battelloscrittura


about


altri link
a a Arcipelago del Battello
a Battello Ebbro
a BattelloTimone
a Racconti di unos kipper
alp
cigale
colfavoredellenebbie
dolittle
ella
giusec
mongolfieradihumboldt
Pattinando
skipper
trecentodiciannove
usermax


blog categorie
adozioni
interviste
racconti
racconti musicali
scrivere
blog archivio
oggi
novembre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
luglio 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
luglio 2005
giugno 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003


counter
visitato *loading*
volte




lunedì, luglio 26, 2004
 

C'era una volta un re.

C’era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva:

“Raccontami una storia!”.

E la serva stava per cominciare, ma il re la fermò:

“Portami una penna e un foglio di carta”.

E quella stava per andare, ma il re la fermò di nuovo, ci pensò un momento e poi ci ripensò e alla fine disse:

”Portami anche un abate con le formule di incipit e un ostensorio per la benedizione, due scrivani con ciascuno dieci boccette di inchiostro e una risma di carta, tre rilegatori con ciascuno mille metri di filo da rilegatura, , quattro intagliatori per le decorazioni con ciascuno una sporta di borchie di argento brunito, cinque pellai esperti con ciascuno una pelle pregiata per la copertina, sei miniaturisti con i colori più belli e i soggetti più fantasiosi, sette mercanti di pietre preziose per le incastonature sulla costola, otto cantastorie di strada per farti venire l’ispirazione e nove danzatrici arabe per distrarmi ogni tanto dai tuoi racconti senza fine.”

La serva porse al re la carta e la penna e incominciò:

“C’erano una volta nove danzatrici arabe su un carro trainato da muli, sulla strada per il palazzo reale.

Incontrarono una serva del re che offrì loro abiti nuovi se avessero accettato di danzare per il re.

“Andate a palazzo e distraete il re con le vostre danze, finché non torno con ciò che mi ha chiesto” disse con tono complice la serva e proseguì per la sua strada.

Il carro delle danzatrici proveniva dalla città dove, poco prima, otto cantastorie fuori dalle mura intrattenevano grandi e bambini con fiabe e novelle tra le più intriganti.

Si avvicinò a loro la serva del re che offrì loro cibo e coperte e con tono curioso li convinse a raccontare le loro storie più belle.

“Il re vuole sentire storie sempre nuove, andate a palazzo e continuate ad inventarle finché non torno con ciò che mi ha chiesto” disse lei e si diresse verso il quartiere dei mercanti.

La via delle pietre era pulita e silenziosa e sette mercanti stavano alla porta con i loro gioielli che non avevano bisogno di urla e parlantina da venditore per attirare l’attenzione.

Passò di lì la serva del re che offrì loro titoli nobiliari purché le mostrassero le pietre più preziose e con tono deferente li invitò a corte.

“Andate a palazzo e scegliete insieme al re le migliori pietre da incastonare finché non torno con ciò che mi ha chiesto” disse gentile e proseguì.

La canonica dei benedettini era semplice e austera e nella biblioteca c’erano sei miniaturisti intenti a decorare grandi volumi di pergamena nel più sereno silenzio.

Entrò la serva del re e con tono pio offrì loro un terreno fertile per costruirci un nuovo convento in cambio della loro pazienza e maestria.

“Andate a palazzo e realizzate per il re le vostre più fantasmagoriche miniature finché non torno con ciò che mi ha chiesto” disse ai monaci meravigliati che le indicarono la via per le concerie.

L’opprimente odore delle pelli lavorate si diffondeva per tutta la strada dove i cinque pellai più esperti avevano i loro depositi.

All’arrivo della serva del re si fermarono i mantici che alimentavano i fuochi sopra cui bollivano le pelli in enormi pentoloni di ferro, poiché nessuna donna aveva osato passare di là fino a quel momento.

I pellai sorpresi non riuscirono a dire nulla quando ella con tono sguaiato e triviale quasi li costrinse ad accettare il lavoro offrendo loro un’intera mandria di bovini vivi.

“Andate a palazzo e mostrate al re le vostre pelli più pregiate e vedete di convincerlo che sono le migliori finché non torno con ciò che mi ha chiesto” disse sprezzante e li lasciò inebetiti.

C’erano molti artigiani in un villaggio al di là del fiume, a un giorno e mezzo di cammino.

La serva del re arrivò di sera e si recò in una locanda per passarci la notte, non prima di aver sparso la voce che il re offriva fama e laboratori in città in cambio di un lavoro importante.

La mattina seguente quattro intagliatori conosciuti per la loro precisione si presentarono alla locanda.

“Andate a palazzo e portate con voi borchie di argento brunito, le più regali che avete e aspettatemi finché non torno con ciò che il re mi ha chiesto” disse la serva del re con tono deciso e si diresse di nuovo al palazzo.

I tre rilegatori della biblioteca reale stavano seduti su pile di volumi già finiti, annoiati dalla mancanza di lavoro che durava ormai dall’ inverno precedente.

Quando la serva del re propose loro di rilegare un nuovo libro furono felici di acconsentire senza chiedere nulla in cambio se non la promessa di avere sempre nuovi libri da poter rilegare.

“Andate dal re con mille metri di filo, poiché ci vorrà molto tempo e tutta la vostra pazienza per finire questo libro prima che io torni con ciò che il re mi ha chiesto” disse con tono misterioso e chiese loro dove fossero i due scrivani personali del re.

Nella taverna le poche candele rimaste accese diffondevano una luce insufficiente a mettere a fuoco le facce degli avventori, così la serva del re dovette chiedere all’oste di indicarle il tavolo degli scrivani.

Dopo un difficile dialogo tra una serva zelante e autoritaria e due scrivani svogliati e ubriachi si giunse ad un accordo.

Loro avrebbero scritto la biografia del re da lui stesso raccontata, ma a condizione di poterci ricamare sopra un po’ per renderla più interessante e pubblicarla poi dopo la sua morte per guadagnarci qualcosa.

“Andate a palazzo e iniziate subito a scrivere e continuate finché non torno, poiché non ho ancora trovato ciò che il re mi ha chiesto, un buon inizio per il mio racconto” disse con tono sfiduciato.

All’alba la serva del re partì per il convento dei domenicani che era distante tre giorni di cavallo.

Ad accoglierla al portone l’abate in persona che si scurì in volto quando sentì il motivo per cui il re lo voleva vedere, trovare un buon inizio per il suo libro.

Non ci fu bisogno di convincerlo con offerte e doni, tanto che il giorno stesso partirono insieme per tornare al palazzo.

Attraversarono con passo svelto le sale del castello fino alle stanze private del re.

Fuori dalla porta dello studio le danzatrici erano esauste, i cantastorie erano senza voce, i mercanti con le mani piene, i miniaturisti senza idee, i pellai con le mani gonfie, gli intagliatori con le mani nere, i rilegatori senza più filo, gli scrivani senza più inchiostro.

Entrarono nello studio e videro il re riverso sul sofà, con in mano il foglio di carta e la penna e sul suo tavolo un libro meraviglioso come nessuno aveva visto mai prima di allora.

La serva gli si avvicinò e disse: “Sire, svegliatevi, ho condotto qui l’abate, ora avrete il vostro incipit, il miglior inizio per vostro libro”.

E l’abate che aveva capito disse: “C’era una volta un re, seduto sul sofà, ma ora non c’è più, né mai più ci sarà” e lo benedì.

La serva prese il libro opera di così tanti talenti, che in dieci giorni avevano prodotto una tale meraviglia e vi pose dentro, in fondo, il foglio che il re teneva in mano e su cui aveva vergato di suo pugno la parola: FINE.

 

 


Categoria:

scritto da usermax | 19:11 | commenti Torna in plancia




mercoledì, luglio 21, 2004
 
Una telefonata decisiva
prosegue da ieri...
 
"… non lo so. Forse potresti avere ragione, ma ora lasciamo da parte Gabriella e questi discorsi inutili. Io con lei non ci ho fatto proprio niente, e se lei ha pensato che ci sarebbe stato qualcosa tra noi, si è sbagliata. Io non provo niente per lei; è un’amica e basta. … sono bellissimi i tuoi capelli, e come sono già lunghi… li porti sempre legati e non me ne ero accorto…"
Andrea le pettinò i capelli, che ormai erano asciutti, e si chinò a darle un bacio in fronte. Sentiva ancora la rabbia sprigionarsi dalle spalle di Giulia, che erano tese e rigide, e gliele accarezzò cercando di scioglierle. Lei sembrava aver esaurito le parole e forse stava meditando su quello che lui aveva detto.… dio, come è bella… la mia Giulia… e dolce… e io stavo per rovinare tutto…
La sentì rilassarsi, mentre lui le massaggiava le spalle, e sentì il suo respiro, dapprima lento e sottile, diventare forte e veloce. Anche il suo accelerò, insieme ai battiti del suo cuore. Sentiva la tensione crescere fra loro, all’aumentare dello spessore del silenzio e ascoltava l’eccitazione correre dentro le sue braccia e nella schiena, fino a concentrarsi proprio lì, in mezzo alle gambe. Avrebbe voluto prima chiarire tutti i malintesi con Giulia, ma non credeva più di poterlo fare: era troppo eccitato e sentiva che anche lei lo era.
La prese per le spalle, la tirò in piedi e la girò verso di sé. Giulia non lo guardava, ma le sue spalle si alzavano ed abbassavano ad un ritmo molto veloce. Le prese il viso e lo fece alzare verso di sé. I suoi occhi erano enormi, come spaventati, ma lui sentiva che non era paura quella che Giulia provava in quel momento. Le prese le braccia e gliele mise dietro la schiena, circondandola con le proprie, poi la spinse contro le piastrelle blu delle parete di fronte e la baciò finché persero la memoria e non ricordarono più chi erano e dove erano.
Le sussurrò tutte le parole che lei voleva sentire e fecero l'amore sdraiati sull’asciugamano azzurro.
Giulia non disse niente, quando lui prese dalla tasca la bustina con i profilattici, e in ogni caso lui non ricordava più perché li aveva acquistati proprio quel giorno. Fu molto veloce, ma dolce e forte nello stesso tempo. Poi rimasero abbracciati finché i loro respiri non si uniformarono al silenzio del piccolo bagno blu.
Andrea era sicuro di averle anche detto ti amo e che Giulia avesse risposto con un ti amo lieve e sussurrato. Si sollevò su un braccio per guardarla negli occhi e glielo ripeté: "Ti amo… è una vita che desideravo dirtelo e fare questo…" e si chinò a baciarle le ciglia, "… e questo…" e le baciò la fronte, il collo, le spalle e scese giù, fino a quando lei non lo fermò con una mano: "Aspetta un attimo, credo che sia meglio parlare di Gabriella, prima di andare oltre. Anzi, dovevamo parlarne prima, ma ormai…"
"Non c’è niente da dire. Gabriella non mi interessa e per me il discorso è finito. Se lei aveva pensato qualcos’altro, sono problemi suoi. Non la vedrò più e basta. A me interessi solo tu e ti amo da moltissimo tempo, ma non osavo dirtelo. Avevo paura che tu mi dicessi che mi volevi bene solo come amico e poi temevo che dopo avrei perso anche quello che avevo… ecco perché non te l’ho mai detto, ma in testa e nel cuore, ho solo te."
Un rumore improvviso li zittì per un attimo, si guardarono e poi Andrea allungò la mano per cercare nella tasca dei jeans e prese il telefono:
"Un messaggio di Gabriella… quando arrivi? Ti sto aspettando… ora le scrivo che non vado."
"No, aspetta. Ci penso io." Giulia cercò il suo telefono e digitò un messaggio per Gabriella: " Andrea si sta riposando. Abbiamo appena fatto l’amore ed è molto stanco. Ciao e… grazie!"
Poi Giulia si stese di nuovo sull’asciugamano, e sorridendo ad Andrea gli chiese:
" … e poi, cos’altro, desideravi fare da una vita?"
 

Categoria: racconti

scritto da dolittle | 19:18 | commenti Torna in plancia




martedì, luglio 20, 2004
 

Una telefonata decisiva

Il numero le era sconosciuto. Era tentata di non rispondere. Poi pensò che poteva essere qualcuno che aveva bisogno e aveva preso in prestito un telefono, così rispose:
" Pronto…" "Giulia?" "Sì, chi sei?" "Gabriella…" … Gabriella??… " … cosa c’è? Perché mi telefoni?…" "Volevo dirti che Andrea è appena uscito per comprare qualcosa, e al suo ritorno faremo l’amore. Sto preparando l’atmosfera: candele, musica, luci soffuse…" … senti ‘sta stronza… " E perché mi telefoni? Hai bisogno di qualche consiglio? Vuoi sapere qual è la sua posizione preferita?" … non lo so qual è, la sua posizione preferita, non l’abbiamo mai fatto… "No, non ho bisogno di consigli. Volevo solo fartelo sapere. Andrea mi dice sempre che sei la sua migliore amica e che gli vuoi tanto bene. Volevo sapessi che è felice…" "Bene. Ora me l’hai detto. Ti saluto."… vaffanculo, stronza! Giulia buttò il telefono sul letto e si girò verso lo specchio. Voleva guardare la sua espressione allo specchio e vedere che effetto le faceva la notizia, ma non aveva bisogno di guardarsi: sentiva l’effetto che la notizia aveva fatto sul suo cuore. Con un moto di rabbia si girò, prese il telefono e digitò un messaggio per Andrea: xké gabriella ha il mio num? E xké mi tel x dire ke state per scopare?
Il messaggio raggiunse Andrea alla cassa del supermercato: coca cola e pizza surgelata stavano per finire nella borsa che la cassiera aveva preparato. Pagò e controllò il telefono. Giulia… il sorriso era automatico quando vedeva il suo nome. Lesse il messaggio con curiosità e poi rimase immobile, in mezzo alle porte d’uscita, finché una signora grassa e con un orribile vestito a fiori, lo spinse da una parte. Allora rilesse il messaggio e, improvvisamente, nella tasca posteriore dei jeans, la scatola di profilattici che aveva comperato in farmacia cinque minuti prima, diventò molto calda, come bruciasse.
Digitò in pochi secondi un messaggio per Giulia: " sono in un negozio. Arrivo subito" e poi uno per Gabriella: " un imprevisto. ti chiamerò poi"
Salì in macchina e partì come fosse inseguito dalla polizia. Mentre guidava ripensò alle due ragazze e al rapporto che aveva con loro. Giulia era sua amica da sempre e ora condividevano anche la passione per il teatro e, da due anni, frequentavano lo stesso corso di recitazione. Da mesi si preparavano per lo spettacolo di fine anno e si vedevano quasi tutti i giorni e, quando non si vedevano, si sentivano al telefono. Gabriella era invece una compagna d’università, con cui studiava ogni tanto, e che gli aveva fatto capire che non avrebbe rifiutato l’idea di un’amicizia più intensa tra loro. Le due ragazze non si erano mai viste, ma lui sapeva che Gabriella era gelosa di Giulia e del rapporto molto intimo che avevano, cementato anche dall’interesse comune per il teatro e la recitazione, ma non credeva che sarebbe arrivata a tanto. Telefonare a Giulia per dirle che stavano per scopare… cazzo! che idiota! … no, l’idiota sono io! Che cosa mi è venuto in mente? Pensare di scopare con Gabriella che non me ne frega niente, quando l'unica che desidero è proprio lei, Giulia… e ora ho fatto ‘sto casino e lei non vorrà neanche più vedermi…
Fermò la macchina con un gemito delle gomme, che si unì a quello che fece il suo cuore. Suonò il campanello di Giulia e lei non rispose. Allora le scrisse un sms: "sono qui sotto. aprimi" La voce di lei lo sorprese dal citofono:
" Mi sto lavando i capelli." "Me ne frego dei capelli. Aprimi!" La porta si aprì e lui si infilò di scatto, come temesse che la porta potesse cambiare idea. Fece i gradini a due alla volta e arrivò davanti alla porta socchiusa, spinse ed entrò, chiudendola con un sussulto.
Giulia uscì dal bagno fregandosi i capelli con un grande asciugamano azzurro. Aveva i piedi nudi e un’enorme maglia rossa con scritte bianche e nere, che le arrivava al ginocchio. Nessuno fiatava e lei teneva gli occhi bassi, approfittando dell’alibi asciugatura capelli.
"Vieni qui. Te li asciugo io." Andrea le prese l’asciugamano e la sospinse verso lo sgabello del bagno, facendola sedere. Poi le strofinò i capelli con dolcezza e una calma che non credeva di avere, e sentì che lei si rilassava sotto le sue mani. Prese la spazzola e l’asciugacapelli e iniziò a pettinare i lunghi capelli scuri, sollevandoli. Si sentiva solo il fruscio del phon; Giulia non aveva ancora aperto bocca e lui vedeva il respiro leggero di lei, nelle spalle che si abbassavano sotto la maglia rossa. Quando le sollevò i capelli, vide la curva dolce del collo e desiderò poterci appoggiare le labbra e sentire il calore della pelle di lei, mentre la baciava nel collo e sulle spalle.
Cercò di non fissare la pelle di Giulia e continuò a spazzolare i capelli, finché non capì che Giulia stava allentando la tensione.
"Ce l’hai con me, per quello che ti ha detto Gabriella? Cosa ti ha detto, poi? Comunque è tutto inventato, io ero al supermercato e compravo da bere e poi dovevo andare a casa sua a studiare, come faccio ogni tanto… niente di strano."
" Niente di strano, eh? Come lo chiami una che ti telefona per dirti che sta per scopare con il tuo migliore amico? Se non è strano questo…"
"Ma cosa ti ha dato fastidio? Sapere che io potevo fare l’amore con lei? E non dire scopare. Non sembra neanche adatto a te…"
"Ah… e che cosa, è adatto a me? Ricevere la telefonata di una stronza che mi vuol fare sapere che state per…" Andrea si chinò e le chiuse la bocca con due dita, mentre si chinava a baciarle la guancia.
"Giulia, ti prego, lei non significa niente per me. Lo sai che non ti sopporta, perché sa che io ti voglio bene e che la passione comune ci lega più di quello che può fare lo studiare insieme, che faccio con lei. Ma… sei gelosa, per caso?"
"Gelosa? Ma cosa dici? Lo sai che io desidero solo che tu sia felice e se Gabriella ti può rendere felice, io mi metterò da parte e accetterò la sua presenza."
"E allora? Dov’è il problema? Non capisco…"
"Il problema è solo nel modo di fare di Gabriella. Se mi avessi chiamato tu, per dirmi cosa stavi per fare, lo avrei capito. Ma che mi abbia chiamato lei… e il numero dove l’ha preso? Io non l’ho neanche mai vista e mi chiama per dirmi che state per… vabbè, per fare l’amore, se così si può dire… sembrava che volesse farmelo sapere, per dirmi che tu sei un suo territorio…"
 
 
Appuntamento a domani con la seconda parte...
 

Categoria: racconti

scritto da dolittle | 18:00 | commenti Torna in plancia




mercoledì, luglio 14, 2004
 

L'articolo

I due cuscini azzurri sulla poltrona di pelle rossa portavano ancora l'impronta di chi vi aveva appoggiato la schiena per alcune ore, ma nella stanza non c'era traccia di alcunché potesse far pensare ad una presenza recente. Dal giorno del delitto, dopo i rilievi della scientifica, più nessuno era entrato nella stanza.
Sulla scrivania un bicchiere di vetro giallastro di pessima fattura odorava vagamente di succo di frutta, probabilmente pesca. Sulla tastiera del computer portatile erano evidenti gli aloni scuri segno di una certa usura. Il telecomando vicino al mouse faceva pensare che la vittima tenesse accesa la televisione, pur non vedendola essendo alle sue spalle, regolandone di tanto in tanto il volume o cambiando canale.
Questo suggeriva che la donna poteva aver sentito la notizia del rilascio del marito dal telegiornale, mentre lavorava alla stesura dell'articolo. Perché altrimenti ne avrebbe cambiato il contenuto, lasciando incompleta la versione precedente?
Gli inquirenti avevano chiuso il caso inserendolo tra i delitti irrisolti, ma quando ebbi l’incarico di riaprire le indagini mi feci cogliere dall’ansia: cos’altro volevano scoprire? Non ne avevano abbastanza di ricerche andate a vuoto?
Mi decisi a ripartire dalla stanza d’albergo dove l’avevano trovata senza vita. Accanto alla sedia, per terra, c’era ancora la cornice di legno chiaro con la foto della coppia dell’anno: si erano sposati tre mesi prima in segreto, ma la notizia aveva fatto il giro del paese in brevissimo tempo. Il famoso line backer dei Giants e la bella reporter della ESPN. In pochi avrebbero scommesso sulla tenuta di quel matrimonio. I sospetti di doping su di lui e l’intraprendenza investigativa di lei presto o tardi avrebbero scatenato conflitti irrisolvibili. In ogni caso tutto ciò non era bastato a stabilire né un movente né una dinamica certa per l’omicidio.
Le tende della finestra più lontana dalla scrivania erano strappate, ma non c’erano segni di colluttazione, come non si era trovata alcuna traccia di farmaci o veleni. La notizia della scarcerazione del marito, dopo due settimane di fermo con l’accusa, peraltro mai provata, di uso e spaccio di sostanze anabolizzanti, era passata sul notiziario del pomeriggio, circa due ore prima dell’ora presunta in cui la polizia aveva fissato la morte della giornalista.
Due ore: cosa aveva fatto l’uomo prima di svanire nel nulla?
Secondo le testimonianze del personale dell’albergo non era tornato a trovare la moglie, che nel frattempo scriveva il suo articolo al computer in cui parlava delle losche amicizie del marito che stavano portando alla rovina la carriera di lui e il loro rapporto.
Feci un respiro profondo e accesi il portatile: il file con l’articolo interrotto c’era ancora! Non erano riusciti a decrittare il codice d’accesso o non avevano semplicemente guardato a fondo nella memoria dell’hard disk. Tirai un sospiro di sollievo, avevo ancora un po’ di tempo!
Copiai facilmente su un dischetto il pezzo che avevo iniziato a scrivere quel pomeriggio, mentre aspettavo che lei tornasse. Il marito seduto pesantemente sulla poltrona rossa mi guardava mentre giocherellava con un’enorme mazzetta di pezzi da mille, ne sarebbero serviti molti per corrompere l’impiegato della reception. Non gli chiesi neppure che cosa fosse il liquido nella boccetta che mi diede prima di uscire dalla stanza. Sapevo che la mia carriera nella polizia stava per finire e anche come occultatore di prove in fondo non ero un granché.
Uscendo dall’albergo mi diressi verso il bar dall’altro lato della strada e da solo brindai alla mia nuova carriera di reporter e al mio primo articolo di nera. Raccontai la storia in modo da farla sembrare un’indagine impossibile, ma l’importante era il tono, più da poliziotto che da cronista, come piace oggi. Com'era il titolo? Ah, sì! "Morte di una giornalista sportiva”. Geniale, no?!

 

(Grazie ancora, Alp!)

 












Categoria:

scritto da usermax | 18:47 | commenti (1) Torna in plancia


 

"Me lo sono inventato"

C'era sempre stata una sottile linea rossa tra i due lembi di carne che si ostinava a chiamare labbra. Non aveva smesso di contrarre la bocca da quando era nata, ma non ci riusciva del tutto. Per ridere si limitava a sollevare gli zigomi strizzando gli occhi. Non aveva le rughe ai lati degli occhi perchè non rideva mai.
Il giorno che la vidi cambiare volto fu uno shock. Il cagnolino nero era spuntato all'improvviso da dietro uno scatolone vuoto, buttato a caso di fianco a un cassonetto.
Passeggiavamo freddolosamente sul cavalcavia, di ritorno da un pic-nic nel parco-carrozze della stazione ferroviaria, finito male per la pioggia, tra binari morti e vagoni in attesa di rianimazione.
Scendendo dalla parte opposta mi aveva parlato di figli, di desideri e di calore umano.
Avevamo scelto quel posto perchè, diceva, era il più sub-urbano della città, una zona franca dove la voglia di libertà e i percorsi obbligati si mescolano. Una soglia, trasandata e rugginosa, tra la frenesia cittadina e il desiderio di altrove. Un vuoto urbano pieno del transito di innumerevoli vite in viaggio.
I panini non erano mai stati importanti, ma li aveva preparati con cura, come se volesse fare bella figura, sapendo che non ce n'era bisogno.
Volevo solo starla a sentire mentre mi parlava della nuova vita che stava per iniziare, altrove, delle valigie fatte e disfatte, del freddo che era diventato insopportabile e di quelle labbra serrate all'infinito.
Aveva appena iniziato a piovere, l'odore della pioggia sul quel miscuglio di erba, polvere e ruggine si era fatto pungente e quasi piacevole.
Scendendo dal cavalcavia mi aveva parlato di desideri, di figli, di calore umano, ma tremava di freddo.
Il cucciolo si era quasi fatto schiacciare pur di attirare l'attenzione e fu lì che accadde.
- E quello? Da dove l'hai tirato fuori?- le chiesi indicando il sorprendente sorriso che si era aperto sul suo volto improvvisamente rilassato.
E lei, asciugandosi con calma una lacrima, rispose:
- Me lo sono inventato -.

scritto da usermax alle ore 00:01 ora di bordo | commenti | Torna su
















Categoria: