrà dire ‘sto ritardo’ ”? e dopo 8 mesi e qualche giorno fuori termine sono nato io. Come…come dice?... No, non sento bene. Qui tutto è disturbato e questa polvere grigia pizzica, dio se pizzica, e brucia anche un po’…gli occhi, si, brucia gli occhi. Ecco , appunto, dicevo…. io ho eliminato gli orologi dalla mia vita, sì…perché vedere quell’ andare e tornare, quell’andare e tornare di numeri, uno sull’altro, in fila indiana, mi è fastidioso, troppo fastidioso, quasi come una persona che raccoglie col cucchiaino lo zucchero nell’ultima goccia di caffè…clang clang… il cucchiaino batte i bordi…. sì sì, anche i minuti, battono i bordi e fanno clang clang…e io basta, niente orologi, no-no-no-no e niente calendari… e poi, e poi cosa me ne faccio dei calendari, io, nella saletta sotterranea della biblioteca..? Nulla. Non servono a nulla…Io sono il Grande Lettore, il Selezionatore dei testi che si diramano in ogni punto informatico di lettura… Io non esco mai…che esco a fare?…Io respiro l’aria che mi serve, qui, e non ho orari... Il cibo, dice…beh…mica è un problema…dalla mensa arriva quello che mi serve…già, lo sarà ora, forse, un problema … mah… Sì, certo che mi dispiace… Ovvio che mi dispiace. Ma avevo rimosso… stavo leggendo un vecchio libro, koff koff…fastidiosa questa polvere… e, sì, ho sentito l’ultimo allarme, davvero l’ho sentito…ma il libro mi teneva…mi chiamava… Lo sanno tutti che amo Bufalino, via… lo sanno tutti…. Le ultime righe di Argo, poi… E così mi sono dimenticato di uscire: era pronta la valigia....Ho sentito quel boato e insieme lo screpolarsi di un cristallo ….sono corso fuori….Difficile dire cosa stia succedendo…solo questa polvere di cristallo… aria azzurra. Sì, comandante, capisco…La colpa è solo mia….dovevo ricordare l’orario di partenza…L’ultima astronave…già… sempre in ritardo… Ah, la sento sempre più lontana…Il cellulare spaziale sta spegnendosi…Koff koff…è polvere che taglia, ….peccato. Sì, gentile a preoccuparsi per me… Posso regalarle quest’ultima frase, gliela leggo?….Non c’è tempo? Ah, buon mondo nuovo, allora,… comandante…. Lei dice il tutto per il nulla? La vita per una frase? Forse…o tutta la vita in una frase? La leggerò comunque, per voi, guardando verso l’alto… Primo sole a sinistra di Sirio? Bene, vi penserò… ma non dica che questa è solo una frase…no, non lo dica, per favore… clic. “Tu, poca, misteriosa vita, che posso dire di te?....Odiabile, amabile vita! Crudele, misericordiosa. Che cammini, cammini. E sei ora fra le mie mani: una spada, un’arancia, una rosa. Ci sei, non ci sei più: una nube, un vento, un profumo….Vita, più il tuo fuoco langue più l’amo. Gocciola di miele, non cadere. Minuto d’oro, non te ne andare…” La città dei testimoni simultanei (testimone: stazitta) Ci ritroviamo insieme, seduti a terra con la schiena contro il muro, le spalle che si toccano, parliamo guardando avanti, scivolando lo sguardo sugli oggetti conosciuti, fissandolo ora su particolari inattesi, un puntino luccicante che non ha significato, finché lo sforzo della messa a fuoco lo identifica, il finto brillantino dell’orecchino rotto e perduto qualche mese fa. Là sotto quella credenza scrostata, chi dei due avrebbe dovuto occuparsi di riverniciarla? Da questa altezza il mondo è diverso. Lo sguardo abituato ad appoggiarsi sulle cose è ora costretto a non fidarsi più dell’abitudine. L’abitudine, quanta fatica e quante sconfitte nel tentativo di starne lontano. Eri tu che ne fuggivi coma da una malattia, sempre attento ad indagarne i primi sintomi su di me, rimproverandomi e sollecitandomi a curarmi. C’è un’ombra scura là sotto, la vedi anche tu? Da qui mi sfugge la sua forma, è appiccicata al pavimento, è un insetto…dici che è troppo fermo per avere vita. Ma l’insetto non può che fermarsi di fronte al pericolo, non ha armi per difendersi, o scappa o si ferma, fermo per apparire morto, morto per salvarsi. Mi sento come un insetto che non può scappare. Sto qui ferma ed aspetto. Categoria: lunedì, giugno 07, 2004 Frammenti di vita
Max
Suo fratello lo stava chiamando dalla cucina, urlando che erano in ritardo. Si guardò allo specchio e non si riconobbe. Cosa aveva di diverso non avrebbe saputo dirlo. Sapeva solo che da un pezzo, nello specchio non trovava più Massimo, ma solo Max. Infilò la felpa, scolorita come la sua anima, con una smorfia di dolore. La spalla faceva ancora molto male e il collo era bloccato. Alle cinque, ennesimo appuntamento con un medico sconosciuto, per l’ennesima diagnosi, di cui non gli importava niente. Di niente gli importava più, ormai. Voleva essere morto. Quanto aveva pregato: … perché non sono morto io, invece di Monica? Perché, cazzo! Almeno lei sarebbe viva e io non soffrirei… tutti sarebbero contenti…
"Dai, Max, muoviti! Siamo in ritardo. Possibile che tu non riesca ad essere puntuale?"
"Okay, arrivo… dai, non rompere!"
Guardò suo fratello e gli vide negli occhi la stessa desolazione e impotenza con cui, quando aveva cinque anni, aveva guardato il suo cane che stava morendo. Lo ignorò, abbassando lo sguardo, e lui, dopo aver preso le chiavi dell’auto, uscì e lo precedette con un gesto di sconforto.
Max s’infilò a fatica sul sedile, soffocando un’imprecazione, e Marco lo guardò con apprensione: "Ti fa molto male? Perché non dici mai niente? Perché non mi parli più? … non ci parli più… non parli a nessuno, tu! … che cazzo hai? Parla, no? Urla! Dì, qualcosa! Cosa vuoi fare, il martire? Pensi che noi non soffriamo a vederti così? Cazzo, Max, parla!" con un pugno al volante, Marco sfogò la rabbia che avrebbe voluto indirizzare a Max e partì strappando le marce e facendo gemere le gomme.
Il silenzio assoluto, seguì lo sfogo di Marco. Per tutto il viaggio, Max tenne gli occhi chiusi e non fiatò.
Dal medico, stessa cosa. Max entrò solo, ascoltò l’ennesima diagnosi e i consigli per effettuare un altro intervento chirurgico, con lo sguardo muto come la sua bocca. Il medico fece entrare Marco nello studio, solo per avere un interlocutore, e spiegò di nuovo cosa riteneva dovesse fare Max, mentre l’interessato continuava nel suo mutismo.
Il rientro fu ancora più ostile dell’andata e, appena entrati in casa, lui si rifugiò nella sua camera, dicendo che non aveva fame, e chiudendo ostinatamente la porta sul resto del mondo. Si buttò sul letto, con le scarpe e il giubbotto e sperò di poter dormire e non svegliarsi più. Da tanto tempo si augurava questo, ma non era mai successo. Da un anno Monica era morta e lui non voleva più vivere.
Gli altri lo odiavano, lo sapeva, e la sua famiglia si vergognava di lui, del male che aveva fatto alla famiglia di Monica. In paese tutti lo sfuggivano e, in ogni caso, lui non usciva più. Ne aveva abbastanza di sguardi ostili, di commiserazione, d’odio e rabbia. Ne aveva già troppa dentro il cuore, per sopportare anche quella altrui.
Guardava il soffitto e vedeva il viso di Monica, quell’ultima sera: era bellissima, e allegra come sempre. Monica era sempre di buonumore e riusciva sempre a farlo stare bene. Quella sera aveva i capelli legati in una coda alta e un vestito blu che le stava benissimo. Avevano passato la sera con amici, poi lui aveva proposto di andare via, per starsene un po’ da soli e aveva guidato per quella strada di montagna, tutta curve. Era sveglio e non aveva bevuto… solo una birra, di questo era sicuro. Ricordava bene tutto, fino a quella curva da cui si vedevano le luci della città e la luna li aveva bagnati con la loro luce. Stava per fermarsi e Monica stava ridendo… poi si era svegliato all’ospedale e Monica non c’era più.
Lui l’aveva uccisa. E ora aveva il cuore vuoto e secco, come una prugna rimasta in fondo al sacchetto per mesi … Dio, perché non mi fai morire? Prendimi, ti prego… fammi tornare insieme a lei… qui non ci posso più stare… ti prego... ti prego… fammi tornare insieme a Monica… non ce la faccio più… rimarrò qui, finché non arriverò da lei…
Ecco, la vedeva. Aveva il vestito blu, come quella sera, ma i capelli ora erano sciolti e lucidi: sembravano brillare alla luce della luna. Monica gli veniva incontro allungando le mani verso di lui. Le sue mani erano fresche sul suo viso accaldato e lui provò una sensazione di benessere. Erano mesi che non si sentiva così… Finalmente tranquillo, si girò nel letto e si raggomitolò abbracciando il cuscino.
Il risveglio lo colpì come una mazzata: era di nuovo lì, nel suo letto, ed era vivo, nonostante tutto. La testa gli faceva un male tremendo e il cuore batteva così forte da impedirgli di respirare. Era bagnato di sudore, fino nelle mutande e forse anche più sotto. Allungò la mano verso l’orologio: le due! E ora che avrebbe fatto? Tutte le notti si trascinavano così: ore a girarsi in lenzuola umide di sudore e i pensieri che vagavano impazziti in un’unica direzione. Non ne poteva più. Sentiva che non poteva più andare avanti così. Non reggeva più quell’enorme fatica: la fatica di vivere.
Si alzò e si tolse le scarpe e il giubbotto, i pantaloni e si sbarazzò a fatica della felpa. Il dolore fisico accentuò quell’altro dolore e lui sentì il peso dei prossimi anni e capì che non l’avrebbe mai fatta. Ora aveva solo le mutande, ma erano bagnate e gli pesavano. Se ne liberò con un calcio e s’infilò in quel letto da cui non voleva più alzarsi. Allungò la mano verso il comodino e prese il flacone delle pillole per dormire. Ne aveva troppo bisogno, doveva assolutamente dormire. Ne prese due e le trangugiò, deglutendo con la gola che sembrava di carta vetrata.
Si girò finché non lo colse di nuovo un sonno più agitato ancora. Era di nuovo lui, Massimo, e aveva la stessa felpa, ma ora i colori erano vivi come quando l'aveva appena comprata. Camminava in una specie di bosco, molto scuro e buio, la strada era in salita e ogni tanto un piede scivolava sul terreno umido. Si guardò le scarpe: avevano la suola di cuoio liscio e non erano adatte a quella passeggiata nel bosco. Avanzava a fatica e la scena diventava sempre più buia e lui sentiva di nuovo il sudore bagnargli le braccia e il collo. Un rumore improvviso lo fece fermare con un sussulto. Provò a chiamare Monica, urlando il suo nome, ma non rispose nessuno: sentiva che era completamente solo.
Era stanco e avrebbe voluto fermarsi e sedere in terra, ma non lo fece. ... andrò avanti ancora un po’… forse riesco ad uscire da qui… mi fermerò dopo… e attaccò la salita con nuovo vigore.
La vibrazione del cellulare lo strappò alla salita, anche se faticava a capire cos’era quel rumore che aveva in testa. Poi capì e allungò una mano curiosa: da tempo nessuno lo chiamava. 3 chiamate perse… elenca… Sally… Sally! …e c’era anche un messaggio: "… dormi sempre? Nn rispondi al tel. e alle mail. ke kavolo kombini? Fra 3 gg. verrò lì e voglio vederti. Leggi mail. Bcn. :) "
Ci mancava anche Sally! Un’altra rompicoglioni, che voleva farlo star bene. Come suo fratello, sua mamma, suo padre… cazzo, lasciatemi in pace, no! Che cazzo volete da me?
Max si girò nel letto, cercando di ritrovare il sonno, ma ormai non c’era più niente da fare. Il messaggio di Sally l’aveva svegliato e anche un po’ irritato. Possibile che tutti vogliano salvarmi? Adesso anche Sally, che deve venire qui per vedermi e poi vorrà uscire e chissà cosa si aspetta da me…
Cosa si aspettava Sally, lui lo sapeva benissimo. A Sally era capitata la stessa cosa che era capitata a lui: anche lei guidava l’auto e aveva avuto un incidente e il suo ragazzo era morto. Sally, dopo un primo momento di sbandamento, aveva ripreso gli studi e si era laureata e aveva un lavoro e un sacco di amici. Nonostante questo trovava sempre tempo per lui e gli mandava spesso delle mail molto carine, e lo ascoltava quelle rare volte in cui aveva voglia di parlare. L'aveva conosciuta in una chat, una volta che ci era entrato per caso, spinto da un amico, e lei gli aveva raccontato tutto.
Sally spingeva sempre perché lui facesse qualcosa, prendesse qualche decisione, così lui le aveva raccontato che stava iniziando a studiare, che usciva, vedeva gli amici. Lei era di un’altra città e Max pensava che non si sarebbero mai visti… e ora, lei veniva lì! E lui era uno straccio, un verme, una cosa orribile che strisciava nel letto grigio di sudore, senza mutande. Si rigirò di nuovo, sentendo il peso delle lenzuola umide… ma che vada al diavolo, anche lei! Chissenefrega! Mi vedrà come sono, vedrà quanto soffro… oppure non mi farò trovare, dirò che non posso…
Con uno strattone, buttò le coperte in fondo al letto e si tirò su. Accese il pc, mentre apriva la finestra. Avrebbe letto solo cosa aveva scritto Sally, poi… passando davanti allo specchio, vide la sua anima, perché ormai solo quella lo specchio poteva riflettere, tanto era magro e grigio… dio, ma chi è quello schifo? … si avvicinò, fino a vedere dentro gli occhi scuri. Quello che vide gli fece fare un passo indietro, di nuovo nel buio.
Ancora nudo, scaricò la posta e lesse le mail di Sally. L’ultima finiva con un sorriso e … a venerdì. Non vedo l’ora…
Rimase a guardare lo schermo per alcuni minuti, ma lui gli restituì il suo stesso silenzio.
Ora aveva un po’ freddo. Guardò i vestiti buttati a terra e sentì che non poteva più metterli. Guardò il letto e lo vide per quello che era: un rifugio grigio e sporco, che ormai era diventato una trappola.
... beh, è l'unico posto dove posso stare... l'unico dove posso chiudere gli occhi e pensare che niente sia accaduto... che altro posso fare?... ormai non c'è più niente per me...
L'icona del programma lampeggiò. Era un'altra mail di Sally: "... dimenticavo... ti voglio bene."
D'impulso - da quanto non aveva un impulso? - cliccò su 'rispondi al mittente': " anch'io."
Chiuse il pc e, con un'ultima occhiata allo specchio, uscì dalla camera. Andò in bagno e aprì l'acqua della doccia.
Dolittle
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