Cominciò un pomeriggio d'agosto. La compagnia di amici che frequentava il Lido di Naxos di mattina, aveva deciso di iniziare nuove attività per riempire quei giorni di vacanza che si allungavano noiosi verso settembre senza scossoni da ricordare.
Da quella volta si ripetè ogni anno e per almeno tre volte all'anno. Imparammo subito che era meglio andarci di mattina, alle Gole. C'era meno folla, e alla risalita si poteva sempre scegliere se restare a pranzo lì o tornare, ognuno a casa sua. E poi il sole caldo del mezzogiorno diventava piacevole dopo il bagno gelato.
Eravamo una trentina, quell'estate, forse di più. Due fratelli di Bergamo, juniores di pallacanestro, tre ragazze giapponesi, studentesse d'italiano a Firenze, quattro amiche fiorentine, due fratelli romani, un egiziano con la fidanzata danese, conosciuti in spiaggia, altri conoscenti e amici da Palermo e Catania. E poi noi, del posto.
Appuntamento alle dieci al Bar S. Pancrazio, non tanto per il bar, ma perché c'era abbastanza posto per le macchine. Non si poteva certo partire senza aver fatto colazione. E poi, prima che fossero arrivati tutti e tutti fossero pronti ci sarebbe voluta un'ora, almeno. Granita al caffè con panna e brioscia calda d'ordinanza, tranne che per le giapponesi: per loro cappuccino caldo bollente.
Sulla Ritmo azzurra di mio padre non c'era la radio, ma qualcuno pensava sempre alla musica. La Uaz 4x4 scoperta di Francesco era scomodissima, ma ci si stava in otto, quelli dietro gli uni di fronte agli altri, come soldati, ed era più divertente. Uno dei romani aveva una gamba ingessata, ma non volle rinunciare a venir sù in moto.
Non era mai stata una meta molto considerata, ma erano i primi tempi con la patente e con un mezzo per sfruttarla e quindici chilometri erano già un viaggio.
Un viaggio, sì, attraverso quei pochi paesini dell'interno, lungo la parte bassa della valle d'Alcantara. Un viaggio da riempire di risate e canzoni urlate, coi finestrini aperti e il vento caldo che entrava con violenza, come per aumentare il contrasto col freddo che avremmo sentito dopo.
Al cancello un parcheggiatore indirizzava le auto e i pullman di turisti per evitare ingorghi all'uscita, ma già sapevamo che ci serviva solo per non lasciare i mezzi sulla strada. Non volevamo pagare il biglietto per l'ascensore che porta giù, al livello del fiume. Meglio la scalinata pubblica, al di fuori dell'area recintata e gestita da privati.
Arrivare in fondo era un altro viaggio. Poche centinaia di gradini di cemento e gente trafelata e scotta dal sole che cercava di risalire. Ma l'arrivo, laggiù sulla spiaggetta affollata davanti all'ingresso delle Gole, era il momento più emozionante. Lo stupore, ogni volta, per quello spettacolo di pietra levigata, misto all'agitazione per il dover mettere anche solo i piedi in quell'acqua gelida. Il cuore già correva forte mentre ancora si stava scegliendo un posto, una zona libera da asciugamani e stuoie, dove sistemarci e spogliarci.
Il primo impatto era stato traumatico. Bisognava tenersi addosso le scarpette da ginnastica, per non scivolare più avanti. Bastarono pochi secondi perché i piedi cominciassero a indolenzirsi per il troppo freddo. A pagamento venivano forniti grandi stivaloni di gomma verde con le bretelle. Completamente inutili, perché dopo pochi metri si riempivano d'acqua.
La prima sorpresa era stata, lungo il primo tratto, una specie di doccia naturale sotto cui poi ci divertivamo a passare e ripassare. L'acqua, calda di sole, scendeva direttamente nella gola da qualche canaletta d'irrigazione che scorreva decine di metri più sù.
Subito dopo il livello dell'acqua iniziava a salire. Prima alle caviglie, poi agli stinchi, alle ginocchia e poi subito alla pancia. A quel punto la meglio era tuffarsi e smettere di soffrire. La gente intorno inorridiva a vederci addirittura nuotare e tremava ancora di più.
Ma il meglio venne dopo. Ormai assuefatti al freddo risalivamo le gole quasi scavalcando i turisti intruppati nei punti difficili: gente immobilizzata dalla paura di cadere in acqua, bambini tremanti coi vestiti bagnati, macchine fotografiche salvate a stento, telecamere gocciolanti.
Si andava su lesti, arrampicandosi sulle rocce lisce e striate per arrivare alla prima cascatella, davanti alla quale la gola si allarga in un laghetto. Qualche minuto di riposo, perché la fatica era stata notevole ed eravamo pronti per il viaggio di ritorno.
Direttamente in acqua, coi piedi in avanti, lasciandosi portare dalla corrente, usando saltelli e piccoli gorghi come un toboga naturale, passando tra le gambe intirizzite di coloro che arrancavano in senso opposto. Uno spettacolino per quelli che ridevano increduli, e uno spasso per noi.
Ma... Sto facendo confusione... Ora che ci penso, non fu quella volta lì.
Eravamo in pochi, un po' di tempo prima. Ti lasciai guidare il mio motorino, mentre io, seduto dietro, ti tenevo i fianchi e ti cantavo all'orecchio una canzone di De Gregori. L'ascoltasti tutta.
Alle Gole non fu granché, non avevo portato le scarpette, non avevo avuto il coraggio di oltrepassare un punto critico, laciandomi frenare dal freddo e dalla paura di cadere. Rimasi a metà del tragitto, ad aspettarti. Nel viaggio di ritorno mi passasti vicino, sorridendo divertita.
La sensazione di fresco sulla pelle sarebbe rimasta fino a casa, malgrado il sole forte. In motorino, abbracciandomi da dietro, mi dicesti che la cosa più bella di quel viaggio era stata la canzone. Un grazie mi si fermò nella gola e lì rimase.
Gheorghe si passa sempre una mano tra i capelli grigi con uno sguardo preoccupato quando gli si chiede qualcosa, qualsiasi cosa. Lo fa per prendersi una pausa di riflessione, pur brevissima, per capire se la domanda, e la sua eventuale risposta, non abbiano qualche effetto negativo sulla sua vita. E’ un’ossessione, la sua. Quella di chi vive col terrore di aver sbagliato qualcosa e di essere rimproverato, come se da questo dipendesse il suo lavoro, la sua permanenza in questa città, la sua sopravvivenza. La stessa che puntualmente lo porta a sbagliare qualcosa. E ad essere rimproverato. Ma la sua paura vera è quella di non ricevere i soldi il giorno stabilito, di avere una busta-paga errata, di non essere trattato come gli altri e di continuo chiede notizie e spiegazioni sulle ore, sul foglio-presenze, sull’assegno e sulle regole dell’agenzia interinale - Ma a te rinnova contratto dopo feste?... Quando dice si rinnova contratto? - Un’ossessione. Arriva al lavoro in autobus, non si sa bene da dove, ma la fabbrica deve essere un posto complicato da raggiungere per lui, perché, sia al turno delle 6,00 che a quello delle 14,00, è sempre in ritardo di qualche minuto. Saluta, se vuole, con un cenno del capo e un ammiccamento da sopra i mezzi occhiali, che porta appoggiati sul naso o appesi al collo con un laccetto di cuoio ridotto al minimo. Attraversa il capannone con fare confuso e a lunghi passi si affretta verso l’orologio della timbratrice. Ogni volta è un abbassare le spalle per lo sconforto e un masticare imprecazioni. A quel punto, dato che l’azienda decurta dalla paga i primi trenta minuti, anche se si timbra il cartellino con un solo minuto di ritardo, decide che gli conviene star fermo fino alla mezz’ora, a guardare gli altri lavorare. Gli occhi neri, piccoli e diffidenti, sovrastati da grandi sopracciglia folte e grigie, sondano le reazioni degli altri, mentre ripone con calma le sue cose nell’armadietto di plastica - Tu saputo si rinnovi contratto? Dicono che mandi tutto il suo stipendio alla famiglia in Romania, senza tenere nulla per sé. E’ certo un’esagerazione, ma qualche dubbio viene dopo che per tre mesi ti ha chiesto - Ancora cèlai altra pèrme? - e non si è ancora deciso a comprarsele, le sigarette, o quando non gli si può stare accanto per il cattivo odore che viene dai suoi vestiti, indossati per troppi giorni. Lavora qui da un anno e mezzo ormai, più di tutti gli altri interinali, e sa fare (perché lo sa fare, accidenti!) tutto quel c’è da fare in questo capannone: forare, mettere in ordine, guidare il muletto, sostituire le punte alle foratrici, cambiare la linea per l’imballaggio, imballare. Dovrebbe essere il più esperto, per i nuovi, quello che insegna agli ultimi arrivati, eppure è quello che riceve più “attenzioni” dai titolari, che vorrebbero sbarazzarsene - Maurizio, o ‘llevamelo da’ hoglioni, hello lì! - perché pare che a causa sua molti mobili venduti siano tornati indietro, con pezzi mancanti o ripetuti o sbagliati. Eppoi continua a fare errori inspiegabili, come perdere un’ora a ri-allineare manualmente tutte le punte della foratrice, invece di spostare il ponte che le regge in un solo secondo, con il pulsante che sta dietro ai motori. E’ per questo motivo, forse, che Maurizio, il caporeparto, un metro e sessanta di nervi e raucedine, gli sta addosso in maniera estenuante e lo tiene sempre sotto pressione, chiamandolo, chissà perché, - Angelo! - e riprendendolo in continuazione - Angelo! Te l’ho detto io di spostare l'allineamento delle punte? Rispondi, te l'ho detto io? Eh?- e poi, senza dargli il tempo di rispondere - Vien via, Angelo, o quante vorte te l'ho detto che un si fa? Che ci vole un monte di tempo pe’ rrimettile apposto? - e ancora - Ma scusa, eh, Angelo, ma un ti bastava alzare il ponte, diobono? - e infine - Angelo, tu 'mmi sembri scemo quando tu 'ffai hosì! Gheorghe si passa una mano tra i capelli grigi mentre tenta, per quanto glielo permetta la sua paura, di riordinare quel po’ di italiano raccattato nella confusione dei suoi pensieri per accennare una qualche difesa, ma come ogni volta le parole gli si strozzano in gola e non fa in tempo - Sìsi… Va bene, Maurizio…Ma io ho fatti questi…Cosa che tu voi… Scusa, ascolti... Pérche no?… - e abbassa le braccia, fissa il vuoto davanti a sé per qualche secondo, con uno sguardo a metà tra l’atterrito per le possibili conseguenze e il bilioso per l’ennesima reazione soffocata, quindi si gira e torna a fare il suo. Poi, quando Maurizio si è allontanato, e lui ha rimuginato un po’, si avvicina con aria stizzita a qualcuno degli altri operai, lamentandosi che alla sua età nessuno dovrebbe trattarlo così - Lui no posso parlare me come bambino - e chiedendo l'ennesima sigaretta - Sapere qualcosa per contratti dopo feste? Tra gli altri operai non gode di molte simpatie e lui in effetti non fa molto per guadagnarsele - O Angelo, maremma, almeno un pacchetto ogni tanto, però… O Angelo, santamadonna! O’ basta co’ sti hontratti, se tu’llo vò sapere tu’llo hiedi a i’principale! - A volte nasconde tra i pancali, in mezzo a quelli buoni, i pezzi che sbaglia, cercando in modo infantile di far ricadere la colpa su qualcun altro - Io no ho messo, Maurizio, ho fatto scarto di qui, messi tutti di là… - invece di metterli, tranquillamente, tra i pezzi scartati, da mandare alla macina. Certo, di errori ne facciamo tutti, lì dentro e chissà di quanti non ci accorgiamo nemmeno, ma Gheorghe è divenuto il capro espiatorio di ogni magagna e ogni sua minima mancanza, anche la più insignificante, diventa motivo di accanimento da parte di Maurizio, tanto che l’urlo - Angelo! - con tutte le possibili sfumature, è diventato il motivo dominante delle nostre giornate.
Fino al giorno del rientro in fabbrica. Quando, dopo un’ora di lavoro, realizzo di non aver sentito ancora il solito richiamo: mi guardo intorno e capisco perché, già da prima di Natale, mi hanno messo fisso all’imballaggio, e anche che certe ossessioni, prima o poi, si avverano.
(Angelo! si trova anche, da ieri, sul N° 7 di sacripante! - Scritture in metamorfosi... QUI)
A quattordici anni una camicia nuova basta a farti sentire irresistibile, e la camicia di Andrea non solo era nuova, ma era proprio quella che lui aveva desiderato per tanto tempo: di jeans, con piccoli e lucenti bottoni di madreperla, che ora brillavano al sole di quel pomeriggio di quasi estate.
Andrea rallentò il passo e si diede una guardata dicontrollo, nello specchietto di una macchina il cui colore verde si intuiva sotto lo strato di polvere gialla, mista a polline dei platani del viale, e si trovò molto carino, e proseguì verso il fondo del paese, dove le case diradavano e i campi si coloravano del rosso dei papaveri.
La casa di Giovanna era l'ultima, quella bianca con il grande portico e il glicine che si arrampicava sul muro del fienile. Sperò che Giovanna fosse fuori, seduta sul dondolo dai grandi cuscini gialli e blu, come di solito a quell'ora, e sperò che lo vedesse e gli chiedesse di sedersi con lei a godere del fresco del portico.
Solo una volta era successo e Andrea si era seduto vicino a Giovanna e avevano parlato della scuola e dei libri che lei leggeva sempre: o meglio, lei aveva parlato, mentre lui aveva desiderato tutto il tempo di toccarle il viso e di chinarsi a baciarle le labbra. Era la prima volta che Andrea si sentiva così, e non sapeva neanche come definire la cosa. Ogni tanto ci pensava, mentre era sdraiato sul letto in camera sua, in attesa della chiamata della madre per scendere a cena, e si soffermava sulle sue sensazioni, anche se non sapeva il nome di quello che provava. Sapeva solamente che gli piacevano e il resto non gli interessava, aveva solo voglia di riprovarle.
Anche ora provava quella sensazione e camminava con passo veloce, per arrivare alla casa di Giovanna e vedere se lei era lì, dove lui desiderava vederla, con la luce del sole che filtrava tra i rami degli alberi e le colpiva i capelli biondi.
Il grano era già alto e si intuivano i chicchi dentro la spiga e l'aria profumava di un misto di fiori e terra morbida e dolce. La casa era già in vista e Andrea accelerò il passo; intuiva la presenza di Giovanna, in un profumo portato dal vento.
Ed eccola sul dondolo, in una lunga gonna rossa, con balze arricciate, che le lasciava scoperte solo le caviglie e i piedi nudi che dondolavano nel'aria. I capelli erano raccolti in una coda alta, legata con un nastro bianco come la maglietta a maniche corte che lei indossava.
Lei guardava proprio verso di lui e Andrea fu certo che lei l'aspettava e che l'avrebbe chiamato a sedersi vicino a lei. Non ebbe neanche bisogno di farlo: lui andò come spinto da una voce interiore e lei non accennò a meraviglia o altro, come aspettasse proprio e solo lui. Giovanna si alzò e la gonna le si gonfiò attorno alle gambe, mentre lui saliva i gradini del portico e la guardava negli enormi occhi azzurri. Lei sorrise e lui pensò che era bellissima, fece una smorfia e lei pensò che lui era molto carino.
"Bella camicia. Ti sta bene."
"Anche la tua gonna è molto bella... e anche tu..."
"Sei diventato rosso come la mia gonna..." disse lei e allungò il bicchiere alto, pieno di tè ghiacciato fino a posargli il vetro gelato sulla guancia. Lui sentì il fresco piacevole sul viso e sentì il calore che l'aveva invaso, sciogliersi come un nodo dentro lo stomaco.
La guardò fino a sentire che gli occhi si perdevano dentro quegli altri, così diversi eppur così simili, e si avvicinò a lei, prendendole il bicchiere dalla mano e bevendo un sorso di liquido gelato, lasciandolo scivolare dentro, giù giù, fino a quel nodo che si stava riformando. Poi, sempre guardandola negli occhi, posò il bicchiere sul tavolo e si avvicinò a Giovanna prendendole la mano che prima reggeva il bicchiere.
Il silenzio era totale, ma lui sentiva un rombo dentro le orecchie senza capire che era dentro di lui, vicino al suo cuore.
Da vicino le labbra di Giovanna erano più rosse e lucide, e lui non vedeva altro. Lei era immobile e respirava piano, con brevi respiri e il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente. La maglietta bianca era stretta, forse perché Giovanna stava crescendo velocemente, anche se Andrea sembrava non accorgersene in quel momento, teso com'era ad avvicinarsi a quel viso dalla pelle chiara e a quelle labbra sempre più rosse.
Si chinò e le sfiorò le labbra e lei non disse niente e non si mosse ancora. Lui si avvicinò ancora di più e le toccò l'interno della bocca, morbido e dolce con il profumo del tè alla pesca che avevano bevuto entrambi e si perse in quella tanto cercata sensazione a cui non sapeva dare un nome.
L'abbracciò ancora più stretta e sentì il piccolo seno di lei contro il suo petto sotto la camicia e desiderò potersela togliere, lì sotto quel portico fresco, e calmare così il calore che sentiva troppo forte. Mentre si baciarono sentendo le labbra che si fondevano insieme e le lingue che si sfioravano dentro la bocca che sapeva di pesca, le ondate di calore si susseguirono dentro lo stomaco e lungo le braccia e Andrea si perse in quel contatto tanto desiderato, perdendo la percezione del tempo e del luogo dove si trovava.
Quando si sedettero tutti e due sul dondolo dai cuscini colorati, il sole stava calando dietro gli alberi e lui bevve di nuovo dal suo bicchiere e il liquido ora era più caldo, ma non aveva alcuna importanza per loro.
Rimasero lì seduti in silenzio, tenendosi la mano e dondolandosi piano, mentre la gonna di lei si muoveva nel vento e lui fissava affascinato i piccoli piedi nudi e abbronzati che spuntavano da sotto.
Quando il cielo diventò rosso, lui le strinse più forte la mano come per condividere un'altra emozione senza parole, e lei ricambiò la stretta. Quando il rosso lasciò il posto al blu e l'aria era diventata quasi fredda lei si alzò e disse che doveva rientrare, perchè stavano per tornare i suoi genitori.
Lui andò, con un breve saluto, e lei rientrò in casa senza voltarsi.
Non la vide più: qualche settimana dopo la sua famiglia traslocò e la casa bianca rimase vuota e i cuscini del dondolo si sbiadirono nella luce di un'estate troppo calda, mentre il glicine formava un tappeto di fiori viola sul prato quasi secco.
...
"Andrea, che cavolo fai? e' mezz'ora che sei davanti a quello specchio! Ti muovi? Dobbiamo uscire, dai!!"
Andrea si girò a guardare il suo amico Massimo e lo guardò come se lo vedesse per la prima volta, poi si girò di nuovo verso lo specchio e sorrise alla sua immagine in camicia di jeans, e allacciò i piccoli bottoni di madreperla. Pensò che quella camicia gli dava un'aria un po'... da ranger, come diceva sua madre quando gli aveva regalata la prima camicia con bottoni simili, tanti anni prima.
Poi si girò di nuovo verso Massimo e gli disse:
"Hai mai fatto l'amore sotto un portico?"
"No, non mi sembra. In ascensore, sì, ma sotto un portico mai."
L'idea le venne dopo. All'inizio non ci aveva pensato. Andò a ripescare il messaggio ... La foto di Diddlina adesso si staglia sul mio desktop... non ci credi? guarda in basso... e salvò tutti gli allegati.
Ed eccola, la Diddlina in foto, con tutte le icone dei programmi a lato e le finestre dei programmi in uso, sulla barra delle applicazioni: un vero desktop nel desktop. Cambiò le impostazioni e la mise come sfondo del suo pc. E' carina... così abbiamo lo stesso sfondo... dopo glielo scrivo...
Monica riprese a lavorare e riaprì i programmi: una relazione da preparare, alcune lettere e le foto nuove da archiviare.
In sottofondo "A whiter shade of pale", il file che Roberto le aveva mandato, andava in continuazione, finché lei non se ne accorse più, immersa com'era nel lavoro. Finì la relazione e decise di accantonarla per un pò, in modo da farla sedimentare, come diceva sempre dei suoi scritti, prima di passare alla revisione finale.
Si stirò e allungò le braccia in alto, sospirando: si sentiva stanca e indolenzita. Per rilassarsi pensò di farsi un giro o due di Spider: quel solitario le serviva sempre da valvola di sfogo. Quando un lavoro non riusciva subito, o diventava nervosa per qualcosa, si faceva sempre due o tre giri di Spider.
Mentre cercava l'icona del gioco, ... accidenti, non ho pensato che con tutte queste icone non capirò più niente... quali sono le mie?... ecco, questa è Spider... e cliccò. Il programma si aprì e Monica iniziò a giocare: capì subito che qualcosa non andava, ma cosa? Era perplessa: chiuse la partita e ne iniziò un'altra, poi un'altra e un'altra. Infine capì: le carte si distribuivano in modo diverso e non c'era l'effetto sonoro. Com'è possibile? Le opzioni non si modificano da sole... ci avrà giocato qualcun altro... ma chi?...
Guardò con sospetto i colleghi, chini sulla loro tastiera e indifferenti a quello che li circondava. ... perché dovrebbero giocare con il mio pc? hanno il loro, non c'è alcun motivo... beh, ma allora, chi ha cambiato le opzioni?...
Provò ad aprire il Solitario classico e una ranocchia verde la guardò da uno sfondo arancione, come per sbeffeggiarla ... oddio, ma cos'è? non c'è più niente come prima... sembra quasi il computer di un altro!... il computer di un altro!!!... oddio...
Monica chiuse i programmi e fissò lo sfondo: cliccò sull'icona della cartella ''foto'' e scrutò l'insieme delle immagini. ... gita a Trieste... Urbino... Roma... Monica aprì la cartella di Roma, dove era stata due mesi prima e si cercò fra piazza San Pietro e la scalinata di Trinità dei Monti, ma non riconobbe le foto. ... queste non sono le mie foto... e questo chi è? ... e non c'è neanche Giulia... a Roma ero con lei... ma di chi sono queste foto?...
Chiuse la cartella e cercò i 'documenti'. Aprì e si trovò davanti uno schieramento enorme di cartelle: lettere ufficio, lettere privato, poesie, archivio, vecchi documenti... Ancora più perplessa, aprì il programma di posta e si trovò una lista di cartelle con nomi di donna: Arianna, Angela, Carlotta, Debora.... e giù tutti nomi di donna, scrollò e trovò 'Monica', l'aprì, c'erano tutte le lettere che aveva scritto a Roberto... oddio! ma sono nel pc di Roberto! cosa ci faccio qui? come ho fatto a fare 'sto casino??...adesso chiudo tutto e tolgo lo sfondo... ma è impossibile... non può essere...
Monica stava per uscire, poi una cartella attirò la sua attenzione: Sara. ... la ragazza di Roberto... cosa gli scriverà? ... non sono fatti miei... beh, darò solo un'occhiata... Aprì la cartella e trovò una lista impressionante di e-mail. Aprì l'ultima e si perse nei pensieri di Sara, nelle sue sensazioni. Era evidente che la ragazza era molto innamorata di Roberto e glielo dimostrava anche con le mille parole che aveva sparso nelle sue lettere. Monica leggeva con sempre maggiore attenzione, saltando da una lettera all'altra, finché le parole iniziarono a ballare davanti ai suoi occhi... il nostro matrimonio... quando saremo sposati... la nostra casa... Terminò di leggere e ne aprì altre, tutte sullo stesso genere; era evidente che i due progettavano di sposarsi. Roberto non glielo aveva mai detto, d'altronde era solo qualche settimana che si scrivevano.
... non è giusto! Loro si sposano e quello stronzo di Andrea mi ha lasciato!! ...
D'impulso aprì di nuovo l'ultima lettera e fece 'rispondi al mittente':
Cara Sara, da qualche settimana, penso che forse siamo stati un po' precipitosi quando abbiamo iniziato a fare progetti per il nostro matrimonio. Il nostro Amore è ancora tanto giovane e ha bisogno di crescere. Forse dovremmo accantonare i nostri progetti per qualche mese e aspettare che diventi più forte. Penso anche che siamo ancora tanto giovani e dobbiamo ancora divertirci, fare tante cose, viaggiare, uscire con gli amici, crescere nel lavoro, tu devi finire gli studi, lo sai quanto ci tengono i tuoi... insomma, io credo che sia meglio per ora che ci frequentiamo come amici, poi si vedrà.
Sono sicuro che finiremo ugualmente per arrivare al bel matrimonio che tu desideri. Anzi, che noi desideriamo. Nel frattempo, pur uscendo insieme, coltiveremo anche gli altri nostri interessi e alla fine, vedrai, saremo sempre più sicuri l'uno dell'altro e del nostro Amore.
Ti voglio bene
R.
PS. Ci vediamo stasera? Ti chiamo dopo :-)
Monica cliccò su 'invio', senza neanche rileggere ... tanto è per finta... se Roberto lo sapesse, riderebbe come un matto... Il programma si comportava come sempre: si era connesso a internet e aveva scaricato la posta.
A quel punto, a Monica venne un dubbio. Andò in 'posta inviata' e c'era la mail che aveva appena scritto. oddio... ma non l'avrò mica spedita davvero?? ma non è possibile! questo è un incubo... cos'ho combinato?...
Immediatamente chiuse tutto e fece per spegnere il pc: l'unica cosa che desiderava in quel momento era vedere un nero schermo rassicurante e pensare che non era accaduto niente di tutto ciò.
"... Monica... Monica, ma che fai? Dormi? Se ti vede Tossari sei fregata! ... e la relazione? Ma che fai? ti addormenti mentre devi finire la relazione?.."
oh, dio, per fortuna era tutto un sogno... Monica aprì gli occhi, guardò Luca che la fissava perplesso e si tirò sulla sedia:
"... ma... dormivo? Non mi era mai capitato... cos'è successo?... la relazione!.."
Luca schiacciò un tasto e la relazione comparve sullo schermo.
"Eccola! La devo solo controllare. Faccio subito. Tu tieni buon Tossari, per favore."
Si chinò sulla tastiera e si mise al lavoro. ... meno male! per fortuna era un sogno!! Credevo di averne combinata una delle mie... Se avessi fatto una cosa simile Roberto, mi ucciderebbe... un incubo ecco, cos'era: un incubo!! dopo tolgo quello sfondo e lo butto... santo cielo! che pazzia!... ma ora devo finire quest'accidenti di relazione, altrimenti Tossari mi licenzia...
Monica scriveva buttando sui tasti tutta l'ansia che sentiva nello stomaco. Era sconvolta dal sogno che aveva fatto, perché le sembrava così reale, e ora che sapeva che non lo era, poteva tirare un bel sospiro di sollievo.
Un'ora dopo, a relazione terminata, si alzò per consegnarla a Tossari. Si stirò, guardando lo schermo e vide che il segnale di 'posta in arrivo' lampeggiava sulla barra.
Si chinò sulla tastiera e aprì il programma: una mail di Roberto.
Monica, sono disperato. Sara mi ha scritto che non vuole più vedermi, e non so il perché. Ho provato a telefonarle, ma mi mette giù il telefono e ora l'ha spento. Ha detto che sono uno stronzo e che, dopo quello che le ho scritto non ne vuole più sapere di me...
ma io non le ho scritto niente... e lei non mi lascia spiegare, perché si rifiuta di parlarmi...
Come faccio?
sono disperato...
Le note di "A whiter shade of pale" risuonavano nella stanza, e nella sua testa... sempre più forte, sempre più forte...
"… non lo so. Forse potresti avere ragione, ma ora lasciamo da parte Gabriella e questi discorsi inutili. Io con lei non ci ho fatto proprio niente, e se lei ha pensato che ci sarebbe stato qualcosa tra noi, si è sbagliata. Io non provo niente per lei; è un’amica e basta. … sono bellissimi i tuoi capelli, e come sono già lunghi… li porti sempre legati e non me ne ero accorto…"
Andrea le pettinò i capelli, che ormai erano asciutti, e si chinò a darle un bacio in fronte. Sentiva ancora la rabbia sprigionarsi dalle spalle di Giulia, che erano tese e rigide, e gliele accarezzò cercando di scioglierle. Lei sembrava aver esaurito le parole e forse stava meditando su quello che lui aveva detto.… dio, come è bella… la mia Giulia… e dolce… e io stavo per rovinare tutto…
La sentì rilassarsi, mentre lui le massaggiava le spalle, e sentì il suo respiro, dapprima lento e sottile, diventare forte e veloce. Anche il suo accelerò, insieme ai battiti del suo cuore. Sentiva la tensione crescere fra loro, all’aumentare dello spessore del silenzio e ascoltava l’eccitazione correre dentro le sue braccia e nella schiena, fino a concentrarsi proprio lì, in mezzo alle gambe. Avrebbe voluto prima chiarire tutti i malintesi con Giulia, ma non credeva più di poterlo fare: era troppo eccitato e sentiva che anche lei lo era.
La prese per le spalle, la tirò in piedi e la girò verso di sé. Giulia non lo guardava, ma le sue spalle si alzavano ed abbassavano ad un ritmo molto veloce. Le prese il viso e lo fece alzare verso di sé. I suoi occhi erano enormi, come spaventati, ma lui sentiva che non era paura quella che Giulia provava in quel momento. Le prese le braccia e gliele mise dietro la schiena, circondandola con le proprie, poi la spinse contro le piastrelle blu delle parete di fronte e la baciò finché persero la memoria e non ricordarono più chi erano e dove erano.
Le sussurrò tutte le parole che lei voleva sentire e fecero l'amore sdraiati sull’asciugamano azzurro.
Giulia non disse niente, quando lui prese dalla tasca la bustina con i profilattici, e in ogni caso lui non ricordava più perché li aveva acquistati proprio quel giorno. Fu molto veloce, ma dolce e forte nello stesso tempo. Poi rimasero abbracciati finché i loro respiri non si uniformarono al silenzio del piccolo bagno blu.
Andrea era sicuro di averle anche detto ti amo e che Giulia avesse risposto con un ti amo lieve e sussurrato. Si sollevò su un braccio per guardarla negli occhi e glielo ripeté: "Ti amo… è una vita che desideravo dirtelo e fare questo…" e si chinò a baciarle le ciglia, "… e questo…" e le baciò la fronte, il collo, le spalle e scese giù, fino a quando lei non lo fermò con una mano: "Aspetta un attimo, credo che sia meglio parlare di Gabriella, prima di andare oltre. Anzi, dovevamo parlarne prima, ma ormai…"
"Non c’è niente da dire. Gabriella non mi interessa e per me il discorso è finito. Se lei aveva pensato qualcos’altro, sono problemi suoi. Non la vedrò più e basta. A me interessi solo tu e ti amo da moltissimo tempo, ma non osavo dirtelo. Avevo paura che tu mi dicessi che mi volevi bene solo come amico e poi temevo che dopo avrei perso anche quello che avevo… ecco perché non te l’ho mai detto, ma in testa e nel cuore, ho solo te."
Un rumore improvviso li zittì per un attimo, si guardarono e poi Andrea allungò la mano per cercare nella tasca dei jeans e prese il telefono:
"Un messaggio di Gabriella… quando arrivi? Ti sto aspettando… ora le scrivo che non vado."
"No, aspetta. Ci penso io." Giulia cercò il suo telefono e digitò un messaggio per Gabriella: " Andrea si sta riposando. Abbiamo appena fatto l’amore ed è molto stanco. Ciao e… grazie!"
Poi Giulia si stese di nuovo sull’asciugamano, e sorridendo ad Andrea gli chiese:
" … e poi, cos’altro, desideravi fare da una vita?"
Il numero le era sconosciuto. Era tentata di non rispondere. Poi pensò che poteva essere qualcuno che aveva bisogno e aveva preso in prestito un telefono, così rispose:
" Pronto…" "Giulia?" "Sì, chi sei?" "Gabriella…" … Gabriella??… " … cosa c’è? Perché mi telefoni?…" "Volevo dirti che Andrea è appena uscito per comprare qualcosa, e al suo ritorno faremo l’amore. Sto preparando l’atmosfera: candele, musica, luci soffuse…" … senti ‘sta stronza… " E perché mi telefoni? Hai bisogno di qualche consiglio? Vuoi sapere qual è la sua posizione preferita?" … non lo so qual è, la sua posizione preferita, non l’abbiamo mai fatto… "No, non ho bisogno di consigli. Volevo solo fartelo sapere. Andrea mi dice sempre che sei la sua migliore amica e che gli vuoi tanto bene. Volevo sapessi che è felice…" "Bene. Ora me l’hai detto. Ti saluto."… vaffanculo, stronza! Giulia buttò il telefono sul letto e si girò verso lo specchio. Voleva guardare la sua espressione allo specchio e vedere che effetto le faceva la notizia, ma non aveva bisogno di guardarsi: sentiva l’effetto che la notizia aveva fatto sul suo cuore. Con un moto di rabbia si girò, prese il telefono e digitò un messaggio per Andrea: xké gabriella ha il mio num? E xké mi tel x dire ke state per scopare?
Il messaggio raggiunse Andrea alla cassa del supermercato: coca cola e pizza surgelata stavano per finire nella borsa che la cassiera aveva preparato. Pagò e controllò il telefono. Giulia… il sorriso era automatico quando vedeva il suo nome. Lesse il messaggio con curiosità e poi rimase immobile, in mezzo alle porte d’uscita, finché una signora grassa e con un orribile vestito a fiori, lo spinse da una parte. Allora rilesse il messaggio e, improvvisamente, nella tasca posteriore dei jeans, la scatola di profilattici che aveva comperato in farmacia cinque minuti prima, diventò molto calda, come bruciasse.
Digitò in pochi secondi un messaggio per Giulia: " sono in un negozio. Arrivo subito" e poi uno per Gabriella: " un imprevisto. ti chiamerò poi"
Salì in macchina e partì come fosse inseguito dalla polizia. Mentre guidava ripensò alle due ragazze e al rapporto che aveva con loro. Giulia era sua amica da sempre e ora condividevano anche la passione per il teatro e, da due anni, frequentavano lo stesso corso di recitazione. Da mesi si preparavano per lo spettacolo di fine anno e si vedevano quasi tutti i giorni e, quando non si vedevano, si sentivano al telefono. Gabriella era invece una compagna d’università, con cui studiava ogni tanto, e che gli aveva fatto capire che non avrebbe rifiutato l’idea di un’amicizia più intensa tra loro. Le due ragazze non si erano mai viste, ma lui sapeva che Gabriella era gelosa di Giulia e del rapporto molto intimo che avevano, cementato anche dall’interesse comune per il teatro e la recitazione, ma non credeva che sarebbe arrivata a tanto. Telefonare a Giulia per dirle che stavano per scopare… cazzo! che idiota! … no, l’idiota sono io! Che cosa mi è venuto in mente? Pensare di scopare con Gabriella che non me ne frega niente, quando l'unica che desidero è proprio lei, Giulia… e ora ho fatto ‘sto casino e lei non vorrà neanche più vedermi…
Fermò la macchina con un gemito delle gomme, che si unì a quello che fece il suo cuore. Suonò il campanello di Giulia e lei non rispose. Allora le scrisse un sms: "sono qui sotto. aprimi" La voce di lei lo sorprese dal citofono:
" Mi sto lavando i capelli." "Me ne frego dei capelli. Aprimi!" La porta si aprì e lui si infilò di scatto, come temesse che la porta potesse cambiare idea. Fece i gradini a due alla volta e arrivò davanti alla porta socchiusa, spinse ed entrò, chiudendola con un sussulto.
Giulia uscì dal bagno fregandosi i capelli con un grande asciugamano azzurro. Aveva i piedi nudi e un’enorme maglia rossa con scritte bianche e nere, che le arrivava al ginocchio. Nessuno fiatava e lei teneva gli occhi bassi, approfittando dell’alibi asciugatura capelli.
"Vieni qui. Te li asciugo io." Andrea le prese l’asciugamano e la sospinse verso lo sgabello del bagno, facendola sedere. Poi le strofinò i capelli con dolcezza e una calma che non credeva di avere, e sentì che lei si rilassava sotto le sue mani. Prese la spazzola e l’asciugacapelli e iniziò a pettinare i lunghi capelli scuri, sollevandoli. Si sentiva solo il fruscio del phon; Giulia non aveva ancora aperto bocca e lui vedeva il respiro leggero di lei, nelle spalle che si abbassavano sotto la maglia rossa. Quando le sollevò i capelli, vide la curva dolce del collo e desiderò poterci appoggiare le labbra e sentire il calore della pelle di lei, mentre la baciava nel collo e sulle spalle.
Cercò di non fissare la pelle di Giulia e continuò a spazzolare i capelli, finché non capì che Giulia stava allentando la tensione.
"Ce l’hai con me, per quello che ti ha detto Gabriella? Cosa ti ha detto, poi? Comunque è tutto inventato, io ero al supermercato e compravo da bere e poi dovevo andare a casa sua a studiare, come faccio ogni tanto… niente di strano."
" Niente di strano, eh? Come lo chiami una che ti telefona per dirti che sta per scopare con il tuo migliore amico? Se non è strano questo…"
"Ma cosa ti ha dato fastidio? Sapere che io potevo fare l’amore con lei? E non dire scopare. Non sembra neanche adatto a te…"
"Ah… e che cosa, è adatto a me? Ricevere la telefonata di una stronza che mi vuol fare sapere che state per…" Andrea si chinò e le chiuse la bocca con due dita, mentre si chinava a baciarle la guancia.
"Giulia, ti prego, lei non significa niente per me. Lo sai che non ti sopporta, perché sa che io ti voglio bene e che la passione comune ci lega più di quello che può fare lo studiare insieme, che faccio con lei. Ma… sei gelosa, per caso?"
"Gelosa? Ma cosa dici? Lo sai che io desidero solo che tu sia felice e se Gabriella ti può rendere felice, io mi metterò da parte e accetterò la sua presenza."
"E allora? Dov’è il problema? Non capisco…"
"Il problema è solo nel modo di fare di Gabriella. Se mi avessi chiamato tu, per dirmi cosa stavi per fare, lo avrei capito. Ma che mi abbia chiamato lei… e il numero dove l’ha preso? Io non l’ho neanche mai vista e mi chiama per dirmi che state per… vabbè, per fare l’amore, se così si può dire… sembrava che volesse farmelo sapere, per dirmi che tu sei un suo territorio…"