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sabato, dicembre 04, 2004
 

ANDIAMO A SCUOLA DI DIALETTO
Questa conversazione fra Luciano Simonelli e Tristano Bolelli si è svolta a Pisa nell'ottobre del 1983

Lezione n. 1

Professor Bolelli, da qualche tempo è in corso un acceso dibattito nel mondo culturale. C'è chi lancia anatemi contro i dialetti e chi, invece, dichiara che l'italiano è una lingua in via d'estinzione giungendo a invitare i poeti a versificare soltanto i dialetto. Qual è il suo atteggiamento di fronte a questi due opposti estremismi?

«Premesso che il nostro è il Paese che ha il maggior numero di dialetti in rapporto con la sua superficie, voglio affermare innanzitutto, come glottologo e linguista, che i dialetti non sono dei sottoprodotti della lingua italiana. Hanno le loro radici che sono altrettanto nobili. E questo va detto subito perché si cancelli l'idea che il dialetto sia una corruzione della lingua. Non è vero. In secondo luogo, come uomo e cittadino che vive in un certo Paese chiamato Italia, debbo pur dire che è necessario avere un modello linguistico comune a tutti ovvero una lingua di comunicazione che sia la stessa da un capo all'altro della penisola».

Ma perché, come afferma, sia i dialetti sia la lingua italiana sono «pari grado»?

«Questo lo si misura sul fatto che gli uni e l'altra derivano dalla stessa matrice latina. Che poi i vari dialetti abbiano avuto vicende storiche diverse, che alcuni, pur rispettabilissimi, non abbiano prodotto documenti letterari limitandosi soltanto a essere mezzo di comunicazione fra gli abitanti di una certa zona non si può negare. Perché da una pari dignità iniziale ognuno ha avuto la sua storia, il suo svolgimento. E alcuni dialetti sono andati più in alto di altri. Come è stato, per esempio, il caso del siciliano che nel Duecento ha prodotto una grande scuola poetica, la prima in Italia. Quella toscana, del "dolce stil novo", è venuta dopo».

Però è stato poi il toscano ad avere la prevalenza sugli altri dialetti, a diventare la lingua ufficiale. Come mai?

«La fortuna del toscano si basa sul consenso avuto da scrittori come Dante, Petrarca, Boccaccio. E a un certo momento, appunto per ragioni culutali, letterarie, accaduto che autori del nord come del sud abbiano cominciato a scrivere in toscano, come Boiardo che era emiliano o come Sannazzaro che era napoletano».

Si potrebbe allora dire che se Dante fosse nato in Sicilia oggi in Italia parleremmo il siciliano?

«E' probabile, ma siamo naturalmente nel campo delle ipotesi. Però quello che desidero sia chiaro è che in Italia non c'è stata alcuna autorità politica o religiosa che a un certo punto abbia imposto il toscano come base della lingua nazionale. Non si è trattato di una costrizione, è stato un fatto di libera scelta. Da noi non è accaduto come in Francia dove la lingua è stata stabilita con una legge o come in Inghilterra dove la scelta di un certo dialetto come lingua generale è dipesa da vicende di carattere soprattutto politico. In Italia tutto è accaduto naturalmente. Quando non esisteva ancora un'unità nazionale è avvenuta questa unificazione culturale. Ovviamente i difensori a oltranza dello sviluppo dei singoli dialetti nel nostro Paese dicono che c'è stata una violenza dello stato italiano. Ma si riferiscono al 1870, alla fine del Risorgimento, a quando cioè è stato codificato quale fosse la lingua ufficiale della penisola. E in quella occasione lo stato non ha fatto altro che prendere atto di quello che era già da tempo il mezzo di comunicazione generale».



Categoria: interviste