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martedì, settembre 21, 2004
Lo sfondo
racconto surreale
L'idea le venne dopo. All'inizio non ci aveva pensato. Andò a ripescare il messaggio ... La foto di Diddlina adesso si staglia sul mio desktop... non ci credi? guarda in basso... e salvò tutti gli allegati.
Ed eccola, la Diddlina in foto, con tutte le icone dei programmi a lato e le finestre dei programmi in uso, sulla barra delle applicazioni: un vero desktop nel desktop. Cambiò le impostazioni e la mise come sfondo del suo pc. E' carina... così abbiamo lo stesso sfondo... dopo glielo scrivo...
Monica riprese a lavorare e riaprì i programmi: una relazione da preparare, alcune lettere e le foto nuove da archiviare.
In sottofondo "A whiter shade of pale", il file che Roberto le aveva mandato, andava in continuazione, finché lei non se ne accorse più, immersa com'era nel lavoro. Finì la relazione e decise di accantonarla per un pò, in modo da farla sedimentare, come diceva sempre dei suoi scritti, prima di passare alla revisione finale.
Si stirò e allungò le braccia in alto, sospirando: si sentiva stanca e indolenzita. Per rilassarsi pensò di farsi un giro o due di Spider: quel solitario le serviva sempre da valvola di sfogo. Quando un lavoro non riusciva subito, o diventava nervosa per qualcosa, si faceva sempre due o tre giri di Spider.
Mentre cercava l'icona del gioco, ... accidenti, non ho pensato che con tutte queste icone non capirò più niente... quali sono le mie?... ecco, questa è Spider... e cliccò. Il programma si aprì e Monica iniziò a giocare: capì subito che qualcosa non andava, ma cosa? Era perplessa: chiuse la partita e ne iniziò un'altra, poi un'altra e un'altra. Infine capì: le carte si distribuivano in modo diverso e non c'era l'effetto sonoro. Com'è possibile? Le opzioni non si modificano da sole... ci avrà giocato qualcun altro... ma chi?...
Guardò con sospetto i colleghi, chini sulla loro tastiera e indifferenti a quello che li circondava. ... perché dovrebbero giocare con il mio pc? hanno il loro, non c'è alcun motivo... beh, ma allora, chi ha cambiato le opzioni?...
Provò ad aprire il Solitario classico e una ranocchia verde la guardò da uno sfondo arancione, come per sbeffeggiarla ... oddio, ma cos'è? non c'è più niente come prima... sembra quasi il computer di un altro!... il computer di un altro!!!... oddio...
Monica chiuse i programmi e fissò lo sfondo: cliccò sull'icona della cartella ''foto'' e scrutò l'insieme delle immagini. ... gita a Trieste... Urbino... Roma... Monica aprì la cartella di Roma, dove era stata due mesi prima e si cercò fra piazza San Pietro e la scalinata di Trinità dei Monti, ma non riconobbe le foto. ... queste non sono le mie foto... e questo chi è? ... e non c'è neanche Giulia... a Roma ero con lei... ma di chi sono queste foto?...
Chiuse la cartella e cercò i 'documenti'. Aprì e si trovò davanti uno schieramento enorme di cartelle: lettere ufficio, lettere privato, poesie, archivio, vecchi documenti... Ancora più perplessa, aprì il programma di posta e si trovò una lista di cartelle con nomi di donna: Arianna, Angela, Carlotta, Debora.... e giù tutti nomi di donna, scrollò e trovò 'Monica', l'aprì, c'erano tutte le lettere che aveva scritto a Roberto... oddio! ma sono nel pc di Roberto! cosa ci faccio qui? come ho fatto a fare 'sto casino??...adesso chiudo tutto e tolgo lo sfondo... ma è impossibile... non può essere...
Monica stava per uscire, poi una cartella attirò la sua attenzione: Sara. ... la ragazza di Roberto... cosa gli scriverà? ... non sono fatti miei... beh, darò solo un'occhiata... Aprì la cartella e trovò una lista impressionante di e-mail. Aprì l'ultima e si perse nei pensieri di Sara, nelle sue sensazioni. Era evidente che la ragazza era molto innamorata di Roberto e glielo dimostrava anche con le mille parole che aveva sparso nelle sue lettere. Monica leggeva con sempre maggiore attenzione, saltando da una lettera all'altra, finché le parole iniziarono a ballare davanti ai suoi occhi... il nostro matrimonio... quando saremo sposati... la nostra casa... Terminò di leggere e ne aprì altre, tutte sullo stesso genere; era evidente che i due progettavano di sposarsi. Roberto non glielo aveva mai detto, d'altronde era solo qualche settimana che si scrivevano.
... non è giusto! Loro si sposano e quello stronzo di Andrea mi ha lasciato!! ...
D'impulso aprì di nuovo l'ultima lettera e fece 'rispondi al mittente':
Cara Sara, da qualche settimana, penso che forse siamo stati un po' precipitosi quando abbiamo iniziato a fare progetti per il nostro matrimonio. Il nostro Amore è ancora tanto giovane e ha bisogno di crescere. Forse dovremmo accantonare i nostri progetti per qualche mese e aspettare che diventi più forte. Penso anche che siamo ancora tanto giovani e dobbiamo ancora divertirci, fare tante cose, viaggiare, uscire con gli amici, crescere nel lavoro, tu devi finire gli studi, lo sai quanto ci tengono i tuoi... insomma, io credo che sia meglio per ora che ci frequentiamo come amici, poi si vedrà.
Sono sicuro che finiremo ugualmente per arrivare al bel matrimonio che tu desideri. Anzi, che noi desideriamo. Nel frattempo, pur uscendo insieme, coltiveremo anche gli altri nostri interessi e alla fine, vedrai, saremo sempre più sicuri l'uno dell'altro e del nostro Amore.
Ti voglio bene
R.
PS. Ci vediamo stasera? Ti chiamo dopo :-)
Monica cliccò su 'invio', senza neanche rileggere ... tanto è per finta... se Roberto lo sapesse, riderebbe come un matto... Il programma si comportava come sempre: si era connesso a internet e aveva scaricato la posta.
A quel punto, a Monica venne un dubbio. Andò in 'posta inviata' e c'era la mail che aveva appena scritto. oddio... ma non l'avrò mica spedita davvero?? ma non è possibile! questo è un incubo... cos'ho combinato?...
Immediatamente chiuse tutto e fece per spegnere il pc: l'unica cosa che desiderava in quel momento era vedere un nero schermo rassicurante e pensare che non era accaduto niente di tutto ciò.
"... Monica... Monica, ma che fai? Dormi? Se ti vede Tossari sei fregata! ... e la relazione? Ma che fai? ti addormenti mentre devi finire la relazione?.."
oh, dio, per fortuna era tutto un sogno... Monica aprì gli occhi, guardò Luca che la fissava perplesso e si tirò sulla sedia:
"... ma... dormivo? Non mi era mai capitato... cos'è successo?... la relazione!.."
Luca schiacciò un tasto e la relazione comparve sullo schermo.
"Eccola! La devo solo controllare. Faccio subito. Tu tieni buon Tossari, per favore."
Si chinò sulla tastiera e si mise al lavoro. ... meno male! per fortuna era un sogno!! Credevo di averne combinata una delle mie... Se avessi fatto una cosa simile Roberto, mi ucciderebbe... un incubo ecco, cos'era: un incubo!! dopo tolgo quello sfondo e lo butto... santo cielo! che pazzia!... ma ora devo finire quest'accidenti di relazione, altrimenti Tossari mi licenzia...
Monica scriveva buttando sui tasti tutta l'ansia che sentiva nello stomaco. Era sconvolta dal sogno che aveva fatto, perché le sembrava così reale, e ora che sapeva che non lo era, poteva tirare un bel sospiro di sollievo.
Un'ora dopo, a relazione terminata, si alzò per consegnarla a Tossari. Si stirò, guardando lo schermo e vide che il segnale di 'posta in arrivo' lampeggiava sulla barra.
Si chinò sulla tastiera e aprì il programma: una mail di Roberto.
Monica, sono disperato. Sara mi ha scritto che non vuole più vedermi, e non so il perché. Ho provato a telefonarle, ma mi mette giù il telefono e ora l'ha spento. Ha detto che sono uno stronzo e che, dopo quello che le ho scritto non ne vuole più sapere di me...
ma io non le ho scritto niente... e lei non mi lascia spiegare, perché si rifiuta di parlarmi...
Come faccio?
sono disperato...
Le note di "A whiter shade of pale" risuonavano nella stanza, e nella sua testa... sempre più forte, sempre più forte...
Categoria: racconti giovedì, settembre 02, 2004 TRA VOCI E CORPI / INTERVISTA La sua è una scrittura molto «leggera», piana, ironica, tesa quasi al disincanto. Quanta fatica le costa accordarsi al suono di questa «petite musique»? Molta fatica. Pago un prezzo altissimo. Col passare degli anni il peso è aumentato perché sono più intransigente, sono diventato un perfezionista, capace di morire per un avverbio, di tirare fino alle cinque della mattina perché non trovo un aggettivo. Mi costa moltissimo cercare la parola, incontrarla. È molto difficile afferrarla, fugge via. Riscrivo i testi una, due, cinque, dieci, venti volte, e sacrifico molto. Quando le cose non tornano, mi ripeto: «non c'è musica. La musica è un'altra». Costa fatica, sì, troppa fatica. È quasi un dolore fisico, ma è pure una festa. La sensazione di comunione col mondo che ti dà il linguaggio nudo non ha paragoni. È un'allegria grandissima. Perché, in quel momento, sulla carta non è rimasta neppure una parola che non sia nata dalla necessità. Non una parola che non sia legittima, perché le sole parole legittime sono quelle che nascono dall'urgenza di dirle: è la mia unica regola, tutte le altre sono sciocchezze. Anche per questo predilige le forme brevi e i procedimenti quasi aneddotici? Amo le forme brevi, e la brevità in genere, perché, come gli inglesi, anch'io credo che «less is more». Sono passati molti anni da quando ho terminato di scrivere Le vene aperte dell'America latina. Da allora ho cercato di scrivere in spazi sempre più corti, sviluppando una prosa scarna, semplice, nuda. Senza pelle, né grasso, fatta esclusivamente di ossa e di carne. Posso sperare di raggiungere questo risultato solo al termine di un processo di riscrittura che mi impone di tornare costantemente su ogni testo, tagliando le parole superflue. Tradotto in termini editoriali, al posto di «edizione aumentata e corretta», nel mio caso dovrei dire «edizione abbreviata e corretta». Juan Rulfo ha consumato una vita su questo lavoro. Anni, all'apparenza improduttivi, trascorsi a scarnificare la lingua. Fu il mio maestro. Un giorno mi fece vedere la matita con cui lavorava. Era una matita comunissima, di quelle che da un verso hanno la mina con cui scrivere, e dall'altro una gomma per cancellare gli errori. «Osserva bene», mi disse indicando la punta della matita, «non è con questa, ma con quest'altra che scrivo». Scriveva cancellando. Il problema è come far sì che la realtà, che è tanto complessa, contraddittoria, misteriosa, inafferrabile, possa essere comunicata. Come riuscire a raccontarla, come raccontare ciò che non tollera di essere afferrato, tanto meno dalla parola. La realtà in ogni sua dimensione: ciò che è, ciò che non è, ciò che sembra essere, la veglia e il sogno, il senno e la follia della realtà. Come riuscire a tradurre tutto questo se non con le vibrazioni essenziali che possono sperare di trattenere un'eco, come la risonanza di un diapason. La parola deve avere questo effetto di musicalità. Poiché il linguaggio letterario è un linguaggio musicale, per riconoscerne la qualità occorre scandirlo a voce alta, per capire se il significato «suona». Quando questo riesce, quando ciò che racconto lo racconto come devo, allora - nell'instante stesso in cui lo sto scrivendo - accade. Vuol dire che plasma la realtà, altra realtà? Esattamente. Perché tutto ciò che è successo, succeda un'altra volta. È un'incessante rinascita attraverso il linguaggio. Ciò che è stato, sarà ancora una volta. Ma non nello stesso modo. La rinascita avviene per scarti. In chi racconta, in chi ascolta o legge, tutto ciò che torna, torna in forme sempre nuove. Dunque, ciò che si ottiene, alla fine, è una specie di mosaico, dove ogni storia altro non è che la sintesi policroma di altre storie. Come la pagina su cui ogni scrittore traccia i propri segni, pare che anche il costume di Arlecchino in principio fosse bianco. Le pezze che lo ricoprono, o per meglio dire lo compongono, sarebbero apparse solo in seguito, registrando i segni di tutti i corpi sfiorati dalla maschera nel corso della vita. Ne risultò, infine, l'abito che conosciamo. Potremmo applicare questa immagine anche alla sua scrittura? Proprio come nel caso di Arlecchino, anche io raccolgo storie, frammenti di storie che restano attaccate ad altre storie, e danno vita ad altre storie ancora, sempre uguali e sempre nuove. Presso gli indiani del Nuovo Messico, in quel vasto territorio che un tempo era messicano e ora è occupato dagli Stati Uniti d'America, si è mantenuta un'antica tradizione, quella dello «storyteller». Si tratta di una statuetta di ceramica, molto graziosa, uomo o donna secondo i casi, che ha tante piccole figure attaccate. Altri uomini e altre donne che salgono dalle narici, escono dalle orecchie o dagli occhi. Per tradurre questa figura in termini letterari, potremmo dire che lo «storyteller» è un uomo «pieno di gente». La sensazione che si prova raccontando storie - trasfigurandole quindi, non illudendosi di riportarle così come si ascoltano - è che proprio in questo andirivieni, in questa andata e in questo ritorno, tra ciò che uno ascolta, dice, racconta, trasfigura, si riscopre una moltitudine di corpi e di storie. Dove raccoglie le sue storie? Giorno per giorno, dove capita. Fra tutte quelle che «incontro» per strada e mi vengono raccontate, le storie che preferisco sono quelle dall'apparenza più quotidiana. Io sono uno che si perde sempre, anche in casa mia. Credo di andare in bagno, ma mi accorgo che sono entrato in camera da letto, vado in camera da letto e mi ritrovo in cucina... Un giorno mi sono perso a Cadice, una città che amo e conosco molto bene. Ero al mercato, ho chiesto informazioni, e un uomo mi ha detto: «Vai, e fa quello che la strada ti dice». È una frase semplice, ma semplicemente impossibile. Perché quell'uomo non mi stava dando una banale informazione, mi stava spiegando cosa può essere il viaggio nel mondo. «Fa quello che la strada ti dice». Segui le sue indicazioni, se vuoi andare per il mondo. Perché la strada ti parla, e ti sta dicendo che tutto vale la pena, ogni cosa deve essere ascoltata. Tutto. Anche il silenzio. Il silenzio è un linguaggio, un linguaggio molto ricco e articolato. E quando parla il silenzio, allora la parola non può risuonare. Il silenzio è carico di tutte le parole, e deve essere ascoltato. Anche in questo ritorna la sua idea di «necessità del dire»? Penso al linguaggio «primitivo», alla gente che usa poche parole, che non ha cultura. Uso questa parola, solo per spiegarmi meglio. Dal punto di vista degli esperti, i «primitivi» sarebbero persone di poco conto, perché possiedono un linguaggio «povero». Per non essere «povero», cosa dovrebbe essere, «miliardario»? Invece è impressionante e spaventosa la ricchezza che custodiscono. Al contrario, il linguaggio di molti «eruditi» è di una povertà imbarazzante e penosa, perché non nasce dalla necessità del dire. Alla base del linguaggio c'è sempre una necessità espressiva. In America latina si verificano casi sempre più frequenti in cui gli indigeni sono costretti a parlare lo spagnolo, che molti di loro generalmente non dominano. Pur conoscendo solo poche parole, la corruzione cui sottopongono la lingua ha un impatto espressivo talmente forte da provocare una specie di rottura. Dove l'esperto vede un errore, io vedo una breccia. Una ferita, un taglio espressivo, una nuova risorsa del linguaggio. Qualche tempo fa, per un congresso mi trovavo a Lima, una città grigia, sempre coperta di nuvole. Per strada, mi è capitato di vedere un indio, con lo sguardo rivolto al cielo. Ricordo bene le sue parole: «Povero cielo, che vorrebbe piangere, ma non può». Trovo questa frase di grande bellezza poetica, sebbene nominasse una verità oggettiva. Anche i bambini molto piccoli hanno questa capacità poetica, ma poi la perdono. Come diceva George Bernard Shaw: «all'età di sette anni dovetti interrompere la mia educazione per andare a scuola». Ha scritto che «la guerra è la prosecuzione della tv con altri mezzi», mettendo la frase in bocca a un von Clausewitz redivivo intento a fare zapping. Pensa la stessa cosa anche di Internet? Confesso che sono pentito: ho parlato molto male di questo strumento, per via di alcuni pregiudizi che avevo. E certamente, non ho cessato di essere diffidente. A volte credo che la macchina «lavori di notte», che in qualche modo ci condizioni, e mentre noi crediamo di servircene è lei che si serve di noi. Comprendo quanto tutto ciò sia semplicistico, è solo un sospetto, non una convinzione profonda. Comunque, anch'io mi servo del computer, ma solo per spedire agli editori la versione finale di ciò che scrivo a mano. Così mi salvo dal demone dei refusi tipografici e dai fraintendimenti che spesso funestano le attività redazionali quando si devono trascrivere i testi. Ma nutro sempre il sospetto che, un giorno, saremo programmati dai computer, mossi dall'automobile, comprati dalle carte di credito e dai supermercati. Sarà un pregiudizio, il mio, e come tale ingiusto, ma nasce dal profondo turbamento che mi dà una società che ci induce a convertirci in strumenti del nostro strumento, dove i mezzi diventano fini. Nel suo film Bowling a Columbine, Michael Moore ha spiegato, in termini diversi, servendosi del linguaggio che gli è proprio, questo processo di riduzione, che è al tempo stesso un processo di costruzione della paura, una paura che sta contagiando ogni cosa. La sua diffusione avviene come un gas paralizzante di ogni aspetto della vita. C'è una dittatura del «non si può». Non si può fumare, non si può amare, non si può parlare, non si può ricordare. C'è un timore diffuso e paralizzante che impedisce di vivere. E la paura viene usata come pretesto dal terrorismo: quello «privato», perché chi fabbrica la paura è il terrorismo di Stato, che non può certo confessare le proprie intenzioni. Questa forma di terrorismo si serve del timore e del fanatismo per imporre il proprio dominio attraverso la logica del «non si può». È questo fatalismo, che potremmo chiamare ideologia dell'impotenza, che blocca i governi progressisti dell'America latina creando un muro di gomma contro cui sbattono tutte le migliori intenzioni di riforma. Questa ideologia, questa paura, questo fanatismo vengono strumentalizzati in maniera molto efficace dagli organismi economici internazionali, a cominciare dal Fondo monetario. Non c'è governo che possa agire contro questa «ideologia». Le cose, in America latina, cominciano però a cambiare. Cominciano soltanto, ma se i governi programmassero di muoversi insieme sarebbe un primo passo, importante, contro il finto progressismo che sa dire solo «non si può». Bisogna unirsi contro la paura e contro la tradizione dell'impotenza che spinge ad accettare l'indegnità come destino. L'indegnità, che è una cosa di per sé intollerabile, attraverso questa tradizione della paura diventa un destino ineluttabile. Un mondo paralizzato dalla paura è un pericolo terribile che rischia di segnare il cammino della libertà. Nell'ultimo capitolo del suo libro A testa in giù lei parla di un «diritto al delirio». Che ruolo attribuisce, dinanzi allo sfascio che ci circonda, a questo diritto? È un testo in cui mi identifico molto. Io credo che per potersi collocare, in un mondo che sta veramente a testa in giù, bisogna cambiare lo sguardo, perché tutto dipende dal punto di vista. Per poter vedere davvero com'è il mondo occorre conoscere il nostro punto di vista. Dal punto di vista di un verme, un piatto di spaghetti è un'orgia. La realtà è molteplice, diversa, troppo complessa per farsi racchiudere da un principio o da una verità universale. Ogni «centro del mondo», in quanto verità universale che nega ogni altro punto di vista, e quindi nega l'idea stessa dell'altro, è pericolosa. Bisogna essere profondamente rispettosi della diversità del mondo, che è una diversità di punti di vista. Nel mio ultimo lavoro, Le labbra del tempo, c'è un testo titolato proprio in questo modo, «Punti di vista». Nella mitologia degli indios Ishir, come in tutta la mitologia universale, gli uomini rubano qualcosa agli dei. Prometeo rubò il fuoco, gli Ishir hanno rubato i colori. Grazie a loro il mondo non è più grigio. Qualche tempo fa, Ticio Escobar, un mio amico paraguaiano, accompagnò un'équipe televisiva europea che voleva filmare scene di vita quotidiana di questi indigeni. C'era una bambina che seguiva come un'ombra il regista francese, il quale aveva dei bellissimi occhi azzurri. Quando il regista le chiese come mai lo seguiva, la bambina rispose che voleva sapere di che colore vedesse il mondo. «Del tuo stesso colore», le rispose il regista. La bambina, indispettita, replicò: «E lei che cosa ne sa di che colore vedo io le cose?» La più grande ricchezza risiede nella diversità degli occhi che guardano il mondo, nella quantità di mondi che il mondo contiene. Per questa ragione dobbiamo cercare con ogni mezzo di salvare la pluralità di sguardi e di mondi che, giorno dopo giorno, viene non minacciata, ma massacrata da questa cosa che qualcuno si ostina a chiamare globalizzazione, mentre altro non è che una riduzione dei punti di vista ad un unico punto di vista. La sottrazione dei mondi alle diversità che li abitano. dal manifesto del 2-09-04
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