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domenica, gennaio 15, 2006 Polvere plastica.7 Dicembre ha portato dei cambiamenti. Fabio, un ragazzo di Prato che era arrivato prima di me dall'agenzia ha deciso di mettersi in malattia per gli ultimi 15 giorni di contratto e non si è più visto. Già da un po' dava segni di insofferenza e non vedeva l'ora di andarsene. Ultimamente non aveva compiti fissi, ma stava dietro a Maurizio, che lo faceva trottare in ogni direzione, usando toni amichevoli e complici, ma senza dargli respiro. (continua qui) Categoria: mercoledì, gennaio 11, 2006 I luoghi, le storie LA SPADA DI MONTESIEPI
di Riccardo Cardellicchio
Lasciarono Siena diretti a Montesiepi, San Galgano, territorio comunale di Chiusdino. Decisione di lei, dopo aver sostato più del previsto nella città. Lui fece di sì con la testa. Non c’erano molte parole tra loro. Infiniti e dolorosi, i silenzi.
Mi chiamo Galgano Guidotti. Sì, sono quello della spada nella roccia a Montesiepi, territorio senese. Correva l’anno 1180. Bel posto, vero, Montesiepi? Come ci sono arrivato? Ci sono arrivato grazie a San Michele Arcangelo. Detta così, lo so che uno non viene preso sul serio. Ecco, devo precisare che sono nato a Chiusdino e ho origini nobili. Mio padre Guidotto Guidotti mi lascia che ho pochi anni, posso dire di non averlo conosciuto. Cresco curato da mia madre Deonigia. Brava donna, mia madre. Pia donna. Sogna spesso i santi. Un giorno arriva e mi dice: ho sognato San Michele Arcangelo. Mi ha chiesto, con dolcezza, di vestirti da cavaliere. Con la prospettiva di diventare cavaliere di Dio, mi fa capire. E mi veste, emozionata. Anch’io sono emozionato. Sono devoto di San Michele Arcangelo da quando mi sono convertito. Non so quanto tempo passa (forse un mese, forse due). Una notte sono io a sognarlo, San Michele Arcangelo. Mi dice: “Seguimi”. Mi dico: “E’ il momento, sto per diventare cavaliere di Dio. Si arriva a un ponte che attraversa un fiume largo. Sotto il ponte c’è un mulino. Non è passaggio agile. Quando sono dall’altra parte, vedo subito un prato fiorito e profumato. Non si ferma, San Michele Arcangelo. Lui è un santo e non fa fatica. Ma io sì. Sento una certa stanchezza. Però non posso dire: basta, non ce la faccio più. Sarebbe una mancanza di rispetto grave verso un santo. Continuo e mi sembra di entrare in qualcosa di strano. Mi sembra di entrare in una grotta, di andare nel sottosuolo. Ma non è vero. Dopo poco vedo una piccola casa, costruita in maniera circolare. Strana è. Mi dico che non può essere una casa. Mi fermo sulla porta. Ho qualche dubbio. Ma San Michele mi dice: non avere paura. Ed entro. E chi ti vedo? I dodici apostoli. Vicino a loro un libro. C’è scritto qualcosa. Sono curioso e mi avvicino per leggere:”Quondam non cognomi licteraturam, introito in potentias Domini, Domine memorabur iustitiae tuae solius”. Poiché sono un umile, entrerò nella potenza di Dio. O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia.
E mi vien fatto di alzare gli occhi al cielo e vedo una cosa meravigliosa. Ma non riesco a capire cos’è. Lo chiedo agli apostoli e uno di loro mi risponde: “E’ Iddio fatto uomo”. A queste parole mi sveglio. Confesso d’essere un po’ agitato, il cuore d’un cavallo. Sono felice. Piango dalla felicità. Sì, è vero. Vado da mia padre e le dico: “Andiamo. Dobbiamo andare. Devi venire con me in un posto stupendo. Me l’ha indicato in sogno San Michele Arcangelo”.
Lei indica fuori: “E’ inverno pieno, figliolo. Nevica. Possiamo incontrare chissà quanti ostacoli. Dormire. Mangiare. Non puoi chiedermi questo”.
“Mi dispiace, madre – dico -. Ma io devo andare. Io ritengo che il gelo non sia un nemico invincibile. Salgo sul mio cavallo e vado da solo. Sì, lungo è il cammino. E arduo. E mille volte mi dico torna indietro. E mille volte mi pento d’esser partito. E mille volte rimpiango d’aver lasciato mia madre.
Sono sulla via per il castello di Civitella, quando il cavallo si ferma. Lo sprono. Niente. Scendo. Lo tiro. Niente. Sembra diventato una statua. Neanche un millimetro si muove. Allora decido di tornare indietro, di cambiare itinerario. Il cavallo non fa resistenza. Perché? Trovo riparo per la notte nel castello di Luriano.
La mattina, riprendo la strada per il castello di Civitella, ma il cavallo – arrivato nello stesso punto del giorno prima – si pianta. E non c’è verso di smuoverlo.
Disperato, scendo da cavallo e m’inginocchio in mezzo alla strada e alla bocca mi vengono spontanee queste parole: “Creatore altissimo, principio di tutti i principii, e che facesti il mondo di quattro elementi, e che il mondo corrotto, per i peccati degli uomini, con il diluvio sanasti e purificasti, e che passare facesti il tuo popolo e seme d’Abramo il Mare Rosso a piedi secchi, e che, nel tempo della plenitudine della grazia, nel ventre della Vergine Maria discendesti vestito della nostra umanità, e il patibolo della croce, e i chiodi, e gli sputi, e flagellato e umiliato per ricomprarci sostenesti, e il terzo giorno risuscitando da morte a coloro che ti credettero apparisti, e in cielo salisti, o creatore altissimo, drizzami nelle tue semine e nella tua vita e nelle opere dei tuoi comandamenti, menami, signore mio, nella via della pace e della salute”.
Tutto d’un fiato dico queste cose, questa preghiera, questa invocazione. Alla fine, il cavallo si muove. E non c’è bisogno che gli indichi la strada. Va da sé, sicuro. Ed è così che arrivo nel luogo indicatomi da San Michele Arcangelo.
Montesiepi.
Con la mano lisciò il foglio ingiallito, gesto delicato, d’amante. Cercò di carpire altre parole alla luce del tramonto. Era la trascrizione di una trascrizione, malridotta.
Il cielo era di fuoco e le colline nere e nette.
Il santo cavaliere – ricordò allora – sentendo la necessità di mettere una croce in quel luogo e, non avendo niente a disposizione, infilò la sua spada nella roccia. E lo fece con naturalezza. Poi si tolse il mantello, lo bucò e lo trasformò in saio. Non era più cavaliere, ma eremita, Galgano.
Era lì, con lei, nella chiesetta di Montesiepi – tappa di un itinerario fuori del rumore, in cerca di pace. Per gli occhi, per le orecchie, ma anche per il cuore. Soprattutto per il cuore, in gran movimento negli ultimi tempi. Loro due distanti, sempre di più. Con grande meraviglia di amici e parenti.
Voci si perdevano tra le pareti antiche. Bisbigli. Una donna incredula, come lui, disse che non ci respirava lì, spazio limitato per così tanta gente, che le mancava l’aria. Lo sguardo fisso sull’impugnatura e quel mozzicone di spada che emergeva dalla roccia.
Voglio tornare a casa per donare tutto il mio avere ai poveri, che sono tanti. Tre volte mi ci provo e tre volte una voce mi ferma dicendomi: “Galgano, Galgano, sta’ fermo. In questo luogo finirai i tuoi giorni”. Allora rinuncio. E mi stabilisco qui, zona selvatica, priva di tutto. Per mangiare, devo scendere a valle. Mi cibo di un’erba, il crescione. Non mi ci va altro. Non voglio altro.
Lei lo guardava, perplessa. Poi disse piano: “Non farti tante domande, se non credi”.
Lui, sorpreso, chiese: “E tu?”.
“Io credo nel miracolo, l’unico di San Galgano. Credo in questa spada nella roccia. Un’Excalibur alla rovescia. Artù la tolse dalla roccia e fu re. Galgano l’infilò nella roccia e fu santo”.
Un cane guaì, in lontananza.
Una notte, mi sveglio di soprassalto. Un rumore m’insospettisce. E’ un rumore particolare. Lo riconosco. E’ il diavolo, il demonio, il maligno. Si sta avvicinando. Cosa vuole da me? Io non sono disposto ad ascoltarlo. Neanche una parola voglio sentire da lui. Sono deciso a tutto: prima che lui faccia una mossa, prima che lui dica una parola, lo attacco. Lo prendo di sorpresa, lo spiazzo. E lui è costretto ad andarsene. Poi mi sento leggero, l’animo disposto ai migliori pensieri. Decido di andare a Roma, per vedere la basilica degli apostoli. Voglio rendere omaggio ai santi, ai migliori, a chi Gesù seguì senza paura. Subito. Quanta fatica per arrivare a Roma. Ma quando ci sei, tutto ti passa. E’ il centro della cristianità. E’ il tutto. Ci rimango alcuni giorni. Non molti. Poi torno a Montesiepi, nel mio eremo, nella mia cella. E che dispiacere provo quando vedo la spada a terra, spezzata. Chi è stato? Qualcuno mi racconta che sono stati tre uomini venuti da lontano. Volevano estrarla dalla roccia usando ferri e attrezzi vari. Non riuscendoci, non hanno trovato di meglio – pieni di rabbia – che spezzarla. Mi dicono che sono stati puniti. Sulla via del ritorno, uno è caduto in un fiumiciattolo ed è morto annegato. Un altro è stato preso in pieno da un fulmine. Il terzo è stato attaccato da un lupo che gli ha staccato un braccio.
“Devi ammettere – lei ebbe un mezzo sorriso – che la spada nella roccia c’è. E qualcuno deve pur avercela messa. E gli accertamenti, anche recenti, hanno dimostrato che non è una finzione per chiamare gente. La lama c’è. E va giù”.
E lui, spietato: “Fino al 1924, se la memoria non mi fa cilecca, la spada era conficcata in una fessura della roccia e poteva essere messa e tolta senza tanta fatica”.
Tossisce un vecchio fumatore girando intorno alla roccia chiusa da una cupola di plexiglas..
Colpa mia. Soltanto colpa mia se la spada è stata spezzata. Sono voluto andare a Roma. Ho abbandonato il mio eremo. Non dovevo. Quella spada spezzata è una punizione, una punizione divina. Sono disperato. Ma il buon Dio non mi lascia solo. Mi si presenta in visione tre volte e l’ultima volta mi dice di mettere il manico della spada rotta sul boccone di lama che si vede nella roccia. Mi dice di farlo subito. E lo faccio subito. E vedo che i due pezzi si saldano. Ed è come se nulla fosse successo. La spada è al suo posto. Intatta. Grazie, mio Dio.
Lei osservava tutto con attenzione, accanto a lui, che voleva apparire estraneo. Disse, lei: “La cella di Galgano era di legno, a pianta circolare, così come vedi questa chiesa, in muratura. Stava qui, Galgano: passava da un digiuno all’altro. Meditava. Pregava. Poco, visse. Troppo poco”. E i frati cistercensi di San Roberto di Moleste e di San Bernardo di Chiaravalle scrissero: “Visse il beato Galgano in questa eremitica vita e conversione un anno meno due giorni. E fu sepolto con grande onore e riverenza nella sua cella, dove poi fece una chiesa rotonda come l’angelo gli aveva mostrato in visione, nella quale continuamente i miracoli sono moltiplicati. A lode e gloria di nostro Signore Gesù Cristo, il quale regna con suo Padre in secola seculorum. Amen”. Lei chiuse il libretto che s’era portata dietro insieme ad alcune carte che aveva trovato su una bancarella di uno di quei mercatini dove c’è di tutto. Carte sgualcite, mezzo mangiate dal tempo e dai topi. Che lui aveva snobbato per un po’ e che poi aveva letto e riletto con attenzione. Pensando di non essere visto. “E’ un bel mistero – ne era convinta – Mi affascina da sempre”.
“Sai, - lui aveva gli occhi sulle mani mozzate, mummificate, chiuse in una teca, appartenute a chissà chi – Sai, il parroco di allora, degli anni Venti, intendo, certo don Ciompi, decise di bloccare la spada versando del piombo fuso nella fessura. Ecco risolto il mistero. Come se non bastasse, la spada fu spezzata anche negli anni Sessanta. L’ultima volta – mi pare nel 1991 – la prese di mira uno squilibrato. E sai cosa fecero? In entrambi i casi intervennero con il cemento. E chi la muove più, ora”.
“Vuoi demolire la mia credenza? Non ci riesci. Quella spada – è stato accertato – risale al dodicesimo secolo. L’ha detto un esperto del calibro di Ewart Wakeshott”.
“Sei venuta preparata”. Lui si fermò accanto alla croce templare disegnata all’ingresso e scoperta recentemente. “E di questa che dici?”, aggiunse.
“Non possiamo sapere tutto – rispose lei con sussiego - Qui, comunque, devono essere accadute tante cose nei secoli passati”.
“Forse gli scienziati, che si sono mossi nel 2001, riusciranno a rispondere a molte domande”.
Lei scosse la testa contrariata: “La scienza non può dare certe risposte”.
“Se è una leggenda, perché tacerlo?”.
“Non pensi che una leggenda faccia meglio di una verità, qualche volta? Immagina se questa spada fosse Excalibur. Camelot e Montesiepi. Re Artu e San Galgano. Il primo dei cavalieri della Tavola Rotonda e il cavaliere di Dio. Perché negare un atto d’amore? Perché scipparmi la fantasia? Il sogno?”.
Lui corrugò la fronte: “Perché non si può essere sempre fanciulli”.
La vide allontanarsi di fretta, raggiungere l’auto e mettersi alla guida, impaziente.
Ombre li accompagnarono fino all’abbazia di San Galgano. Maestosa in mezzo alla campagna. Videro luci in lontananza. Avevano fatto tardi. Ma non potevano non entrare nell’abbazia cistercense eretta nel 1218.
Erano soli. E lei gli si accostò. Entrarono. D’istinto alzarono gli occhi al cielo. E videro le stelle nel cielo senza nuvole. Non c’era il tetto.
“Aveva il tetto di piombo – disse lei quasi in un sussurro – e il commendatario Girolamo Vitelli lo vendette. Era il 1550. Da allora l’hanno lasciata andare. Ma è stupenda lo stesso. Forse il suo fascino sta nella mancanza del tetto”. S’allontanò di corsa e raggiunse l’abside. “Fermati”, gli disse, e quell’invito acquistò una musicalità particolare, e rimbalzò dai matronei alle volte. “
Lui guardava verso l’abside, ma non la vedeva. “Dove sei?”.
“Dove vorrei stare sempre”, rispose lei poco dopo. “Potessimo rimanere qui.. E’ un luogo incredibile”. Rise.
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