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mercoledì, dicembre 14, 2005
Un altro presepe
di Riccardo Cardellicchio C’era l’odore aspro dell’umidità, della muffa. Veniva su dalle macerie che ostruivano le strade. Muri sbrecciati, buchi, occhi spenti. Con il tramontano che crepava mani e gambe nude e sollevava polvere. In un silenzio irreale, in cui ti pareva di sentire ancora, nel fondo, l’eco delle bombe che cadevano senza pietà. Lì, dov’era stata la casa, ingresso principale della fattoria, uno spiazzo, quasi una buca, e i resti di abiti e mobili: segni, tutti, di una vita diversa. Di quella vita che dovevamo riprendere altrove, in un palazzo – uno dei pochi rimasti in piedi – testimonianza di una storia antica: stanze ampie e soffitti alti, la sensazione di non essere mai soli, che i muri spessi contenessero occhi e mani pronti a carpire tutto. La sentivi addosso, la guerra. La soffrivi nelle sere gelide, il buio interrotto dalle lampade a petrolio. La consapevolezza che il peggio era passato, ma che per arrivare alla normalità ce ne volesse ancora, di tempo. Non poco. Fuori, il buio profondo. L’impossibilità di camminare sicuri. Scantinati trasformati in negozi senza scaffali, la merce ridotta al minimo. La tessera per avere un tozzo di pane. Ai ragazzi avevano scippato i giochi, la felicità della corsa, dello stare insieme lontani dai pericoli. E il Natale era lì, povero. La voglia, però, di non dimenticarlo. Anzi, per alcuni ancora di salvezza. Il Ceppo, si diceva, e Babbo Natale era di là da venire. Mani speranzose avevano cercato tra le macerie e avevano recuperato alcuni personaggi. Che importava se Gesù Bambino non aveva più i piedini. Che importava se la Madonna aveva il manto scheggiato, se Giuseppe era privo delle braccia, se la capanna era senza tetto, se i Re Magi erano due e non tre, se il pastore e il mugnaio avevano perso il colore. Che importava se il bue e l’asinello non somigliavano più a un bue e a un asinello. Sì, il presepe – la capannuccia, si diceva – poteva essere fatto, nell’angolo della grande stanza. La borraccina non mancava, né mancavano i sassi. E fu fatta. Ma c’era la sorpresa, la mattina dopo, il giorno di Natale: accanto alla capannuccia, un piccolo abete – preso chissà dove – con due o tre palline colorate, fiocchetti, candeline di sego attaccate alla meglio. E sotto un solo regalo: un libro. Storie di animali, con illustrazioni in bianco e nero. Storie capaci di scatenare la fantasia di un bambino di cinque anni. Categoria: venerdì, dicembre 09, 2005 CHI HA AMMAZZATO BABBO NATALE?
di Riccardo Cardellicchio
Le scale erano pregne d’arrosto e di candele.
Nello scenderle, inciampai e riuscii a riprendermi con enorme fatica.
Le detestavo perché erano strette e ripide, ma non amavo nemmeno l’ascensore stretto e basso. Davanti alle porte, a ogni pianerottolo, sfoggio di festoni. Buon Natale lo si vedeva scritto con carattere corsivo d’oro. La maggior parte esibiva il “bambinello”.
Nudo o quasi.
Soltanto a una porta, quella del custode, c’era Babbo Natale con tanto di barba bianca, folta e lunga, e vestito rosso, come consuetudine.
Non c’era traccia del custode, né dei gemelli che avevano l’argento vivo addosso.
Uscivo per respirare.
Per riprendermi dal pranzo, dai tanti discorsi, per evitare un litigio, il litigio inevitabile quando la famiglia si trova tutta insieme. Prima o poi viene fuori il discorso storto, la recriminazione.
I genitori quasi sempre sotto accusa perché avrebbero favorito, in certe circostanze, un figlio a scapito degli altri. I genitori, caso mai, non si ricordano nemmeno le circostanze.
Per loro, un figlio vale l’altro e, a dire il vero, ci hanno sempre guardato a non privilegiare nessuno.
Hanno sempre dato quel che hanno potuto.
Ma, si sa, la gelosia e qualche bicchiere di troppo non partoriscono saggezza. E allora si rischia di tramutare una festa in un pranzo imbarazzato, con contorno di lacrime da parte della madre e l’incazzatura del padre, ché lui – certe cose – non le ha mai dette ai suoi genitori, figuriamoci poi per il giorno di Natale.
E allora viene quasi spontaneo un rompete le righe, facilitato dal pianto di uno dei piccini che, nella frenesia del gioco, è andato a picchiare contro uno spigolo. E sanguina dalla fronte.
“Niente ospedale”, dice mio cognato, medico “E’ un taglio”.
Ma l’agitazione è tanta perché il sangue è abbondante e imbratta tutto. E il ragazzo strilla e accusa il cugino (stessa età) d’avergli fatto perdere l’equilibrio.
A quel punto avevo lasciato la compagnia. Avevo aperto la porta e m’ero eclissato.
Mia sorella m’aveva visto: “Ma dove vai?”.
Non avevo risposto.
Avevo bisogno di stare per conto mio.
Anche perché le feste, le feste di fine anno mi si piazzano in mezzo al pento - un peso enorme.
E’ così da sempre.
Ragazzo, non esultavo quando s’andava in vacanza per le feste di Natale. No, per carità: non ero uno studente modello. Stavo bene nella categoria degli scansafatiche. Il fatto è che diventavo triste perché pensavo ai riti di quei giorni.
A dover fare certe cose.
A dover andare per negozi a fare regali.
A dover andare dai parenti per portare i regali. E gli abbracci e i baci che non sapevano di nulla.
E le strade esibiscono luci in grande quantità. Pare quasi che vogliano dirci che, in questi giorni, bisogna essere felici a tutti i costi.
In vecchiaia non sono migliorato. Penso sempre a qualcosa di diverso. Poco più che adolescente, arrivato al massimo della sopportazione, m’infilavo in una chiesa. E stavo lì. Mi sentivo liberato. Non pregavo. Pensavo ai fatti miei. Lì, nella chiesa quasi buia, non c’era nulla che mi ricordasse le feste.
Era un’isola.
Sì, mi sentivo liberato.
E libero.
Libero di pensare ad altro.
E il tempo mi scivolava via, leggero.
E poi, alla domanda di mia madre “Ma dove sei stato?”, rispondevo alzando le spalle e borbottando.
Adulto, una vigilia di Natale, m’infilai in una piccola chiesa. Mi sedetti e dopo poco cominciai a parlare senza prendere fiato: “Rivoglio l’eskimo contro i predatori dell’anima rivoglio l’eskimo per avere il coraggio di urlare di no ancora rivoglio l’eskimo per recuperare il tempo perso per non fare sconti a nessuno per ritrovare uno scopo per cancellare lassismi indifferenze cedimenti al luccichio della superficialità alla vanità del nulla rosario di bugie rivoglio l’eskimo rivoglio l’eskimo”. Dovevo aver parlato a voce piuttosto alta, perché una suorina quasi trasparente mi venne accanto e mi chiese: “Si sente male?”.
“No, no”, risposi, il volto in fiamme.
2.
In strada, respirai profondo. Non ebbi esitazioni. M’incamminai verso la periferia. Evitavo il centro, anche se sapevo che in certi giorni è un deserto.
Camminare è la mia salvezza. Posso pensare con calma, guardarmi attorno. Immaginare. Ho immaginato tanti amori, camminando. Da ragazzo, dominavano le avventure.
Passò un’auto con un uomo solo. Era una vecchia Panda rossa, la marmitta sfondata.
Era Fausto. L’uomo dai mille mestieri, che chiamavano tutti. E lui non diceva di no a nessuno, e lavorava sodo per un tozzo di pane. Aveva una sessantina d’anni, la metà passati in galera, per una storia che nessuno conosceva bene. C’era di mezzo l’uccisione di un uomo, una sera di febbraio, mentre stava tornando a casa dopo essere stato al bar a giocare a carte. Avevano preso un po’ di gente, gente che si diceva che ce l’avesse con lui per motivi politici. Poi ci s’era messa di mezzo una tizia, una cartomante. Aveva detto che non erano politici i motivi, ma di ben altra natura. Quel tipo, il morto, era uno che faceva le messe nere e ricattava un bel po’ di persone: quelli che non ne volevano più sapere perché s’andava sul duro. Una di queste sarebbe stata Fausto. Che, guarda la combinazione, non aveva un alibi per la sera dell’omicidio. Ed era stato l’unico a rimanere in galera e a subire il processo.
“Sono innocente. Dovete credermi, sono innocente”. Non aveva detto altro al processo. Aveva tenuto la testa china, piangendo. Aveva una moglie e una figlia che, una volta condannato, avevano deciso di trasferirsi altrove e di rompere i rapporti con lui.
Stava in periferia in una stanza che gli aveva dato un conoscente. Più che starci, ci dormiva. Perché, quando non lavorava, girava per la città con la sua vecchia auto. E mangiava dove poteva. Anni di carcere e un giorno s’era aperta la porta.
“Puoi andare”, gli avevano detto.
E lui: “Che è successo”.
“Non sei stato tu”, gli avevano detto.
“Ci siete arrivati finalmente”, aveva detto con una rabbia dentro. “Chi è stato?”. “Una donna è stata. Una che ha confessato in punto di morte. Gelosia”.
“E chi mi ripaga questi anni di carcere?”.
“Fai causa”, gli avevano detto. Ma lui non aveva avuto voglia d’infognarsi tra avvocati, tribunali. Gli era bastato che i giornali pubblicassero la sua storia e che nei titoli ci fosse scritto: innocente. Aveva cercato un lavoro, ma, di anni, ne aveva troppi per avere le porte aperte. Allora non gli era rimasto che mettersi in proprio, a disposizione della città. Non aveva cercato la famiglia, né la famiglia l’aveva cercato. Viveva solo. Anche il giorno di Natale era solo.
Ogni volta che lo vedevo, ogni volta che lo chiamavo per un lavoro, mi piaceva parlargli del più e del meno. Mai della sua storia. Sapevo che non ne voleva parlare. Non voleva parlarne perché gli bruciava la scelta della moglie e della figlia.
Poi da un alveare, fatto di mattoni faccia-vista, alto otto piani, uscì un donnino in vestaglia, pettinata male, con un sacchetto di plastica nella mano destra. In un attimo le si fecero intorno una decina di gatti. Quasi l’assalirono.
“Buoni, dovete stare buoni. Sennò non vengo più”.
La donna lasciò andare il contenuto del sacchetto sul marciapiede e i gatti vi si tuffarono, nemico uno dell’altro, ingordi, guardati a debita distanza da due cani, due bastardi randagi, tutti e due neri. Durò niente lo spettacolo. Erano poca cosa i resti del pranzo di Natale della vecchietta per quei gatti. Che stettero lì a miagolare insoddisfatti ancora per un cinque minuti, poi si dispersero. I due cani, allora, si fecero avanti. Ma non poterono altro che leccare le briciole. La donna era ormai rientrata, chiudendo – con fatica - la porta alta e pesa.
La strada si fece più larga e alberata. I platani esibivano, sui due lati, ferite antiche. Un tempo era lo struscio. Insù e ingiù, d’estate, per ore, per curiosare, per incontrare amici, ma anche la persona amata. Bastava uno sguardo per riempirsi di contentezza.
E’ la strada che porta al ponte sul grande fiume, reso crudele dalla mano dell’uomo, ora.
Era una giornata senza nuvole e il sole faceva la sua parte.
Da dietro un platano sbucò Elvira, la prostituta che aveva tanti anni di carriera sulle spalle, la tosse secca, il viso truccato con mano pesante. Una povera donna che era vittima di scherzi da parte dei ragazzi.
“Buon Natale”, disse.
“Come mai sei qui?”, chiesi. “Dovresti essere a casa. E’ Natale. La gente pensa ad altro”.
“E che ci faccio a casa da sola?”, disse, la voce roca. “E lei, piuttosto, che ci fa in giro? Non ha una famiglia?”
“Ho bisogno d’aria”, dissi poco convinto.
“Dal viso si direbbe che ha bisogno d’altro. Mi sembra piuttosto triste”.
“Ma che stai a guardare. Sono stanco. Le feste, queste feste, stancano”.
Elvira rise di cuore, i denti sciupati dalla nicotina. Intorno a lei, c’erano decine di mozziconi di sigarette.
“Vada”, disse. “Cammini. Cammini. Forse lo digerisce, il rospo”. Rise di nuovo. E accese un’altra sigaretta.
“T’ammazzi, se fumi tanto”.
“Almeno tolgo il disturbo. Non interessa a nessuno se vivo o muoio”.
“Deve interessare a te”.
“A me? E per quale motivo? Per vivere così? Le sembra una bella vita? Guardi dove sono il giorno di Natale”.
S’allontanò canticchiando per darsi un contegno.
Scesi per il viottolo che dava sull’alzaia, dove erano state messe alcune panchine. Luogo di renaioli, un tempo. Di fatiche bestiali.
Mi sistemai sulla prima panchina, attratto dal fiume che scorreva lento e sporco. Qualcuno, poco dopo, sedette sulla stessa panchina con un sospiro di sollievo. Mi voltai e vidi un tizio vestito di tutto punto da Babbo Natale, l’aria stanca. Era grosso e dava l’impressione d’essere veramente vecchio.
“Buon Natale”, disse lui con voce grossa, catarrosa quasi.
“Buon Natale”, risposi.
“E’ un bel fiume”, aggiunse.
“Potrebbe essere meglio se lo curassero”, obiettai.
“Si vede che non ha visto gli altri”.
“Alcuni, li ho visti. E mal comune è mezzo gaudio. Ma non va. Bisognerebbe rispettarlo di più.”
“Bravo”, disse ridendo forte. Poi, guardandomi con attenzione: “Dica la verità: nonostante tutto, questo fiume, lei lo ama. Lo ama al punto da venirci il giorno di Natale”.
Ammisi: “Lo amo. Il perché sono qui, oggi, è un’altra storia”.
“Non voglio saperla”.
“Posso dirgliela, non ho problemi. Le feste di fine anno mi mettono tristezza. Sul serio”.
“Da quanto tempo?”.
“Da sempre”.
“ Perché?”.
“Perché sento che la gente si comporta in maniera falsa.Troppi lustrini, troppi babbinatale. Siamo all’inflazione”. L’uomo era diventato triste. Non mi trattenni. “E lei, che ci fa qui, vestito da Babbo Natale?”.
Mi guardò, scosse il capo e poi disse: “Lo sa che ha ragione? Troppi lustrini. Troppi babbinatale falsi. E si finisce che neanche i piccini ci credono più in quello vero, che viene da lontano”.
“Io non ci ho mai creduto. La mia generazione è quella della capannuccia, del presepe. Di un regalo, al massimo due, consegnato il giorno di Natale, durante il pranzo. Il regalo chiesto nella lettera a Gesù Bambino. Babbo Natale è venuto dopo, molto dopo, con l’albero. Ma non fa parte della nostra tradizione. Quest’uomo che viene dal freddo, vestito di rosso che sembra un bambolotto, via, come si fa a crederci”.
“Va detto, a onor del vero, che Babbo Natale ha avuto un periodo felice. Ha fatto sognare tanti bambini. S’è tolto delle belle soddisfazioni. Via, Babbo Natale con la slitta tirata dalle renne, di tetto in tetto, con sacchi di regali scesi dai camini, non è un’immagine stupenda? Ed è un tizio che si fa i fatti suoi, nel senso che non ha alcuna voglia di disturbare il “bambinello” e chi crede in lui”.
“Ma dove sono più, i camini. Oggi ci sono i supermercati”. Lo guardai direttamente negli occhi celesti, che avevano bisogno di occhiali: “La vuol sapere la verità? Babbo Natale è stato ammazzato dai supermercati e dagli alberi di plastica”. Me lo stavo dicendo da tempo. E non era la prima volta che mi lasciavo andare a queste affermazioni.
Chinò la testa. “Lei è crudele”. Fece una pausa lunga. Poi: “Se io sono qui è perché mi sono preso un momento di riflessione. E’ il posto adatto, questo, per riflettere. Pensavo a come è cambiato il mondo. A come non crediamo più a niente. Neanche a un vecchio con la barba bianca che fa migliaia di chilometri per la felicità dei ragazzi”.
Sorrisi. “Lo vediamo in troppe salse, per dire: Benvenuto, Babbo Natale. E dietro ci troviamo la mossa commerciale”.
“Che colpa ha lui se hanno preso a sfruttarlo sul piano commerciale?”
Mi lasciai andare a un’affermazione ridicola: “Avrebbe dovuto ribellarsi. Se non si è ribellato, vuol dire che ha accettato d’essere adoperato. D’avere il petto vuoto, di carpire l’innocenza dei bambini”.
S’accesero le luci nel momento in cui l’uomo s’alzava. “E’ un vigliacco, allora”.
“Un vigliacco – dissi – che s’è fatto ammazzare”.
Scosse la testa. “Un vigliacco che s’è fatto ammazzare”, ripeté piano, triste.
Non le avevo viste né sentite. E trovarmele accanto mi fece un certo effetto. Erano sei. Avevo sempre pensato a due, massimo quattro. Erano sei e giovani, le renne. Che l’uomo prese ad accarezzare. “Pensi a me, ogni tanto”, disse. “Non è escluso che ci si possa rivedere l’anno prossimo”. E , sistemandosi sulla slitta stracarica di doni non consegnati, quasi urlò: “E il “bambinello”, non l’hanno ammazzato con i lustrini il “bambinello”? E lei che ha fatto? Perché non l’ha aiutato a ribellarsi? Già, dimenticavo: lei non ama le feste di fine anno. Scommetto che non ama neanche la Befana”. E’ lei l’autore di questa cosa. La ricordo, la ricordo bene. Sì. Eccola.
Forse amerei il Natale se non fosse lustrini,
facciata indecente del nostro bluff,
spettacolo indecoroso
su un palcoscenico che sa d’inganno,
buonismo a buon mercato,
sorrisi che mascherano pianti,
mani tese che sono trappole
per cuori indeboliti dall’indifferenza.
“L’ha anche pubblicata”, aggiunse.
Tirò leggermente le redini e le renne, con un balzo, andarono alte.
“Ehi, non può lasciarmi così. Non è giusto”, dissi incespicando.
“Bisogna che vada. Il mio tempo è passato. Ci rivedremo tra un anno, se vorrà”, rispose con voce di vento.
La sera luminosa, poco dopo, trasformò la slitta, le renne e il conducente in una palla di luce intensa.
Rimasi ancora lì, le ossa gelide, gli occhi al cielo, nel tentativo di non perderla di vista, la palla di luce. E una guerra soda dentro di me, bambino.
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