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venerdì, luglio 08, 2005
 

IL PENSIONATO

di Riccardo Cardellicchio
 
"Pronto, polizia?  Parlo da via degli Albizi. Sì, via degli Albizi. Dovete venire subito. E' accaduto qualcosa che io.... veramente io non riesco a capire... Mi faccia spiegare... Io mi sono affacciato alla finestra. Lo faccio tutte le sere a quest'ora. Sì, è sera. La luce è quel che è. Però a me piace affacciarmi alla finestra per vedere chi passa. Per distrarmi. Sa, io non ho molte occasioni per distrarmi. Non posso stare sempre davanti alla televisione. Non posso fare indigestione di discorsi, trasmissioni strappalacrime. No, non  posso. Non ce la faccio più. Ho bisogno di tirare il respiro, ogni tanto. Di affacciarmi alla finestra, a questa grande finestra del mio salotto, e vedere la realtà... Sì, racconto subito quel che è accaduto. Quel che ho visto. Certo che l'ho visto io, quel che è accaduto. Non sto a sentir discorsi, non mi fido di quel che mi raccontano gli altri. O vedo con i miei occhi, o nulla... Sì, come  San Tommaso... Io ho visto... Dio, ora che la devo raccontare mi appare così grossa, la cosa. Ma l'ho visto. Come tutte le sere. A un certo punto, lo vedo camminare rasentando il muro. Sembra arrivare dal nulla. E' alto,  cammina curvo. Deve avere una cinquantina d'anni, mi sono detto alcuni giorni fa... Chi? Un barbone. Senz'altro un barbone. Lo si capisce dai vestiti. Io l'ho capito subito dai vestiti. Un mese fa è apparso la prima volta. Con le prime ombre. E da allora, ogni giorno, s' è presentato alla stessa ora. Dal nulla verso il nulla, rasentando il muro, le spalle curve, lo sguardo verso terra... Che cosa è accaduto? Dio mio, lo hanno mangiato i ratti... Aspetti, aspetti. Sono usciti improvvisamentre a decine, a centinaia. Lui sulle prime non se n'è accorto. Io li ho visti per primo. Ho urlato. Lui ha alzato gli occhi verso di me. Io gli ho gridato: i ratti. Attento. Allora lui se n'è accorto. Si è messo a correre. Ma più correva - era una corsa senza forza - e più i ratti apparivano. Migliaia. Lo hanno assalito. Lo hanno fatto cadere. Lo hanno ricoperto. Un cumulo immondo... Un cumulo immondo. Dieci minuti. Speravo che passasse qualcuno. Ho urlato. Ho chiesto aiuto. Neanche una finestra si è aperta. Nessuno che si sia mosso... Dieci minuti dopo, i ratti se ne sono andati come erano apparsi, e del barbone più nulla. Neanche un brandello del suo vestito, neanche un osso. Nulla... Perché mi dice così? No, io non bevo. Io sono astemio. Io sono una persona per bene. Ho il vizio, l'unico, di fumare due sigarette il giorno, e di prendere il caffè che mi faccio in casa... No, vivo solo. Mia moglie è morta l'anno scorso. Figli? Sono lontani, uno addirittura è in Argentina. Parenti? Sì, in altre città... Sono pensionato. Ero ferroviere e ora sono pensionato. Sono pensionato da un pezzo... Devo andarmi a riposare? Certo che ci vado, dopo che siete venuti... Non venite? Possibile che la polizia non voglia rendersi conto dell'accaduto? I ratti hanno mangiato un uomo, l'hanno fatto sparire dalla faccia della terra... Non venite perché era un barbone? Ditelo... O non mi credete? Possibile che non si creda a una persona seria come me? Possibile che nessuno mi creda? Possibile che io debba vivere, ora, nel terrore d'essere assalito dai ratti?  Firenze è sporca, ecco qual è la verità. E ve la cavate accusando un povero vecchio d'avere le traveggole... Che senso ha vivere?".

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LA RAGAZZA DELLA SAGRA
 
S’infilò nella piazza affollata. E la vide subito con la coda dell’occhio. Notò i capelli corti e il vestito leggero colorato. Si fermò. Si girò. La guardò meglio. Si trovò a scrutarla, a un certo punto. Non voleva trascurare niente.
Lei si muoveva lentamente. Era sola. Si mise a seguirla. A spiarla. E più la spiava e più l’ammirava, la rubava con gli occhi.
Le si avvicinò. Sentì il suo profumo che sapeva di primavera. Nella calca, le sfiorò un braccio. Lei si voltò di lato e gli sorrise. C’era chiasso. Lei disse: “Fa caldo”. Lui avrebbe voluto rispondere con qualcosa d’intelligente, ma gli venne fuori un borbottìo incomprensibile. Tossì e, alla fine, titubante, convenne che era caldo, troppo caldo.
Riuscirono ad allontanarsi dall’ingorgo. Fu lui a pilotarla tenendola per mano, lei presa da un rossore improvviso, lo sguardo basso.
Si fermarono dopo pochi metri. Lui, costretto a urlare per il chiasso, disse: “Sono Filippo”. Lei mormorò: “Elisa”. Filippo dovette farglielo ripetere.
“Cosa hai detto?”.
“Elisa”.
Filippo contemplò Elisa incantato. D’impulso le baciò la mano destra. Gliela sfiorò chinando leggermente la testa.
Elisa ritrasse la mano con un sussurro, vergognosa. Filippo non riuscì a capire.
Elisa raccontò, sforzandosi di tenere alto il tono, che era lì per combinazione. Aveva fallito un appuntamento con le amiche e non aveva trovato di meglio. Anche lui – spiegò Filippo – era lì per combinazione. Era di passaggio, aveva visto la festa, una sagra, e aveva deciso di fermarsi.
Le propose di andare a sedere. C’erano sedie e tavolini poco lontano.
Filippo le offrì una sedia, ed Elisa si sedette con un sospiro, come se fosse stanca. Filippo le si mise davanti e, con un gesto rapido, le tolse una ciocca di capelli finita sugli occhi.
Aveva occhi belli e avrebbe voluto baciarli.
Era accaldata, Elisa, e Filippo le passò due dita sulla guancia destra. Rise, Elisa.
Arrivò un cameriere per le ordinazioni.
Filippo chiese una granita al caffè. Elisa gli chiese com’era esattamente. E Filippo glielo spiegò.
Elisa ne ordinò una alla menta.
“Pensi che sia rinfrescante?”, chiese Elisa.
“Certo che lo è”, rispose Filippo. Che era sommerso dai ricordi, ricordi di ragazzo, di quando giocava a nascondino e s’ingegnava per andare nello stesso posto della ragazzina bionda dagli occhi celesti, che gli piaceva un mucchio. E lo faceva fremere tutte le volte che, in qualche maniera, riusciva a toccarla.
Ballarono, poi.
Ballarono stringendosi. Sentiva, Filippo, un corpo morbido. Gli sembrava di toccarle la pelle per via di quel vestito così leggero. E sotto doveva avere proprio poco.
Elisa si lasciava portare.
Poi si mossero tra gli stand. Giocarono. Vinsero un vasetto di fiori e una penna. Elisa rideva.
Il tramonto li vide nuovamente sulla pista da ballo. Stretti stretti. Tra loro erano poche le parole. Sembrava non servissero.
A un certo punto, Elisa disse: “Devo andare”.
Filippo scosse la testa: “Così, all’improvviso. Rimani ancora”.
“Non so se faccio bene”, disse Elisa.
“Sì che fai bene”, disse Filippo. E la strinse.
Un attimo e la baciò. Un bacio leggero. Che lei accolse volentieri.
Avrebbe voluto di più, Filippo. Ma in mezzo alla gente, a tutti quegli occhi, era già tanto se c’era scappato quel bacio.
“Rimani ancora – le disse Filippo – Ceniamo insieme. Poi mi dici dove stai e ti accompagno in macchina”.
“Non è possibile”, disse Elisa. Che sembrava a disagio.
“Non lasciarmi, ora. Non puoi lasciarmi così”.
Elisa scosse la testa. Ebbe un sorriso lieve, leggermente triste. Disse: “Vai a ordinare. Io prendo solo una pizza. Una margherita. E una birra piccola. Vai che ti aspetto”. Alla cassa c’era gente.
Filippo andò contento.
Paziente, attese il suo turno. Ci vollero almeno venti minuti.
Raggiunse il luogo dove aveva lasciato Elisa e non la vide. Si guardò intorno. Niente. Si era allontana. Ma dov’era finita?
Si mosse rapidamente da un punto all’altro della piazza, tra la folla. Pestò piedi e dette gomitate. Si muoveva tenendo il foglio delle ordinazioni nella mano destra. Lo stringeva.
“Non è possibile. Non è possibile”. Le luci, ora, illuminavano la piazza. La sagra era nel pieno. Il rumore forava il cervello.
Dopo mezz’ora, stanco, sudato, deluso, si ritrovò sotto un lampione. Non si accorse subito dell’uomo. Era alto e di mezza età.
“La smetta di cercare”, gli disse l’uomo.
“Ma che dice?”, fece Filippo.
“Lasci perdere - disse l’uomo con tono duro – quella ragazza non è per lei”.
“Io non la conosco. Mi lasci stare”, disse Filippo, arrabbiato.
“E’ un consiglio che le do: lasci perdere. Quella ragazza non è per lei”.
“Ma di quale ragazza parla?”, disse Filippo.
“Di quella che è stata insieme con lei parecchio tempo oggi, qui”.
“Parla di Elisa, allora?”.
“Elisa? Le ha detto di chiamarsi Elisa?”.
“Non si chiama Elisa?”, Filippo era scombussolato. “Ma lei chi è?”.
L’uomo lo guardò e scosse la testa. Allontanandosi, disse: “Faccia come se non fosse successo niente. Per il suo bene e per quello della ragazza. Buonanotte”.
“Il nome vero. Almeno quello”, disse Filippo con la voce incrinata.
L’uomo neanche lo considerò.
Filippo s’appoggiò a un albero. Guardò il foglio delle prenotazioni del ristorante. Aveva voglia di urlare. Non riusciva a capire. Non riusciva proprio a capire.
Con mosse rapide ridusse il foglio in  pezzi minuscoli e lasciò che si spargessero su un’aiola d’erba tenera. Poi si fermò davanti alla pista da ballo, piena di ballerini d’una certa età. E si sentì fiacco.
 
                                                                                            Riccardo Cardellicchio

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scritto da Padule | 13:13 | commenti Torna in plancia